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_Il mio diario del parlare materno

16 giugno 2006

Nonna Maria abitava in via Mameli, in una casa piccina picciò, disegnata apposta per impare a contare: una terrazza, due balconi, tre scale, quattro stanze, cinque porticine….. Per arrivarci dalla via Innessa, dove viveva la mia famiglia, dovevo fare un breve tratto di strada, tra le più antiche del mio paese, e passare sotto un arco detto "Arco di San Giuseppe". Qui sorgeva una bottega di falegname, e non è un caso che nella mia immaginazione associassi San Giuseppe all’artigiano che vi lavorava. Dalla bottega proveniva un indimenticabile profumo di legno intagliato, accompagnato da suoni "biricchini", "RRRisp, rrrasp, zzziiiii, zzzà". Conquistata da questi strani suoni, la mia mente vagava tra le righe del libro che mi leggeva la mamma, Le avventure di Pinocchio, laddove si parla di mastro Ciliegia: "E ripresa l’ascia in mano, tirò giù un solennissimo colpo sul pezzo di legno. – Ohi! Tu m’hai fatto male! – gridò rammaricandosi la solita vocina." Nel primo capitolo, Mastro Ciliegia, che non vuole avere niente da spartire con i pezzi di legno che sanno piangere e ridere come un bambino, regala il tronco parlante a mastro Geppetto, che ci fa un burattino.

Quel "RRRisp, rrrasp" era per me un suono familiare e non solo grazie a Collodi. Mi sono sempre chiesta se mio nonno puparo avesse mai pensato di costruire un pupo che assomigliasse a Pinocchio. Non so se lui conoscesse la storia, ma è certo che nel suo cuore scorresse lo spirito fanciullesco di Collodi.

Lasciato l’Arco di San Giuseppe, si attraversava una via stretta come un budello nella quale si aprivano cortili e vicoletti, popolato da una vivace umanità di donne giovani e anziane, e di bimbi dagli occhi scuri, raccolti in disparate attività di lavoro o di gioco, riuniti in miracolose nicchie corali. I cortili frinivano, ronzavano, melodiavano senza fine, in un susseguirsi vocalico di lingua materna: "iu, tu. Iddu, Idda. Teddu, Puddu, Mmisca, Mpisa. Pani, ogghju. Mmuccia, truscia. Siccu. Saccu".

In questi cortili chiusi da un grande portone, u’ purticatu, le donne si ritrovavano a recitare il rosario della Nuvena, raccolte attorno a un altarino o tareddu che rappresentava la scena della nascita di Gesù e quindi costituiva una specie di piccolo presepe. Il rosario si recitava anche durante tutto il mese di Maggio. L’appuntamento era alle cinque del pomeriggio. Mia nonna mi portava con sé, coinvolgendomi in una serie di orazioni, che non conoscevo bene e fingevo di salmodiare muovendo appena le labbra. Alla fine, si recitavano le litanie. E a quel punto per me diventava tutto più facile: bastava rispondere come facevano le astanti in latino "volgarizzato" "ora bro nobi" alle invocazioni della capofila e tutto andava liscio. Alzavo la voce, e le davo il tono solenne, contrito e lamentoso che avevano le donne più pie. Ma cosa significava "Ora bro nobi"? mi chiedevo pensierosa tornando a casa, mano nella mano della nonna. Boh? Forse è una formula magica, utile quando non riesci a prendere sonno. Come in certi pomeriggi d’estate, quando la mamma ci metteva a letto per il pisolino pomeridiano e io non vi riuscivo. Per aiutarmi in questo difficile momento mi ripetevo: "ora bro nobi, ora bro nobi". E a furia di ripeterlo finalmente mi addormentavo.

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