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_una maestra in gravidanza
_una foto della scuola Martina
Un tempo la maestra era anch'essa portatrice di lingua materna. Nella sua figura gli alunni vedevano una vice-mamma. Nella storia che ho qui raccontato i nomi dei bambini sono inventati, mentre sono veri gli episodi che vi sono narrati.
_storia di eroismo quotidiano
_la classe vista da dentro
La storia vera di mia madre, maestra per 10 anni di una scuola rurale di Biancavilla, la Martina, mi ha insegnato che nel quotidiano agire delle donne vi è un eroismo senza voce, poiché è difficile trovare qualcuno che ne parli. A mia madre, dunque, alla nonna Maria, e a tutte le eroine del quotidiano, dedico queste insulse righe di racconto. Sperando che qualcuno, leggendole abbia voglia di raccontare la storia delle donne ordinariamente straordinarie che ha avuto modo di incontrare.
 
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_Il mio diario del parlare materno

18 settembre 2006

Di prima mattina due donne avanzano lentamente in una strada di campagna in salita. Una è giovane, occhi grandi e verdi, capelli neri e corti, pelle chiara; e un’altra più anziana, stessi occhi, capelli bianchi, raccolti alla nuca, vestita di nero. I loro piedi cercano varchi sicuri tra i sassi di lava che sono sparsi sul terreno scosceso. Si tengono a braccetto, sostenendosi l’una con l’altra per non vacillare. La fatica disegna sui loro volti piccole rughe che il sole già caldo tende a sottolineare. La donna giovane porta dei libri con sé, li stringe al petto, e ogni tanto li passa all’altro braccio per non stancarsi. Quella anziana tiene in mano una borsa, dalla quale sporgono aghi per la maglia e gomitoli di lana colorati. L’aria profuma di rosmarino e di origano selvatico. A tratti, le raggiungono ali di frescura, dono munifico di numerosi ulivi, chiusi in recinti di pietre. Si odono greggi belare e scampanellii di mandrie. Il richiamo dei pastori è un lungo iato che si stempera nel suono di uno zufolo più lontano. Iàaaaa, èeeuuuu. Fiiiiii. Un cane abbaia. Poi tutto tace.

Qua e là qualche ginestra, vinta l’asprezza del terreno, esplode gioiosa in odorosi zampilli fioriti. Le due donne parlano a voce bassa, a volte sorridono. L’ironia nei loro discorsi annega l’ansia stagnante nei loro cuori.

La donna giovane è una maestra. Quella più anziana, sua madre. La strada le conduce fuori dal paese, alla cima di una collina, dove sorge una piccola scuola di campagna, un'unica aula per le cinque classi, frequentate dai figli dei pastori e dei contadini della Martina, contrada agricola di Biancavilla.

L’edificio, un fatiscente casolare di fine ’800 in pietra lavica, si trova al centro di uno spiazzo in terra battuta. In un angolo vi è un pozzo per raccogliere l’acqua piovana. Un noce lo ripara dal sole. Tutt’attorno ancora ulivi, fichidindia e pietre. Sullo sfondo si erge l’Etna. Il suo colore varia dal bianco candido della neve invernale al nero scuro del periodo estivo. Insegna l’incessante mutare delle cose, il loro eterno passaggio da un opposto all’altro. I suoi crateri rosso fuoco, le scosse soventi di terremoto richiamano alla caducità dell’esistenza. Ogni forma di vita che si affaccia su questa terra nasce con il contrassegno di esistere ai piedi di un maestoso vulcano. La prima lezione che i bambini ricevono è questa: “Va tutto bene, salvo che….”. L’Etna è un sottinteso insondabile e arcano, un immenso interrogativo che non si osa affrontare.

Siamo agli inizi degli Anni ’60. Molto è cambiato nella scuola rurale rispetto al periodo fascista, in cui la maestra ha frequentato le sue elementari.

L’insegnante non deve più giurare fedeltà allo Stato e iscriversi al partito fascista. La scuola rurale ha cambiato nome: adesso è la “Scuola Sussidiaria”. Durante il Fascismo vigeva l’ideologia esposta da Bottai nella "Carta della scuola rurale", del 1940, secondo la quale il maestro, accanto alla funzione didattica doveva svolgere un ruolo sociale e politico ben preciso nei confronti della classe contadina. L’insegnante doveva far sì che gli alunni comprendessero l'importanza economica e intellettuale della vita in campagna. Inoltre, doveva aiutare i fanciulli ad imparare l’italiano, pur sapendo che da questo popolo non sarebbero nati nuovi maestri né altre figure professionali di stampo intellettuale. I programmi della scuola rurale erano basati sulla convinzione che il mondo contadino dovesse essere sostenuto e valorizzato, in quanto, il suo spirito conservatore era in grado di generare stabilità politica e culturale. Ma al di là della retorica di regime, questa classe era rimasta ai margini della società italiana.

Nel dopoguerra la scuola italiana, dopo un lungo e travagliato dibattito, imbocca la via del cosiddetto “attivismo cattolico”: al centro dell'insegnamento si vorrebbero “l’intuizione, la fantasia e il sentimento” degli alunni (così recitano i nuovi programmi introdotti dal ministro Ermini nel 1955), ma nei fatti questi possono esprimersi liberamente a patto che si riconosca la dottrina cattolica come fondamento e coronamento dell’educazione scolastica. Si dà per scontato che gli alunni siano tutti cattolici e credenti, come pure gli insegnanti.

Così è in effetti nella nostra storia, dove la maestra e gli studenti non fanno eccezione, sono cattolici. 

Sono le ore otto in punto. La maestra arriva alla porta del casolare. Da una tasca del vestito prende una chiave, l’infila nella toppa della porta e apre. Dal retro del muretto, si materializzano due alunni. Sono Giovanni e Ninuzzu, rispettivamente di 9 e 10 anni, frequentano la classe quarta e quinta. Arrivano tra i primi perchè il padre, che fa il casellante alla stazione della Circumetnea, li sveglia all’arrivo del primo treno da Catania, quello delle sei e quaranta. La maestra li saluta e loro ricambiano con un cenno del capo. Sono abituati a parlare poco, lei lo sa. Vivono nel silenzio di una deserta e assolata stazione di campagna. La loro vita, in prossimità di un binario, è sincronizzata al passaggio dei treni e al raro cicaleccio di qualche viaggiatore. Tra un treno e l’altro, trascorre l’eternità. Talvolta appare una coltre di polvere che il vento solleva e riposa, in un incessante ritorno. La quiete s’infligge con crudeltà. Il silenzio però raffina l’udito, e questo col tempo diventa capace di carpire il minimo rumore, la più insignificante vibrazione, per farne più che un contorno di vita, un raffinato promontorio del sentire e dell’immaginare. Giovanni e Ninuzzu possiedono un grande dono: sono capaci di scrivere pagine e pagine di quaderno senza commettere errori di ortografia o di sintassi. Però sono scarsi in quanto a lettura a voce alta. La maestra ha lottato perché la bellezza dei loro componimenti potesse risuonare in una lettura scorrevole e intonata. Ma invano. Poi un giorno si è trovata tra le mani i versi di un poeta, e allora le si è illuminata la mente, le si è svelato il mistero dei due fratelli. La scrittura, fa intendere il poeta, è semplice dizione interiore e predilige il silenzio; solo per una miracolosa forzatura si fa espressione vocale. “Ci voleva proprio una poesia”, ha pensato, “per comprendere le ragioni di due muti ggiubbi come Giovanni e Ninuzzu!”.

“Entrate pure”, esclama la maestra rivolgendosi ai due bambini. E i due ubbidiscono senza fiatare.

Entra anche la madre della maestra, che va a sedersi in un angolo dell’aula, a fianco della cattedra. Dal lato opposto, vi è una vecchia lavagna e due ante di legno che nascondono un forno per fare il pane. Sopra le ante è stata appesa una cartina dell’Italia. I banchi sono muniti di panche di legno e hanno il piano leggermente inclinato verso i sedili con dei fori per contenere il calamaio, e delle scanalature per poggiare il pennino.

A piccoli gruppi entrano gli altri alunni. “Bongiorno maestra, bongiorno signora”. Passa un discreto odore di stallatico. I bambini prendono posto tra i banchi, ansimando perché hanno fatto la strada di corsa: arrivano dal paese, dove si sono recati di buonora per vendere latte e ricotta. Quando gli studenti sono ai propri posti e la maestra vede che non manca più nessuno, tutti si alzano in piedi per recitare la preghiera, che si conclude con la giaculatoria del fanciullo: “Signore io son piccino, tienimi sempre a te vicino!”

“Seduti, bambini”, dice al termine la maestra.

“Allora come è andata oggi, avete venduto molto latte?” chiede agli ultimi arrivati.

“Ricotta ni vinnemu ottu fasceddi, latti sulu du sicchi” risponde Salvatore, di 10 anni, classe quinta, maggiore di cinque fratelli, figli del pastore Meli e tutti frequentanti la scuola della Martina.

“Salvatore”, lo incalza la sorella Rosaria, di 9 anni, classe quarta, “parla in italiano, lo sai, la maestra non vuole…….”.

“Salvatore sa parlare in italiano - vero? - ma è distratto, si dimentica”, interviene bonariamente in suo favore la maestra.

“Eh sì, chissà a che pensa?”, dice il fratellino Giuseppe, strizzando un occhio all’insegnante, la quale fa finta di niente, mentre gli altri bambini ridacchiano maliziosamente. Giuseppe ha 6 anni e frequenta la classe prima; i suoi occhi neri come la pece, si spalancano su un visetto ovale, magro, sempre pronto a sorridere.

Salvatore gli dà un colpetto con il berretto, intimandogli di tacere. A che pensa? Lo sa lui a che pensa. Pensa che vorrebbe essere più grande, per poter accompagnare il padre, a pascolare le greggi, quando parte per qualche giorno e non dice dove va. Pensa che vorrebbe avere qualche centesimo per scendere in paese alla festa del santo patrono del paese, San Placido, quest’anno, e poter incontrare “i signurini”, le ragazze della sua età. Pensa a quella che intravede la mattina in un porticato di via Scutari. La madre, come tutte le altre donne del paese, appena sente la campanella che annuncia l’arrivo dei pastorelli, apre l’uscio e vi si avvicina con una scodella per farsela riempire di ricotta calda. Dietro di lei appare in vestaglia la fanciulla. Una bambina dagli occhi a mandorla. Porta i lunghi capelli neri raccolti in una treccia. Le sue guance, velate di rosa, ricordano due pesche bianche. La sua bocca è un tenero bocciolo. Sembra lì lì per rivolgergli la parola, forse lo vorrebbe. Ma tace, non dice nulla. Si limita ad osservarlo con insistenza e lui si fa rosso rosso in viso, prende i soldi e corre via, dopo aver balbettato un timido grazie. Pensa, Salvatore, a quanto è “bedda” la bambina, che un giorno se la sposerà. Che non la terrà chiusa in casa, come fa suo padre con sua madre. Che la porterà a ballare, qualche volta, in paese. Che le pecore sono importanti, certo, ma anche la moglie e i figli. Poi non la picchierà, no, quello mai. Non dovrà aver paura. Lui non sarà come suo padre e suo zio, sempre pronti ad alzare la mano, contro fimmini e picciriddi. Lui sarà gentile.

“Bambini, siate gentili!” dice la maestra proprio in quell’istante, quasi leggendo nella mente di Salvatore, che appeso al filo di questa parola si lascia scuotere dai suoi pensieri, con l’aria di chi affiora debolmente dalle immagini di un sogno in cui ha visto fluire, limpido e segreto, il desiderio della propria felicità.

“Iniziamo la lezione”, continua la maestra, “Rosaria tu ripassa la tabellina, Giuseppe, tu porta il quaderno e gli altri intanto aprano il sussidiario a pagina centodiciotto”.

Rosaria prende il quaderno di aritmetica. La madre della maestra le si avvicina e le chiede se vuole che l’aiuti a ripassare la tavola pitagorica. La bambina accetta. Si siede accanto alla donna e comincia a ripetere: “Due per due, quattro; due per tre, sei; due per quattro, otto……” La madre della maestra, con il quaderno chiuso in mano, segue la declamazione della bambina e sorride in cenno d’approvazione. Quando la piccola sbaglia, la interrompe e, sempre con il sorriso sulle labbra, la corregge. Mentre ascolta la bambina, rivede se stessa tra i banchi di scuola, due trecce nere sulle spalle, curva sul quaderno di aritmetica. La mia materia preferita, pensa tra sé e sé. Le sarebbe piaciuto continuare gli studi. Invece in terza fu costretta a stare a casa. “A che cosa ti serve la scuola?” le disse un giorno sua madre. “A fare meglio le cose nella vita!”, avrebbe voluto risponderle. Ma non disse nulla, per non mancarle di rispetto. Però nel suo cuore non l’ha mai lasciata, la scuola. Tutte le volte che le si è presentata davanti, sotto forma di una lettura, di un’operazione d’aritmetica, dei compiti dei figli, ha colto l’occasione al volo per ricevere quell’istruzione alla quale era stata sottratta da bambina. Qualche mese fa, mentre stava cucendo un orlo, la figlia l’ha abbracciata e le ha detto: “Mamma mi potresti accompagnare? La strada è isolata, e io ho paura di stare male all’improvviso”. “Ma certo, certo che ti accompagno”, le ha risposto, senza esitare. Ed eccola qua, nella scuola in cui sua figlia è maestra. La scuola della Martina, i bambini, hanno bisogno di un’insegnante: non poteva tirarsi indietro. E non si è tirata indietro nemmeno quando ha visto che i bambini vestivano abiti troppo leggeri per affrontare i rigori dell’inverno. Allora ha raccolto tutta la lana che aveva e, lavorandoci giorno e notte, ne ha fatto maglioni e calzettini per i piccoli. Per non umiliarli ha presentato la cosa come un fatto casuale: “Mi è rimasta tanta lana di quello scialle, che ci potevo fare?” “Ma signora, le ha chiesto un giorno una delle alunne, quanti scialli possiede?” Con un’espressione furbetta e quasi sorniona negli occhi, ha risposto: “Eh sai sono un tipo freddoloso!”

Se la cavò così con una mezza verità, perché freddolosa lo era davvero.    

Giuseppe si avvicina alla cattedra, portando con sé il quaderno a righe e una penna. “Giuseppe, gli dice la maestra, scrivi delle frasi su un sogno che hai fatto”.

Giuseppe torna al suo posto e si mette al lavoro. Intanto gli altri bambini sono con il sussidiario aperto alla pagina centodiciotto. La maestra legge:

“Caccia agli errori: trova e correggi le paroline sbagliate nelle seguenti frasi: Ai guadagnato molto? Vergogniati della tua ignoranza. Dove trascorrerai questanno le tue vacanze estive? Che classe speri di frequentare un altranno? Mamma mi dai un po’ di pane? Non ce né più. Entrando in ciesa copriti con il velo. Tu ahi sempre freddo”. 

Improvvisamente si sente un rumore da dietro la lavagna. Uno, due, tre  colpi, come di una corda che sbatte contro il muro, e poi uno squittio: un topo e una serpe si inseguono a vicenda, si spingono in mezzo alla stanza, rotolando una sopra l’altro, ingaggiando una lotta furibonda, infernale. La maestra urla per lo spavento, la madre si alza di scatto e le si avvicina terrorizzata, mentre le bambine scappano fuori dall’aula, tra grida di spavento. Salvatore, Giuseppe e altri due fratelli, Alfio, di 8 anni e Gaetano, detto Tano, di 7, si infilano sotto i banchi, nel tentativo di catturare ora la serpe ora il topo, parteggiando per l’uno o per l’altro. A un certo punto, Giovanni e Ninuzzu, che si erano volatilizzati nell’attimo stesso in cui era iniziata la battaglia, rientrano in classe con un bastone di ferla, lo porgono a Salvatore che con gesto esperto lo punta sulla testa della serpe centrandola in pieno e uccidendola. Poi con un rapido calcio, spinge il topo fuori dalla porta, lasciando che trovi una via di fuga tra le insenature del muretto di pietra.

La maestra pallidissima, ha assistito attonita alla scena. Si sente mancare ed esce sullo spiazzo per prendere un po’ d’aria. Le bambine le vengono incontro e l’abbracciano. Maria, di anni 8, Gina, di 7 e Anna, di 8, piangono terrorizzate. Rosaria no. Lei non piange, si trattiene per orgoglio.

La madre della maestra tira il secchio dal pozzo per prendere un po’ d’acqua che poi la maestra e le bambine bevono usando una mano come bicchiere. Si rianimano. I bambini, che nel frattempo le hanno raggiunte nello spiazzo, ne approfittano per fare merenda. Giovanni e Ninuzzu mangiano pane e olive. Maria e Anna hanno una fetta di pane con lo zucchero sopra. I fratelli Meli si dividono un unico tozzo di pane spezzandolo in cinque bocconi. Alfio si allontana e dopo qualche minuto torna con 6 fichidindia dentro il berretto. Sono di tre colori: gialle, rosse e bianche. Con un coltellino ne taglia le due estremità e con la fermezza di un chirurgo, effettua un’incisione in mezzo, per poi aprire la buccia e staccarla dal frutto, che emerge con la grazia di una perla da un’ostrica. La porge alla maestra, che rifiuta con garbo e alla signora che anche lei rifiuta. Infine la dà a Giuseppe, che l’inghiotte in un sol boccone. Gli altri fratelli si servono da soli e a lui non rimane che il frutto rosso, quello che a dispetto del colore, è il meno dolce. Ma non si lamenta. Mangia anche lui, sereno. Seduto in disparte, non smette di fissare la linea dell’orizzonte: i suoi occhi con il compasso del desiderio tracciano delle coordinate invisibili verso le quali si orienta il suo cuore: è là, pensa, animato dalla magia dei suoi calcoli, proprio in quel punto, la mia terra. Il suo sogno è quello di fare il contadino. Basta con le pecore e le altre bestie. Laggiù nella piana bagnata dal Simeto, grande quanto tutta la Martina, c’è un agrumeto che l’attende. Non solo arance, ma anche limoni e cedri. Suo nonno materno, da cui ha preso il nome, gli ha promesso che un giorno sarà suo. E già s’immagina adulto, proprietario dell’agrumeto; già si vede camminare tra gli alberi del suo podere, con le zagare che al passaggio gli accarezzano il viso, bianche sirene terrestri, seduttrici dell’olfatto; osserva la sua mano, forte e callosa, affondare nella zolla per raccogliere un pugno di terra, annusarla e capire se va tutto bene. Porterà una bella coppola bianca in testa, si farà crescere i baffi, come il nonno, e tutti lo rispetteranno: “Sabbanadica, massaru Alfiu, sabbanadica”, lo saluteranno i paesani. Poi quando le arance saranno pronte per il raccolto, le venderà ai signori di Catania. E ci farà molti soldi. Quando avrà qualche lira, si pagherà il biglietto per andare a Milano. Lì, gli ha racontato il nonno, vendono una macchina che spreme le arance per farne succo da bere. Lo ricaverà dalle sue arance e lo rivenderà a quelli del Nord, che ci vannno pazzi. E mentre ripassa i contorni del suo sogno, si lascia trasportare al centro di un pensiero vivo e palpitante, dove custodisce il nucleo della sua forza. In questo nido interiore, la fame, la povertà e gli indicibili stenti della sua infanzia trasmutano nell’intima profezia di un uomo compiuto, potente proiezione di sè, che da adulto saprà restituire al bambino tutta la gioia e la dignità mancate, per recuperare il senso e la dolcezza di esistere. Dalla scuola Alfio ha appreso che non si nasce con la scienza in testa, ma che bisogna applicarsi, sbagliando se è il caso, e andare avanti, non perdersi d’animo, andare oltre. Come riuscirà a fare un mattino d’aprile, superando tutti gli ostacoli. Sotto un tiepido sole, camminerà sicuro, fischiettando, con la giacca sulle spalle, in direzione dell’orizzonte, verso la promessa di una nuova vita.

Gina è rimasta in un angolo a guardare. Lei non ha nulla da mangiare. Con il piede schiaccia qualche guscio di noce vuoto. Con le dita minuscole scarta i pezzi più morbidi, li mette in bocca, li mastica e li sputa. Sogna di mangiare. Rifiuta il dono di una ficodindia da parte di Rosaria. Gina ha il viso bruciato dal sole. E’ l’ultima di 7 figli. Suo padre è emigrato in Germania dove lavora come operaio di fabbrica; sua madre, di nuovo incinta, tira il mese con quel poco che ogni tanto gli spedisce il marito. Vivono tutti in una stanzetta attigua a una stalla, con due muli e qualche gallina. Mangiano solo uova e cicoria. Raramente rimediano formaggio e farina per fare il pane. Gina si addormenta la sera stremata dalla fame. Ma sua madre non accetta la carità da nessuno. La maestra ha trovato con lei un buon compromesso. Permetterà a Gina di accettare una fetta di pane ogni tanto in cambio di alcuni servizietti che la bimba farà per lei: ritirare e distribuire i quaderni, cancellare la lavagna, mettere in ordine i banchi e cose simili.

La maestra si avvicina a Gina, le parla all’orecchio: la bambina solleva le sopracciglia e corre in classe saltellando. Torna con un’arancia in mano e nell’altra un pezzo di pane. Si siede ai piedi del pozzo e mangia. Ad ogni spicchio di arancia accompagna un po’ di pane. I suoi gesti sono rapidi ma dignitosi. La voracità è un peccato che non le è dato di commettere. Mangia come le ha insegnato la madre, senza mostrare i morsi della fame. Perciò le sue labbra tremano tra un boccone e l’altro: sono trattenute e controllate, ma le sue mani, deboli, avanzano di scatto verso la bocca, uno dopo l’altra, e tradiscono la brama dello stomaco, l’incommensurabile piacere del cibo.

Sono le dieci e trenta. La maestra, tra un richiamo e l’altro, riesce a riportare i bambini in aula. Si riprende la lezione. I grandi svolgono l’esercizio del sussidiario. Giuseppe scrive i suoi pensierini sul quaderno. “Io qando sogno cose brutte è perchè le pècure mi guardano ladie. Le pècure c’hanno l’occhi come i cristiani ranni. Ho sognato una pècura muscata niura. Mi dice di scappari di notti. Non si vedi niente. La pècura si siede davanti alla porta e mi spetta. Io ci volessi andare ma mi scanto. La pècura è niura come lu pozzo. Il sogno è tutto niuro. Pure io sono tutto niuro.”

La maestra lo osserva mentre scrive. Non corregge subito gli errori o le parole in dialetto. Lo invita a disegnare il suo sogno. Il bimbo disegna una pecora con gli occhi enormi. Una porta minuscola alle sue spalle e un letto vuoto. La maestra chiede a Giuseppe di spiegarle il disegno. “La pècura niura mi guarda mentre io dormo”, spiega il bambino.

“Ma tu non sei nel letto, dove sei?”, chiede la donna cercando un tono più delicato possibile.

“Sono qua, maestra” esclama Giuseppe puntando l’indice verso la figura della pecora nera.

“Tu sei la pecora nera?”

“Si, però non lo voglio dire perché mi scanto!”

“Non preoccuparti, nessuno dirà una cosa tanto assurda.”

La maestra gli accarezza il capo e lo fa accomodare al suo posto. Giuseppe medita l’ultima frase della maestra e con un guizzo istintivo le chiede: “Che significa assudda?”.

“Assurda – replica la maestra – as-sur-da, con la rrR. Significa che non è reale, è impossibile”

“Perché è impossibile?” la incalza il bambino.

“Perché i bambini sono bambini e le pecore sono pecore”, afferma con decisione la maestra, senza nascondere un discreto sorrisetto.

Giuseppe la fissa con i suoi immensi occhi neri. La verità, è questa la verità. Come ha potuto credere di essere una pecora? E la verità circola ora nel suo sangue come un fluido benefico, scacciando gli incubi, la superstizione, il male del mondo. Libero, finalmente, si sente libero,  leggero come un uccellino che apre per la prima volta le ali e prova a volare. Vorrebbe dirlo alla maestra, ma non trova le parole. Dice solo: “Maestra, posso…..”. Ma si interrompe subito perché la maestra appare distratta.  Con la coda dell’occhio ha visto qualcuno fuori, dietro il pozzo. L’ha riconosciuta, è Caterina, 6 anni, figlia del bovaro Crispi. Si dirige verso la porta, con un quaderno in mano, che posa per terra, e poi, come se parlasse con se stessa, sussurra: “Caterina, sei stata brava; ti sei meritata un bravissima. Ti ho scritto sul quaderno i compiti per domani. Esercitati sulle “e” con e senza l’accento. Vai, adesso, vai, per carità, ciao”. La maestra rientra in classe. L’ombra striscia verso la casetta, come un fantasma in pieno giorno, senza farsi scorgere dagli altri alunni. Una mano sottile e piccola afferra in fretta il quaderno. L’ombra scompare all’improvviso, come rapita dal vento. La maestra sorride. Pensa a Caterina, alla sua capacità di mimetizzarsi sotto il sole. A quanto è intelligente, questa sua bambina che è tra le più brave anche se, per volontà dei genitori, non può frequentare la scuola. Al segreto che le unisce e che la rende fiera di averla comunque come alunna. Pensa a tutte le altre piccole Caterine chiuse nelle loro case a lavorare come muli, o prigioniere del pregiudizio popolare che considera la scuola il primo passo verso la perdizione. Caterina, lei ce la può fare, si presenterà da esterna, con il suo aiuto, potrà prendersi la licenza elementare e poi quella media. Saprà convincere i suoi genitori. E se ci riuscirà, forse molte altre ci proveranno, e allora chi potrà fermarle? Il sogno della maestra si allarga sul suo viso come una luce e adesso abbaglia più del sole: giorni lunghi, difficili, ha già attraversato questo sogno, giorni di segreto pianto chè “non ce la faccio più, no, non è per me”, ma certi giorni, che non si staccano dal cuore, poi improvvisamente scivolano via, si dileguano tra le mura umide di questa scuola, in compagnia di questi bambini, e tornano ad essere i giorni belli trascorsi a insegnare loro che “ce la farete, sì, dovete farcela, come tutti e meglio di tutti”, a fare cosa, maestra? A parlare in italiano, a saper fare di conto, a sapere dove si trova l’America? No, non solo questo, bambini, non solo questo. Perché tutto questo è niente se non saprete trovare la strada che porta a voi stessi, ai vostri sogni. Lì è la vostra America. Lì c’è il meglio di voi che solo voi conoscete. Ma come fare perché capiscano questa lezione d’oro, la più importante? Se lo chiede ogni giorno e il giorno le risponde con l’eco della fatica e della paura della sconfitta. Sarà proprio il tempo a indicarle la strada un giorno, osservando una foto della scuola Martina dove lei viene ritratta con i suoi alunni. Una chiara consapevolezza si leverà in lei delicata e spontanea come il volo improvviso di una colomba da un davanzale e per non dimenticarla la trascriverà in una pagina del suo diario: una serena intelligenza amorosa verso i bambini, nient’altro serve a una buona maestra.

Ore dodici e trenta, è il momento di chiudere la scuola. La maestra, sua madre e i bambini si alzano in piedi per recitare la preghiera. “Aaamèn” rispondono in coro i fanciulli. Prendono le proprie cose e dopo aver salutato corrono a casa dove li attende il lavoro e qualche scodella di minestra.

La maestra chiude la scuola e con la madre a braccetto scende per la via che porta in paese. Le due donne arrivano sino alla fontana dello Sgricciu, l’abbeveratoio cittadino. All’improvviso la maestra si piega su se stessa. Le sfugge un grido di dolore dovuto a un forte spasmo che avverte all’addome. “Mamma, è arrivato il momento!” La madre la fa sedere su una panchina e la rivolge parole rassicuranti.

Sono le sedici e trenta, la maestra ha appena partorito e adesso riposa nel letto di un ospedale accanto alla sua bambina. Il marito e la madre sono usciti dalla stanza. La maestra ora dorme e sogna la sua scuola. Il casolare è senza tetto, l’aula è vuota, “Dove sono i banchi, dove siete bambini?” si chiede. “Maria, Gina, Caterina, Salvatore, Alfio, Giuseppe, Ninuzzu, dove siete, perché non siete venuti a scuola oggi? Che cosa vi è successo?” Su una parete al posto della cattedra è appoggiata una scala di legno. Lei vorrebbe spostarla, ma non riesce. Allora si accovaccia a terra e comincia a piangere. Il suo, non è tanto un pianto, ma un singulto, che segue il ritmo lento di un’antica nenia: “Aooò, Aooò, Aoò - Aooò, Aooò, Aoò”. Ed ecco i suoi alunni. Ad uno ad uno, salgono e scendono dalla scala che adesso si protende verso l’alto fino a raggiungere il cielo. “Siete qui, bambini!” grida la maestra con gioia. Ma loro non la sentono. Poco importa. Sono bellissimi, si dice continuando a sognare, sono come angeli.

Sono il suo più bel sogno.

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