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_donne tra foto, realtà e iconografia
fotografa a 5 anni
Ritratto di donna/ Deve essere a scelta./ Cambiare, purché niente cambi./ E’ facile, impossibile, difficile, ne vale la pena./ Ha gli occhi, se occorre, ora azzurri, ora grigi,/ neri, allegri, senza motivo pieni di lagrime./ Dorme con lui come la prima venuta, l’unica al mondo./ Gli darà quattro figli, nessuno, uno./ Ingenua, ma un’ottima consigliera./ Debole, ma sosterrà./ Non ha la testa sulle spalle, però l’avrà./ Legge Jaspers e le riviste femminili./ Non sa a che serva questa vita, e costruirà un ponte./ Giovane, come al solito giovane, sempre ancora giovane./ Tiene nelle mani un passero con l’ala spezzata,/ soldi suoi per un viaggio lungo e lontano,/ una mezzaluna, un impacco e un bicchierino di vodka./ Dove è che corre, non sarà stanca?/ Ma no, solo un poco, molto, non importa./ O lo ama o si è intestardita./ Nel bene, nel male, e per l’amor del cielo!/ ( W. Szymborska da Vista con granello di sabbia, Adelphi, 1998, rist. 2007)
 
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_il mio diario del parlare materno

La storia di Sharbat Gula, un’icona della mia infanzia.

 

14 dicembre 2007

 

 

Chi è Sharbat Gula?

Sharbat Gula, ero io. O meglio sognavo di esserlo, come molte ragazze della mia età. Perché Sharbat Gula era bella, occhi verdi d’incanto e un viso infuocato dalla luce della giovinezza.

Il suo volto passionale e virginale allo stesso tempo, contornato da un velo color porpora, e quegli occhi immensi e sgranati (ricolmi di innocente meraviglia) apparvero nella copertina del National Geographic e fecero il giro del mondo: è stata la cover più amata e la più citata di tutti i tempi.

Nel 1983 aveva solo tredici anni quando il grande fotografo americano Steve McCurry la fotografò in un campo profughi del Pakistan.

Prima di allora nessuno le aveva mai scattato una foto.

 

Sharbat Gula NG.jpg

 

Steve McCurry l’ha cercata per diciannove anni. E’ tornato nel campo profughi di Nasir Bagh e da lì, dopo una serie di ricerche fortunate, è riuscito a trovare la ragazzina divenuta effigie sacra dei rifugiati di guerra.

All’incontro con McCurry, Sharbat si è presentata con il marito panettiere e i loro tre figli. Il fotografo le ha mostrato la sua celebre foto e lei non ha manifestato alcun turbamento. Per farsi riconoscere, ha sfilato il burqa.

 

sharbat in nero.jpg 

 

Alla sua vista, gli occhi di McCurry sono stati inondati dalla commozione. L’intensa emozione di averla ritrovata e qualcos’altro. Perché sì era proprio lei, ma, no, non era più lei. Era ciò che prevedibilmente sarebbe dovuta diventare: una donna di trentadue anni vissuta in Afghanistan tra gli orrori e le stragi della guerra, gli stenti e la fame, la mancanza di cure e assistenze mediche, l’ignoranza per dettato religioso.

Si è presentata con il suo nome: Sharbat Gula, nome che McCurry aveva immaginato diverso, probabilmente, forse più poetico, più musicale.

 

sharbat Gula burqa.jpg

Impossibile per lui comprendere appieno la reazione della donna: ella, infatti, non ha manifestato nessuna trepidazione nel rivedersi bambina; mentre lei pativa le sofferenze di tutte le donne del suo popolo, quella foto l’ha resa popolare e assai amata, senza che mai una volta, tanta popolarità e tanto amore l’abbia raggiunta. E così perché avrebbe dovuto toccarla in quel momento?

Sharbat stringe la sua foto in una mano come se agguantasse un corpo estraneo che sembra pronta ad espellere. E il burqa che la ricopre dalla testa ai piedi, sembra proteggerla da se stessa più che dagli sguardi maschili. Era questa la cosa giusta, cioè che lei non fosse in grado di ammirarsi per un fatto tanto straordinario per noi occidentali quanto insulso per lei, donna in lotta per la sopravvivenza? Purezza involontaria, la sua, che sconcerta e induce a riflettere.

McCurry, per superare l’imbarazzo e l’emozione, ha estratto dallo zaino la macchina fotografica e ha scattato altre foto del nuovo volto di Sharbat, che stavolta fissa l’obiettivo senza interesse e con infinita stanchezza.

L’espressione indifferente ma sincera, i solchi e le macchie sulla guance, la piega amorfa delle labbra, labbra che sembrano avvezze più al silenzio che alla parola, il contorno scuro del velo, sono il senso della sua vita, ciò per cui lei è ancora qui, adesso, dinanzi a noi che la osserviamo con nostalgia e inquietudine. Perché Sharbat Gula oggi è l'icona della donna in guerra: l’immagine di un malinconico terrore, come di un dolore che non conosce urlo o lamento, come di un boccone che sa di terra, sangue e sale. Le sue fattezze richiamano vissuti violenti e un percepire la vita in una corporeità privata del tempo e allontanata dallo spirito.

La Madonnina dei profughi è diventata la Madre di tutte le madonnine: un sogno, un fiore che si spezza, ogni giorno, nel cuore delle bambine dell’Afghanistan.

 

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E a proposito di foto e donne in Afghanistan, visitate il link al Corriere della sera alla pagina http://www.corriere.it/cronache/07_dicembre_17/unicef_foto_sposa_triste_7161f082-acbb-11dc-b79e-0003ba99c53b.shtml, c'è un'immagine di sposa bambina infelice, che racconta ancora la condizione femminile in quella parte del mondo. 

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