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la redenzione è in noi

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Un momento delle prove con Cristo visto di spalle

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Cristo di fianco

 

 
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_16 marzo 2008

 

Prove d’Eternità

Le prove della processione del “Cristo alla colonna” nella chiesa del Rosario di Biancavilla

Riflessioni a margine

 

 

Nell’ora arruginita di un soleggiato pomeriggio, il giorno sembra ritorcersi, strizzarsi: lacrime, sudori, vapori d’umanità colano senza tregua nella bacinella del silenzio. Ecco il nostro oggi, asciutto, pulito e ripiegato in due come un lino bianco; per un istante lo ripongo in un angolo. Ho altro da fare. Il mio cuore mi chiama, avanza piano oltre la cortina del fuggi-fuggi quotidiano, mi prende per mano, mi incoraggia e mi sorride: ricordi il tuo appuntamento? Oggi si prova il “Cristo alla colonna”. Ah, sì, è vero.

In pochi minuti mi trovo dinanzi al fercolo con il Cristo flagellato e attorno ad esso un nutrito gruppo di giovani.

Osanna!, vorrei esclamare (e non solo perché è il giorno della domenica delle Palme).

Ma mi trattengo.

I fratelli più giovani della chiesa del Rosario stanno provando l’assetto dei 3 gruppi che sorreggeranno la scultura lignea e il suo supporto di base lungo il percorso della processione del Venerdi santo. La processione serale attraverserà tutto il paese e questi giovani dovranno a turno trasportare un peso complessivo di 450 chili.

“Tenete le gambe bene aperte” li esorta Dino, uno dei fratelli, tra i più appassionati ed esperti, puntuale conoscitore di questo primigenio Mistero dei Tri Misteri. “Altrimenti avrete male alle ginocchia”, aggiunge di rimando un altro fratello più anziano, maestro in pensione, che segue tutti i movimenti dei ragazzi come se fosse ancora  in una delle sue classi.

“Forza, partiamo! Prima il piede sinistro e poi il destro, dondolando dolcemente tra un passo e l’altro”, continua Dino con grande fervore.

Mi trovo a un lato del fercolo e quando lo vedo muovere i suoi primi passi vorrei quasi sfiorarlo. Le spalle ricurve del Cristo indicano la sua condizione di grande patimento, e raccontano molto di più della Passione di Gesù. Lo comprendo bene solo ora: quella schiena piegata sostiene un carico invisibile, infinito, e i ragazzi che lo puntellano partecipano ad un gioco sacro di linee e di archi, di pesi e di contrappesi, in una continuità plastica di natura religiosa ed estetica.

Visti da dietro, le spalle del Cristo e dei fratelli assumono le fattezze di una lettera misteriosa, un’alfa forse o un’omega.

Le ginocchia non devono stare ritte, devono piegarsi leggermente. Le membra superiori da un lato devono lambire dolcemente il fianco e dall’altro devono abbracciare il legno circondandolo con il braccio.

Avanza il Cristo come una gondola su una laguna di pietà.

Galleggia sulle teste dei fratelli.

Dino si emoziona mentre racconta della discesa del fercolo lungo la scala della chiesa, al momento dell’uscita. “Al buio”, mi dice, “appare sospeso nel nulla. Si vedono solo le nostre mani, una dopo l’altra mentre lo sollevano”.

Intanto, lo spazio di una chiesa dorata circonda la nostra esistenza. E niente è più indispensabile, niente appare più necessario.

Gli oggetti che ci circondano sono una sponda d’approdo per le nostre vite, per questo nostro viaggio intrapreso nel tempo.

Quale tempo? Il tempo sintetico e misterioso del sacro, crogiuolo insondabile in cui l’Eternità raggiunge l’attualità, frapponendosi tra l’ordine del compiuto e quelo dell’incompiuto.

Un uomo anziano entra in chiesa, osserva la scena e va.

“E se anche conoscessi tutte le lingue del mondo e non avessi l’amore allora io non sarei nulla”, pensa tra sè e sé, “Mio Dio, io non sono nulla, io non ho amore, nessuno mi ama”. Il vecchio incurva le sue spalle e sparisce nell’ombra della piazza.

Una pagina di giornale sfogliata dal vento cade sotto il mio sguardo. Riporta le incisioni della storia, viscere o inferi di un altro ordine temporale, che ora si spalanca ai miei piedi.

Monaci tibetani uccisi e picchiati per strada, un giovane operaio rimasto schiacciato da una ruspa, le mani bruciate di un nigeriano mentre raccoglie i pomodori in un campo di Foggia, il suicidio di un padre, lavoratore precario, che non riusciva più a mantenere la sua famiglia, la testimonianza di Bassam Aramin di Gaza che ha deciso di non vendicare l’uccisione della figlioletta di dieci anni da parte dei soldati israeliani, e un elenco, un terrificante elenco di soldati italiani uccisi in Afghanistan e in Iraq.

Che cosa c’entra tutto questo con le prove di una processione religiosa?

Cristo alla colonna rivolge i suoi occhi sofferenti in direzione di un orizzonte immenso a noi ignoto. Lungo una traiettoria di secoli e secoli, nell’urlo cosmico e individuale di un’umanità che sbrana se stessa in ogni istante,  vi è un’inesauribile riserva d’amore per chi non ne ha.

L’amore, che cos’è?

Un passo verso il prossimo, una danza forse.

L’annacata, ultimo movimento di un rito che affonda le proprie radici nella notte dei tempi, è rappresentazione estrema e metaforica dell’amore di Cristo. Tre passi avanti e uno indietro, dondolando un po’: è l’andatura dei fratelli prima di rientrare in chiesa.

Danza, oscillazione, simbolo, ritmo, forma: sono ingredienti esemplari dell’amore. Con questo modo d’incedere, i fratelli eseguono il passo dell’estasi: una sorta di contemplazione del divino che si realizza con tutto il corpo.

Esattamente come avviene nel Cantico dei cantici, l’innamoramento spirituale tocca i vertici della sensibilità attraverso le movenze estatiche del corpo.

In questa danza ciascun confratello arriva a dimenticare il proprio io, trascendendo il proprio corpo, e annullandosi nell’armonia del gesto sacro. Entra nel sangue una linfa sentimentale che muta in un inaspettato deliquio dell’anima. Sopraggiunge così la malinconia, il sentimento di un vuoto incolmabile, causato dall’imminente distacco dal simulacro sacro che si è portato in spalla fino a quel momento.

Eppure, nonostante tanta tristezza, la danza di questi giovani esalta un bene profondo, un cerchio, una dimensione alla quale essi mostrano di appartenere; un anello di coralità, di fratellanza, di similitudine. Con questa danza essi coltivano l’archetipo divino, partecipando ad esso come le gocce d’acqua dentro un oceano sconfinato.

In chi assiste alla loro danza, invece, si apre un orizzonte felice e benefico, che tramuta nell’intuizione noetica di Dio.

Stare ai piedi del Cristo alla colonna, trascinando il suo dolore, svela, in modo semplice e straordinario, una potente verità: la vita eterna non ha origine fuori di noi; è radicata in noi, cresce nel più profondo di noi stessi.

Per questa ragione, mi ripeto, il male del mondo non può distruggere la fede. Il male ci appartiene, ci circonda, ci disturba. Noi stessi facciamo del male. Più di quanto non ce ne rendiamo conto, più di quanto sarebbe nelle nostre intenzioni. Eppure la fede ci dà speranza, ci incoraggia ad amare, passando oltre le insidie del mondo. In fondo la processione del Cristo alla colonna nella cornice sacra dei Tri Misteri, rappresenta l’incrollabilità del bene in mezzo alle crudeltà e al marciume del mondo. L’Eternità del bene di fronte alla deperibilità del male. 

Tutto si ripete, tutto ritorna, il male, il bene, la Passione e la Pasqua.

Ma ogni cosa, ogni evento, ogni persona che si ripete rimane di per sé irripetibile.

Come l’Amore.

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