Brevi note di femminilità nell'opera dei pupi
Ciò che questo spettacolo ci offre di più bello, non sono tanto i suoi eroi quanto i suoi angeli. [….] questi esseri plananti che ondeggiano all’estremità di un filo, tenuto sospeso, si direbbe dalla mano di Dio; che non posano il piede a terra e anche immobili, frenati nel volo, fremono ancora intensamente, come incapaci di dominare lo slancio che è in loro. Separano dai cadaveri le anime che portano con sé, veloci come il lampo, con un gran fruscio di seta stropicciata.
Sono le parole con cui Marguerite Yourcenar descriveva l’opera dei pupi siciliani, in uno dei suoi taccuini di viaggio, del 1938.
Marguerite rileva l’assenza di pubblico femminile.
Che l’opera dei pupi sia stato teatro destinato ai soli uomini è fatto testimoniato anche da mia zia, che essendo una bambina all’epoca in cui mio nonno metteva in scena i suoi “Reali di Francia”, assisteva di nascosto alle serate per non incorrere in severe punzioni.
Maschilismo nell’opera dei pupi?
Se penso a certe figure femminili di teatranti come la signora Italia Napoli o, per andare agli inizi del ‘900, la madre del grande attore scomparso Ciccino Sineri, non si può dire che il teatro dei pupi fosse precluso alla donna, che anzi presta la propria voce alle varie Clorinda e Angelica, dando magnifica prova di drammaticità. Ma è pur vero che l’opera dei pupi come spettacolo culturale è stato destinato esclusivamente a un pubblico maschile. E’ ciò ha comportato una certa propensione da parte dei pupari all’uso di un linguaggio in sintonia con l’immaginario maschile. Talché gli eroi mostrano caratteri e note antropologiche tipiche del maschio siciliano di inizio ‘900, mentre le eroine, pur in una versione androgina, mostrano tratti di debolezza e di fragilità derivati da un’immagine maschile della femminilità propria del tempo.
Marguerite parla però di questi pupi come di angeli e cita un verso di Baudelaire. Mi colpisce questa visione eterea dei pupi che nel mio immaginario sono invece connotati da un’intensa e marcata fisicità. Ma se si considera il periodo in cui ella scrive, si può intuire che questa angelicità sia il riconoscimento femminile di un ordine simbolico al quale in fondo ha attinto e attinge ancora oggi l’Opera: la metafora dell’esistenza al cui centro vi è un’anima mossa dall’ignota mano di un dio che muove i suoi fili invisibili verso un destino, eroico e pertanto epico, altrettanto sconosciuto. L’anima, archetipo femminile, confinata in un ordine corporeo maschile, si dibatte di fronte alle sfide che le si presentano, “freme”, eppure riesce, tra mille vibrazioni sonore, a librarsi in alto, rendendo visibile l’alterità conquistata, nell'aura eterna di un essere in volo.
Alfia Milazzo
10 ottobre 2006
Marguerite Yourcenar, En Pèlerin et en étranger, Paris, 1989; trad. it. E. Giovanelli, Pellegrina e straniera, Einaudi Tascabili, Torino, 1993, p. 34.