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_i pupi sono poesie d'amore per la vita

12 febbraio 2007

Oggi è il cinquasettesimo anniversario della morte del nonno Vincenzo. Che cosa c'entra questo giorno, questa ricorrenza con il parlare materno? La mia lingua riporta tracce antiche che richiamano in molti modi la figura del nonno Vincenzo e la sua attività di puparo. La sua forza, la sua memoria preme nel mio cuore sin da quando ero bambina. E oggi, specchiandomi nell'immagine del suo viso, che tante volte ho accarezzato con la mano del sentimento, ho trovato nuove vie di riflessione sul suo mondo, su quello dei suoi paladini e sul nostro presente.

Cosa narra infatti la chanson de geste? La guerra tra mondi e culture diverse, dei mori contro i paladini di Francia.

Al tempo del nonno Vincenzo, era la guerra tra le forze anglo-americane e quelle italo-tedesche.

Non è un caso che nel 2004, anno in cui ho iniziato la mia ricerca sui pupi del nonno, gli Stati Uniti (con italiani e inglesi) hanno iniziato la guerra con l’Iraq.

Ma la guerra non apparteneva al nonno, né ai suoi paladini (e tanto meno a me): la battaglia dei pupi è in verità una danza tra opposti-non opposti. Sì v'è il fragore dello scontro di spade e di durlindane, il ritmo frenetico di lame e di zoccoli di legno battuti sul pavimento, ma dov’è la violenza della guerra? La simulazione del duello ne afferma l'inconsistenza reale.  

Mi impressiona la finzione scenica del sangue che cola dalla testa di Orlando…..il suo sangue sembra scivolare via come l’acqua e non sembra sporco. Eppure è il sangue di Orlando! Commuove per la sua semplice drammaticità. Di fronte alla morte dell’eroico paladino una foglia cade dentro i miei occhi. Sembra che qualcosa di lui sia morto dentro di me. E il cielo tenebroso dipinto sul fondale non assomiglia alle immagini di un bombardamento di Baghdad. La guerra di Orlando è come la sua morte: unisce e riappacifica. Durante gli spettacoli del nonno la platea invece ruggiva, si scalmanava, dava di matto…..Picchiava il pupo di Gano di Magonza, vile traditore, metafora popolare del male.

La catarsi dell’Opera dei pupi permetteva agli spettatori di sfogare la rabbia repressa nei confronti dei potenti, usurpatori di diritti.

Ma oggi quegli stessi pupi, paradigma e soluzione della guerra, chiusi in sacchi di tela dai mille colori, formano una lunga bandiera di pace. Visti così, nella loro muta sfilata di una bottega di puparo, non v'è dubbio che essi siano entità simboliche di per sé pure, innocenti, prive di colpe. La guerra è solo il pretesto formale del loro agire sul palcoscenico. Il loro essere intelligibile alla mente degli uomini dipende dalla bellicosità delle loro movenze? La loro essenza è in verità oltre la scena, è nell'anima del puparo, nella sua ultima, estrema poesia d’amore per la vita.

Come quella che il nonno Vincenzo non ha mai finito di scrivere.....

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