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_Il mio diario del parlare materno

Madre o perdente?

17 ottobre 2007

 Avevo cinque anni quando a mia mamma rubarono l'auto. Per lei non era semplicemente una cinquecento bianca, ma l’unico mezzo di cui disponeva per recarsi al lavoro, accompagnare noi figlie a scuola. Aveva trascorso quattro anni della sua vita e due gravidanze a percorrere chilometri e chilometri a piedi sotto il sole e sotto la pioggia di una strada piena di pietre e vipere. Era la via che conduceva alla Scuola rurale dove insegnava. Il furto dell’auto avvenne dopo che ci eravamo trasferiti in una casa ai margini del paese e i miei genitori stavano affrontando consistenti spese per l’acquisto e la ristrutturazione dell’appartamento. Era perciò impensabile che si potesse trovare la somma per acquistare una nuova macchina. Mia madre ne rimase prostrata. Si chiuse in un silenzio cupo e doloroso, perdendo il suo dolce sorriso.

Ricordo che una sera la vidi affacciata alla finestra: scrutava il buio dei campi che circondavano la nostra casa. Le chiesi che cosa stesse facendo e lei mi guardò con un’aria di tristezza mista a rabbia, come se parlasse con se stessa e non con la sua bambina e mi disse: “Voglio la mia auto!”.

Da quello sguardo e da quelle parole trassi una nuova consapevolezza: mia madre desiderava qualcosa che non poteva più avere e per questo si estraniava da noi figlie, ponendosi al di là di un muro per me invalicabile. Non ne capii il perché. Anzi la sua risposta quasi mi angosciò. Dove era in quel momento la mia mamma, dove stava andando senza di me?

Oggi mi è stato tolto qualcosa di molto importante e come mia madre allora, ho provato una grande disperazione. Quando l’ho scoperto era ora di cena, i miei bambini mi incalzavano di richieste: quando si mangia? Perché non è ancora pronto? Ho fame, mamma, posso mangiare una merendina?

Frustrazione. Io desideravo solo restarmene sola a leccarmi le ferite. Proprio come deve aver desiderato mia mamma tanti anni fa. Mio figlio maggiore mi ha chiesto: “Mamma che cosa ti è successo?”. E io ho gli ho raccontato tutto. Lui però non ha capito. Allora per spiegargli il mio stato emotivo gli ho raccontato l’episodio di mia madre. E lui mi ha guardato con tenerezza e comprensione. Così mi ha detto di non abbattermi, che papà saprà risolvere il problema, e che per lui io sono più che una mamma, anche un’amica, che so fare tante cose, e così via.

Mi ha risollevata, con le sue parole.

Riflettendoci: ci siamo aiutati a vicenda. Io a fargli capire perché stavo male e lui a farmi vedere una via d’uscita.

Ciò è stato possibile perché il nostro dialogo è stato autentico.

E da parte mia c’è stata la volontà di non sottrarmi alla debolezza, di non apparire ipocrita e vincente. Sono stata perdente e ciò paradossalmente mi ha resa migliore agli occhi di mio figlio.

Mentre lui è stato assolutamente vincente: come figlio, come amico, come persona.

E questo lo ha reso ancora più importante ai miei occhi.

Il circuito della parola messo in moto da mia madre, tanti anni fa, sebbene rimasto incompiuto, ha generato un flusso di comprensione di cui si è avvantaggiato il rapporto tra mio figlio e me. Il circuito del suo silenzio seguito alle mie domande di allora, ha determinato il bisogno di parlare con mio figlio. E lo ha riempito di verità.

Quali spazi di dialogo apriranno situazioni come questa nel rapporto di mio figlio con i suoi bambini un giorno?

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