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_Nel '43....

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Foto di Robert Capa

 

Luglio 1943. Le truppe tedesche, reparti della divisione Goering (comandate dal generale Conrath e in seguito Hube),  collegate ai reparti motorizzati dell’esercito italiano, dopo essersi ritirate da Enna e dalla Piana di Catania, stabilirono il loro comando a Biancavilla e precisamente in piazza Roma (la piazza principale), nell’edificio che sovrasta l’arco Portale. Il paese fu giudicato luogo di difesa ideale perché dotato di una fortificazione naturale, l’alta rupe lavica circostante, dalla conformazione estesa, tagliata a picco, che costituiva una fascia insormontabile, a mezzogiorno dell’abitato, fino al confine con il vicino paese di Adrano.

Gli Alleati individuarono l’avamposto nemico. Dalle giogaie prospicienti situate nei territori di Regalbuto e Centuripe, orientarono le loro artiglierie contro Biancavilla. Il loro scopo era quello di scacciare i nemici, per non subire né agguati nè perdite nel corso della loro avanzata. In risposta i Tedeschi collocarono i loro cannoni antiaerei sia in piazza Roma sia nelle zone perimetrali del paese.

Tra gli abitanti del paese si diffuse il terrore di un’iminente distruzione. Molti abbandonarono le proprie case, trasferendosi nelle colline adiacenti, in direzione dell’Etna (le cosiddette “vigne”). Ma senza nessuna ragione apparente i tedeschi si ritirarono, rifugiandosi a Bronte, probabilmente per dare il tempo all’esercito in rotta di attraversare lo Stretto di Messina e ragiungere il nuovo avamposto di difesa. Il bombardamento aereo da parte degli Alleati comunque ci fu. Furono distrutte solo 5 case; sotto le macerie della sua abitazione in via Innessa rimase la signora Guardaro. Il 7 agosto Biancavilla venne occupata dalle truppe canadesi. Gli abitanti credettero in un miracolo e attribuirono la loro salvezza alla protezione di Maria dell’Elemosina, patrona del paese.

 
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-12 febbraio 2008: anniversario della morte del nonno Vincenzo

 

Una storia che parla di lui, come padre e come uomo, in un momento in cui, nel 1943, i tedeschi arrivano in paese e pongono la loro base a poca distanza dalla sua bottega. 

E' una storia vera.

Proprio oggi il tg riporta la notizia di un militare italiano ucciso in Afghanistan, l'ennesimo.

Alla sua memoria e a quella del nonno.

Contro ogni guerra.

 

 

La bambina e il soldato

 

La bambina

 

Giocavo a mmucciaredda con Pinuccia (la figlia di Sarina, la nostra vicina di casa) e tra una corsa e un salto dietro le porte e i muri delle case diroccate, ci pareva di volare. Dimenticare: il tuono delle bombe, la paura nell’oscurità, il lampo di morte che si squarciava sulle nostre teste, il sussulto della terra che sembrava inghiottirci nell’abisso. Dimenticare. Era un impulso naturale indomabile.

Giocare e non pensare. Appena si poteva. Uscire all’aria aperta. Come ivavaluci, le lumache che evadono dal loro nascondiglio dopo la pioggia diffondendosi sui muretti e lungo i bordi delle strade.

Non accorgersi della rovina. Che era ovunque. Il nostro stomaco si contorceva per la scarsezza di cibo e i nostri abiti erano brutti e laceri, di cotone vermiglio (colorati dalle mamme con le bucce di melograno).

Tutto passava in secondo piano. Persino il futuro che si apprestava incerto e indefinito, opprimente proprio come la Contessa delle nubi, la coltre bianca che a volte sta appollaiata sull’Etna come una gigantesca chioccia. E il passato si confondeva con il presente: la nostra vita, da quando potevamo averne memoria, era cominciata con la guerra. E in mezzo alla guerra era continuata.

Ricordo molto bene quando ebbe inizio, la guerra: davanti al manifesto che ne aveva dato l’annuncio in piazza si accalcarono per prime le donne formando un drappo scuro, fermo e immobile. La polvere sollevata dalla tramontana si arrestò nei loro occhi, riempiendoli di tristezza.

Con un battito di ciglia arrivò il momento della partenza, quella degli uomini più giovani per il fronte. Nel silenzio delle notti che precedettero il loro addio si levò il loro debole lamento:

Ahh, spartenza amara, viulenti e forti,

manna stenti di lu viaggiu e morti.

Ti raccumannu bedda finestri e porti,

chiamatu sugnu d’un omu forti.

Surdatu sugnu e mi n’haiu a gghiri,

cchi cci haiu nu cori nun si po’ capiri.

Le loro divise bagnate dal pianto di mogli e madri, si portarono dietro il chiarore delle case, lasciando le attese, le orazioni serali di nonna Rosa: Ccu Gesù mi curcu, ccu Gesù mi staiu. Chiamannu Gesù paura nunn’haiu. E il buio d’inchiostro delle strade di notte. Uno scialle nero che piombava improvviso sul paese e lo occultava alla vista degli aerei.

E poi una mattina le divise erano ricomparse. Divise di un colore grigio più chiaro. E di un’altra lingua. I tidischi! Urlò mio padre quando li vide. Chiuse la porta a doppia mandata e ci ordinò di non fiatare. Adulti e bambini rimasero bloccati in uno stato di muto terrore, che nemmeno i pensieri osarono violare. Aveva fatto la Prima Guerra Mondiale, mio padre, quella contro gli austriaci. E nonostante tutto non gliela aveva data vinta, non si era arreso all’odio nei loro confronti. Perché la guerra, diceva sempre, è chiddu ca ti senti, è uno stato d’animo, prima di tutto.

Giocavo, dicevo, a nascondino con Pinuccia. Toccava a me stare fuori, fare ‘u iattu e cercarla. Contai fino a dieci e gridai: “Ura è”, aspettando di udire in risposta la solita frase di scherno da parte della mia compagna: “Pasta ccu sucu è!”, che invece non arrivò. Allora mi girai.

Il cuore mi balzò in gola.

Mi trovai dinanzi un soldato tedesco. Il soldato mi prese una mano e mi avvicinò a sé. Il terrore si impossessò di me, non riuscii ad urlare o a chiamare i miei genitori, la via era deserta. Dove era finito il mio angelo custode, pensai? Dove erano tutti gli altri?

Il tedesco mi sussurrò parole incomprensibili, che però mi sono rimaste impresse, per il loro suono dolce, denso, benevolo, eppure per me allo stesso tempo distante, estraneo, fastidioso: Anne, Süße  (Anna, cara), mi disse, Liebling , ich bin Papa, Papa, (amore, sono papà, papà). Piangeva. Mi prese in braccio e mi strinse a sé. Continuando a piangere diceva sempre quel nome Anne, Anne, Anne, che ripetè più e più volte, come in un delirio, in una sequenza ossessiva. Il cuore mi batteva all’impazzata. Non sentivo più niente. Percepivo solo l’odore acre della sua divisa, il tanfo che proveniva dalla sua bocca e le sue lacrime che inumidivano le mie guance e i miei capelli.

Improvvisamente mi sentii afferrare di nuovo, con grande forza. Qualcuno mi stava strappando dalle mani del tedesco, lanciandogli contro parole di rimprovero brutali. La voce era quella di mio padre ma stentai a riconoscerla inizialmente. La sua violenta severità mal si adattava all’immagine di uomo mite che avevo di lui e ne trassi un profondo turbamento. Ma il fatto di ritrovarmi avvolta dalle sue braccia, in un gesto protettivo, confortante e sicuro, mi rasserenò.

Il tedesco dinanzi alle proteste di mio padre rispose confuso e visibilmente scosso: Entschuldigung, Entschuldigung (scusate, scusate). Indietreggiò debolmente, annichilito, sconvolto. Poi estrasse da una tasca il foglio sgualcito di una lettera, ripiegata in due, dalla quale cadde una foto. Il soldato la raccolse tremando e dopo averla baciata teneramente, la offrì a mio padre. Meine kind, (la mia bambina), disse. Era il ritratto di una bambina. Mio padre trasalì nel vederla, come se l’avesse riconosciuta. Notai un velo di commozione comporsi nei suoi occhi. I due si guardarono intensamente, affondarono uniti in un flusso di pensieri senza tempo, senza distanze, senza parole, nel quale disparvero per pochi istanti e dal quale infine riemersero con un sorriso timido, lievemente imbarazzato. Mio padre fece un cenno di assenso con la testa, restituì la foto al soldato e, tenendomi stretta a sé, mi riportò a casa.

 

 

Il soldato Hans (la sua lettera alla moglie)

 

Cara Brigitte

non sono riuscito a chiudere occhio tutta la notte al pensiero di te e della nostra piccola. Immaginavo di avervi accanto e di cantare ad Anne, Still mein süßes Kind, Draußen weht der Wind….. Invece siete così lontane e sole (quanto siete lontane, lontane da me!).

Qui la sera si assapora un vento caldo, benigno e vitale. Eppure irreale proprio come irreali appaiono queste nuvole. A volte sembrano illustrare storie vissute, raccolte dall’alito del vento. In verità  sono immagini passeggere intrappolate in una giostra di cielo, come noi soldati, noi dentro questa interminabile guerra.

Aspettiamo: dovrà succedere qualcosa, nei prossimi giorni. Che cosa?

Ed io? Quando potrò riabbracciarvi?

Mentre il sole siciliano asciuga il mio dolore, invidio la calma di questi sguardi, impressi di semplici ardori che vorrei imitare. Come? In sogno forse, benché i miei sogni nell’ultimo anno hanno stentato a trovare la soglia di casa. Mi ripetevo: Hans, la tua vita potrebbe svuotarsi oggi stesso senza ricevere il dolce rintocco di una campana al tuo paese. E la mesta caducità delle foglie sembrava volermi raccontare il futuro.

Oggi però è accaduto qualcosa che mi spinge a credere, risvegliando la speranza che ho portato saldamente appuntata al petto.

Oggi ho ritrovato la mia bambina. L’ho stretta al mio cuore, le ho parlato del mio amore, come facevo quando eravamo vicini. Per pochi secondi, pochi infiniti dolcissimi secondi. Ma non era la mia bambina, era la sua copia, il suo simulacro vivente in Sicilia. E quando mi sono svegliato da quest’incantevole sogno e ho dovuto restituire la bambina al suo vero padre, ho compreso la verità su di me, su di noi, su questa sporca guerra. Ho capito che solo l’amore (l’amore vero, quello che ho per voi e da voi) può trascendere il male, la sofferenza, la guerra. Solo l’amore può soffiare sulla vita, rinnovandola senza fine. Solo l’amore dei padri verso i propri figli potrà spegnere i fuochi di questa come di tutte le guerre.  

 

Tuo Hans

 

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