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_ 12 giugno 2010

 

 

 

Caffè lento

Cammino nervosamente lungo una delle vie principali di Catania, tra lussuosi negozi e …. E auto fuoristrada corazzieri e smog e sono in ritardo e sono sempre in ritardo e ho mille cose da fare che non riuscirò a fare oggi e la mia vita è complicata e devo riuscire in molte cose e molte persone si aspettano da me cose e forse li sto deludendo e i miei figli e la mia famiglia e quella ricerca rimasta appesa a un filo e chissà cosa penseranno di me e vorrei partire viaggiare e i sogni sono migliaia e non c’è tempo di distribuirli in fila e quella pagina bianca e l’ipocrisia e l’invidia di certa gente e l’irresponsabilità di tutti e l’incoscienza dei nostri tempi e l’ignoranza e l’alfabeto della paura e il male del nord e del sud e il mare nostrum e l’inquinamento e ….

Mi fermo per un secondo. Fingo di guardare una vetrina. E’ solo una scusa per bloccare il galoppo dei miei pensieri. Faccio un bel respiro e tento di concentrarmi sul soffio d’aria che si libera dal mio petto. Aria. Ossigeno poco, ma quel poco è sufficiente per vivere. Capire questo  è un primo passo. Sollevo lo sguardo e mi accorgo che dietro un cancelletto spalancato vi è una scala in cima alla quale campeggia la scritta “Bar Atan”. Attratta dal nome e dalla prospettiva di un caffè attraverso il cancelletto e salgo fino alla porta di legno blu con due vetrate bianche.

Entro. Il mio sguardo coglie la stranezza del luogo. Nessun tavolinetto, solo sedie disposte ai lati e in fila secondo una logica fuori dal comune. E il bancone, è anomalo, una piccola sponda di marmo scuro che si apre su una stanzetta minuscola nella quale si trovano la macchina per il caffè e un frigo per i succhi di frutta e il tè. Non vedo il barman, solo una sagoma che si muove sotto il banco. “Colazione a un euro!” recita un cartello appeso al muro, colorato a pennellate irregolari, su muri di vecchia data, e intanto osservo meglio gli unici avventori presenti: un ragazzo di colore che ha tutta l’aria di essere un vucumprà, parla ad alta voce, e allarga le mani in segno di arrendevolezza, e un tizio con i capelli rasati a spazzola, un giubbotto di jeans, una borsa a tracolla, e un sorriso incontenibile sottolineato da un leggero strabismo, e infine, seduto di fronte a loro, un uomo con la barba incolta, una camicia elegante di colore grigio, aperta davanti, e i calzoni leggermente sgualciti, tenuti da due bretelle blu, che ogni tanto fa schioccare sul torace, con ritmi sincronizzati alla Stomps .  

“Desidera?”, chiede una voce femminile alle mie spalle. E’ una ragazza con occhialini neri, camicetta bianca e pantalone classico in cotone blu; mi sorride con occhi luminosi e belli, non è una cameriera, né una barista, perché non ha l’abito ne l’aspetto, ma una che sa che cosa sto pensando, perché i miei dubbi sono per lei materia professionale.

“Un caffè, grazie”, le rispondo in modo affabile, rasserenata dalla sua partecipazione.

“Un caffè per la signora!” ribalta lei alla sagoma ancora nascosta dietro il bancone.

“Va bene”, conferma il barman, sollevando finalmente la testa e mostrando  a sorpresa un volto femminile, giovane, con i capelli cortissimi, radi, un fisico corpulento, addolcito da una divisa rosso fuoco, con qualche macchiolina qua e là.  

Si avvicina il tizio con le bretelle e comincia a frugare nel suo portafogli, in preda all’ansia, gira la testa a destra e a sinistra, poi continua a scavare nelle tasche dei pantaloni, con crescente tensione. La ragazza dagli occhi belli si avvicina a lui e poggiandogli una mano sul braccio gli domanda se ha bisogno di qualcosa. “Vorrei un tè freddo, ma non ho soldi, non trovo i soldi, i soldi, i soldi” risponde in preda al panico.

A questo punto la barista con la testa rasata interviene con un mezzo ghigno dicendo “Eh, quanto mi costi, quanto mi costi! Come lo vuoi alla pesca o al limone?” E lui acquietato, gli ricambia il sorriso affermando: “Alla pesca, ma vorrei pagare lo stesso, con un bacio, posso darti un bacio?”

“Certo, risponde la barista, gira da questo lato”. I due si abbracciano e lui le da un bacio sulla guancia, fraterno, gioioso, autentico.

Bellissimo questo posto, questo bar gestito da una cooperativa di “matti”, dove puoi fare colazione con un euro in pieno centro, e soprattutto dove ti regalano tè in cambio di baci.

La cooperativa funziona, mi spiega dopo la ragazza con gli occhialini, che vi lavora come psicologa, e da i frutti sperati, i ragazzi migliorano e in più si aiutano a vicenda.

Alla fine sorseggio il mio caffè lentamente. Non ho più fretta, non ho più pensieri al galoppo.

Ora il mio cuore è pieno di tenerezza e di calore umano.

Mi allontano con un sacchetto pieno di tutto ciò che sono riuscita ad acquistare e con una riflessione annodata al polso, da non dimenticare mai: per arrivare in fondo alla vita a volte basta prendere un caffè.  

 Alfia Milazzo

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