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_Il mio diario del parlare materno

14 gennaio 2007

PAROLE NELL’ACQUA

Il mio bambino nuota sereno in piscina, abbandonandosi al gioioso sciabordio dell’acqua. Ad un tratto avverte la carezza del mio sguardo e si ferma per cercarmi; mi scorge e, felice, mi saluta con la mano. Poi con un guizzo da delfino si sporge e si tuffa. L’acqua gli stampa un bacio sulla guancia. 

 

Nuotiamo e senza rendercene conto ci ritroviamo in una condizione primordiale, nella barriera corallina del tempo, tra flutti placentari e onde sonore ovattate. Nuotiamo e l’acqua avvolge e sorregge il nostro corpo, in un controcanto acustico che s‘imprime nella nostra memoria, minuto per minuto, battito dopo battito. Esattamente come fa la lingua materna con il nostro essere. L’acquaticità linguistica prenatale dischiude il mondo al mondo e la madre nelle correnti intrauterine è insieme musicista e strumento di un  irripetibile concerto del mare. Conchiglia e vento che l’attraversa, nutre in sé una minuscola porzione d’essere che farà l’uomo e la donna di domani.

 

E dopo la nascita, che ne è di questo sfondo musicale, della sua magica capacità di fecondare nella persona un coagulo di vita, memoria, coscienza ed emozione?

 

Michel Faber si serve proprio del nuoto per mostrare come la lingua materna, una volta donata dalla madre al figlio, possa tornare indietro, dal figlio alla madre, fornendo ad entrambi una via di salvezza.

Nel racconto Nuotatori veri (pubblicato da Einaudi nella raccolta I gemelli Fahrenheit),  Gail, un’ex tossicodipndente che sta cercando di disintossicarsi, rivede il figlioletto Anthony, affidato dai servizi sociali a un’altra madre, nel corso di appuntamenti programmati e sorvegliati. Un giorno madre e figlio vengono accompagnati in piscina e qui accade l’inaspettato: il contatto dei loro corpi nell’acqua riduce le difese dell’uno verso l’altra, risvegliando il loro legame naturale e soprattutto, la voglia di vivere in Gail.

Il dialogo tra i due è filtrato dai pensieri e dalle paure di Gail:

 

“Anthony parve ignorare la proposta e si girò verso il lato della piscina dove un italiano corpulento giocava con la figlioletta. La sollevava fuori dall’acqua, bilanciava bene il peso sulle braccia e poi la lanciava più in alto e più lontan che poteva […]

- Lo fai anche a me? – chiese Anthony.

No, pensò automaticamente Gail, come sempre quando le chiedevano di tentare qualcosa che non riguardasse l’eroina. Qualsiasi altra cosa era difficile.

[…]

Le cose andarono che lei lo sollevò e lo lanciò più lontano che poteva. Lui urlò deliziato, proprio come la figlia dell’italiano. Era così facile.

- Ancora! Ancora! – squittì Anthony tornando verso di lei, e lo fecero ancora. Aveva dimenticato ogni cautela verso di lei e Gail si sentiva tanto sicura da affrontare l’eventualità che gli tornasse la memoria”[1].

 

Gail ed Anthony cominciano a nuotare, aggrappati l’uno all’altra e l’acqua li restituisce a una identità dimenticata, il cui fondo è l’abisso del loro amore. Intenso come un abbraccio desiderato e recuperato, debole come il filo che li lega uniti alla vita.

 

La psicanalista infantile Dolto descrive il compito educativo della madre nei confronti del figlio neonato come l’immersione in un “bagno di parole”, facendo un parallelo tra acqua e linguaggio. E Chiara Zamboni, nel suo libro in cui riflette sulla ricchezza e la concretezza della lingua materna, Parole non consumate, esordisce con un parallelo tra parola e nuoto: “Si cammina sulle rocce del mare e all’improvviso, per un niente, si perde l’equilibrio e ci si trova in acqua. Si nuota allora perché altrimenti si va a fondo. Si è nella necessità di nuotare e lo si fa senza intenzione. Si agisce senza pensiero. Così è del parlare: si parla e non abbiamo uno scoglio per arrampicarci e guardarci dall’alto parlare. E’ come se fossimo sempre fuori al largo”[2].

 

E se la sapienza dell’acqua ci sostiene, possiamo provare ad abbandonare ogni riserva e timore, "nuotare" fiduciosi verso chi con il suo amore, ricolma la nostra vita di luce e colore.

Come capita a me, in questo momento, andando incontro a quel bimbo che prima mi salutava nuotando.  



[1] Michel Faber, Nuotatori veri , ne I gemelli Fahrenheit, Einaudi, Torino, 2006 (trad. it. di G. Granata).

[2] Chiara Zamboni, Parole non consumate, Liguori Editore, Napoli, 2001, p. 1.

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