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_abitata da un pensiero di Gianna Manzini
gianna manzini
"Infine ecco l'argomento autobiografico più accorante: una insospettata e via via più evidente rassomiglianza fra la mamma che si muove fra i miei personaggi e la mia. Nel tempo presente della rievocazione o del rimorso, con assiduità, con insistenza, scene in cui mi rivedo accanto a mia madre si alternano a q.uelle del racconto: io ne stupisco, commossa, come d'una celeste astuzia predisposta a chi sa quali nuovi fini di conoscenza" (G. Manzini, Lettera all'Editore,Sellerio, p 220)
 
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_il mio diario del parlare materno

21 novembre 2007

LA GIOIOSA PERDIZIONE DI ESSERE MADRE

 

Che bella cosa essere una donna. Come mi piace essere una donna …..

Ma adesso sapevo che nell’espressione: “Mi piace tanto essere una donna” s’era sempre nascosta una vaga curiosità, un illimitato credito fatto tanto di dolcezza come alla clemenza della vita, e magari l’attirante sospetto che in ogni angelico femminile umiliarsi, in ogni inoltrarsi fra delizie di consenso, si celasse un germe di perdizione. In realtà essere donna mi piaceva ormai assai meno. Tirannica sorte. E tuttavia volevo che fosse come prima: ancora mio il merito di riconoscere, appagadomene, la nascosta gloria di un destino di remissività.

 

Gianna Manzini, Lettera all’Editore, Sellerio, pp.33 e 34-35.

 

 

Quante volte ho letto e riletto questo passo della Manzini? Non saprei dire. Mi sembra uno di quei testi caleidoscopi che più lo leggi più vi trovi qualcosa su cui riflettere e attendere nuove idee.

Qui si tratta principalmente di una gioia tutta femminile che ci portiamo dentro sin dalla nascita. Essere donne, che bella cosa! 

La gioia di essere una donna è viva soprattutto a vent’anni quando giudichi il mondo una pasta dura nella quale credi di poter imprimere comunque le tue forme.

 

Poi ti capita o scegli di essere madre: il tuo confronto con il mondo viene mediato dalla persona del tuo bambino ed è impossibile per un uomo comprendere a fondo questa nuova tua costituzione d’essere Uno-Due-Molti.

 

L’essere donna in questa moltiplicazione di te ti fa gioire in un modo unico e ti fa perdere però quella inconsapevole resistenza alla vita che è stato il gioco dell’infanzia e della adolescenza, l’opalescente verginità dei tuoi occhi di non-ancora-madre.

 

La gioia è necessariamente legata a doppio filo alla felicità del tuo bambino: così smetti di sorridere solo per te ma cerchi il sorriso condiviso con colui o colei che hai messo al mondo.

 

Il germe di perdizione di cui parla la Manzini è per me proprio questo: una gioiosa perdizione nella condizione di madre. Perché a volte, siamo sincere, siamo davvero perdute nella cura dei nostri figli, nell’appagamento dei loro bisogni affettivi e materiali, nella partecipazione attiva alla costruzione del loro benessere e della loro felicità. Ci perdiamo e spesso non ci ritroviamo mai più. Dove credevamo di andare, del resto, con uno o più figli appesi al collo, o con quell’amo di noi stesse che è diventato il nostro io? E le nostre passioni, i nostri sguardi progettuali sul mondo, la nostra spinta al miglioramento si infrange nella realtà di essere donna e madre.

 

In questo stato di perdizione c’è molto di italiano mammismo?

Io credo di no.

Credo piuttosto che al contrario il mammismo italiano sia una conseguenza dell’inadeguatezza del maschio italiano a sostenere un efficace ruolo di padre.

 

Il mammismo è una aberrazione maschile, più che femminile.

 

Ma tornando alla frase della Manzini, non si può non riconoscersi  in quello che l’autrice definisce “nascosca gloria di un destino di remissività”.

 

L’aggettivo “nascosta”, da un punto di vista semantico, si contrappone al sostantivo “gloria” che letteralmente significa: “Fama e onore universale, rinomanza ottenuta per azioni insigni”. E quindi il nostro stare da madri è una forma di nascondimento e di gloria al medesimo tempo: non si vede il nostro duro lavoro quotidiano, non c’è per esso riconoscimento pubblico o universale, anzi c’è spesso l’ostacolo, il giudizio, il pregiudizio, la messa a latere della persona che è madre, il suo più assoluto misconoscimento.

 

E in tutto questo la gioia di essere donna può anche scemare, può rendersi un’imposizione esterna dettata da finti modelli sociali e di mercato.

 

Resta solo l’intimo merito di riconoscersi gettati in un “destino di remissività”.

Arrendevolezza dell’essere madre: chi più di una donna in gravidanza e in allattamento sa che cosa sia la remissività. Che non significa passività: vuol dire assecondare e decidere di essere luogo e margine dell’essere in potenza, ovvero contorno nutritivo ed esperienziale del neonato.

 

La gioia di essere donna rinasce nelle pieghe di questa arrendevole carezza al neonato. E si sviluppa nella consapevolezza quotidiana di un valore etico dell’essere madre, nel piacere e dispiacere dell’essere donna. Nel destino e nella scelta, nella perdizione e nella gloria di se stesse, mai più solo se stesse

 

 

 

 

Letizia su questa pagina ha scritto:

Cara Alfia, ho letto il passo della Manzini, e il tuo commento. Anch'io penso che il momento in cui diventiamo madri segni la linea di demarcazione fra il "prima" e il "dopo", tra come eravamo e come non saremo più. Personalmente, l'essere diventata madre ha provocato in me un enorme cambiamento di prospettiva, ha mutato la mia visione del mondo e del mio ruolo in esso, e ciò si è tradotto in un diverso atteggiamento anche verso le cose più banali e quotidiane della vita. Conosci la canzone di De Andrè tratta dalla "Buona Novella"? in quella canzone, che parla della maternità di Maria, si dice: "...ave alle donne come te, Maria, femmine un giorno per un nuovo amore, povero o ricco, umile o messia" e ancora "...femmine un giorno e poi madri per sempre...". E' vero, ci sono donne (ma non sono tutte) che, dal momento in cui diventano madri, cambiano irrimediabilmente, e noi siamo tra quelle.

 

Ciao a presto, Letizia.

 

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