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_istanza d'amore
bambino sfondo cielo
Capisco di cosa son fatte le poesie/sono le lacrime che condiscono il sorriso/ Sono le risate piene che ti riempiono la gola/ Sono avanzi d'amore. (Alice Walker, da Poesia, Giannino Stoppani Editore, Bologna 2001, p. 34)
_neonati di giovani fate
neonato
Ti condurrei,/ negli autunni, al bordo dei verdi/stagni infiniti/ a vedere i neonati di giovani fate/ e a guardare i placidi /alberi sfioriti (Garcia Lorca, Imprevisto amore, Salani).
 
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_il mio diario del parlare materno

La lingua materna non cresce in un perfectimundo

10 dicembre 2007

 

Chi non ha mai desiderato, anche solo per un breve momento, di immergersi in un mondo perfetto, predominato da bellezza, ordine, candore e luce?

E che cosa sono in fondo l’arte, la musica, la poesia e la letteratura se non espressioni di una ricerca umana infinita di tutto ciò?

Per non parlare della filosofia, della scienza e della matematica, attività nelle quali si sviluppano, all’interno di un ordine mentale, gli aneliti più profondi verso la perfezione. 

La parola, presa come fatto in sé, è geometria linguistica che ambisce all’assoluto. Radicata nell’Assoluto (“In principio era il Verbo…..”) , essa riverbera di questa genitorialità in ogni suo afflato, in ogni suo sussurro. La parola moltiplicata per se stessa prolifica, facendo dono di un nuovo significare, nominare o semplicemente risuonare. E’ possibile talvolta percepire l’Invisibile nella parola.

E la parola materna?

Piantata solidamente nelle viscere della terra, proietta i suoi rami verso il cielo. Rende possibile la fiducia, lasciando aperte tutte le possibilità. La lingua materna è un albero maestoso dal quale si impara a credere e a desiderare il bosco che lo contiene, e ad esplorarne gli angoli chiari e quelli scuri, con piedi di bimbo.

Ma non è il mondo perfetto. Anzi, potremmo dire che il suo merito è quello di guidarci nella percezione di un mondo reale imperfetto, che la ragione vorrebbe trasmutare in un ingannevole assoluto umano.

Per questo motivo la parola materna non cresce in un perfectimundo, (leggendo lo splendido romanzo di Myla Goldberg, La stagione delle api, Fazi Editore, 2003, si ricavano numerose conferme di questa tesi, osservando gli esiti patologici di una famiglia in cui la madre sin dalla sua infanzia è ossessionata dall’idea di perfezione).

La parola materna dovrebbe essere il segno di un’Oltranza, un che di Assoluto oltre l’acquosa, sfuggevole relatività dell’essere. E’ come una scala appoggiata a un cielo azzurro, e talvolta scalarla produce un inebriante senso di vertigine. E una volta raggiunto l’ultimo gradino, è meraviglioso scoprire di possedere ali ampie e coraggiose per volare. Toccare con la punta del naso l’infinito profumo, riempirsene i polmoni e la mente, senza riuscire a contenerne l’essenza.

Mostrare il piacere di abbandonarsi alla poetica allegria delle parole senza la pretesa di possederle tutte e completamente, senza la superbia di dominare con un solo sguardo l’intera realtà da esse espressa: questo è il fine della lingua materna.

E per noi madri essa è un costante monito ad attendere l’arte antica del buon seme: marcire se è il caso nell’umida zolla per nutrire, far germogliare e crescere l’arbusto. Farsi orecchio dell’orecchio che ci ascolta sin dal primo battito nel nostro grembo, essere un umile filo per tessere armonie quotidiane, il gentile invito al sorriso e al benessere dei giorni, la vitale sorgente di calore, la fredda acqua che spegne l’ansia e il solerte incentivo alla libera ricerca di sé. Per tutto questo non basta essere semplicemente donne: ci vuole ben più forza e determinazione. La forza e la convinzione di chi, intrecciando il proprio destino a quello di un bimbo, trasforma il proprio tempo (talvolta inquieto, sì, e spesso di estenuante fatica) in una continua istanza d’amore. E proprio per questo noi madri siamo continuamente esposte al pericolo e all’errore. Come accade in ogni storia di vero grande amore.

Noi madri siamo donne che hanno rinunciato per amore alla passerella in un perfectimundo.

 

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