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scena dal Cuore sacro
 
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_il mio diario del parlare materno

19 febbraio 2007

Il cuore sacro della vita

 

Non basterebbero mille racconti e mille colori per descrivere il cuore sacro della vita.

Ozpetek ne ha fatto un film di straordinaria bellezza, intitolato appunto Il cuore sacro. Qui la protagonista, Irene, una donna fredda e dedita ad accumulare ricchezze, si spoglia di tutto per sostenere una comunità per i poveri raggiungendo con la sua pietà i confini del misticismo. Irene cambia vita in seguito alla morte di Benni, una piccola ladruncola che si prende cura dei più poveri. Benni la coinvolge in una serie di situazioni che stravolgono il suo rigido sistema di vita. Insieme a lei, Irene scopre la vecchia casa dell'infanzia e la stanza dove la madre ha inciso sui muri le parole arcane di una misteriosa lingua. Le si rivelano significati profondi e verità nascoste dietro i simboli di un amore infinito. Nell'ultima scena si vede il ritratto della madre, chiuso nel buio di un sottoscala, e si comprende il valore profetico della comparsa di Benni nella storia di Irene: la madre era Benni e Benni ne era l'effige. Un modo per dire che i volti delle persone che amiamo e che ci hanno introdotti nell'amore si confondono e si ritrovano, come anagrammi spirituali del passato. Le lettere si compongono in varie parole e le parole si conformano all'identità spirituale di chi le scrive: noi siamo quelle parole, siamo una storia che si scrive a quattro mani.

 

Separati dai giorni e dalle ore, le nostre ansie si accumulano e diventano facile preda della polvere. Ma accade ogni tanto ad ognuno di noi di fermare questo flusso per un attimo e di restare assorti sul niente e sul qualcosa che occupa senza preavviso questo niente. E il niente si interseca con il qualcosa e poi torna a riempirsi di vuoto e di niente, e ancora di qualcosa o qualcuno. Questo intermittenza di pieno e vuoto dipende essenzialmente da un fatto: la mente non sa riconoscere il cuore sacro. Ne intravede l’esistenza lontana e lo percepisce come un estraneo o peggio un nemico.

Ma il cuore sacro è al centro della vita e noi siamo nati solo per prestarvi ascolto.

Quando ho partorito i miei figli e li ho presi tra le braccia, mi è stata svelata la sacralità della vita: il mio cuore ha preso a battere con un ritmo multiplo che comprende e si protende al pulsare del loro cuore.

Grazie a loro la mia anima è diventata il diapason delle emozioni altrui. Spesso devo nasconderla per non perdermi, per non disperdermi nei mille rivoli della sofferenza. Quanto dolore, quanta solitudine, quanta povertà assedia il nostro mondo e noi ne siamo tutti spettatori muti e perciò osceni.

E come non cedere alla follia quando si assiste alla sofferenza di un bambino?

A volte i miei stessi sogni sono un google di tutto il patire e il gioire sfiorato durante il giorno nella vita delle persone. E non è che io sia speciale o particolarmente sensibile: è che dentro di me, come dentro molte madri, la maternità ha aperto una finestra sentimentale sulla vita. Non la vita astratta e impotente dei filosofi, ma quella sporca di sale e di miseria, eppure tanto luminosa e salvifica, che ogni essere umano porta con sé.

E tanto per concludere questo difficile pezzo del mio diario, vorrei fare mie le parole di Foer, tratte dal suo romanzo Molto forte, incredibilmente vicino: “A me piace vedere le persone riunite, forse è sciocco, ma che dire, mi piace vedere la gente che si corre incontro, mi piacciono i baci e i pianti, amo l’impazienza, le storie che la bocca non riesce a raccontare abbastanza in fretta, le orecchie che non sono abbastanza grandi, gli occhi che non abbracciano tutto il cambiamento, mi piacciono gli abbracci, la ricomposizione, la fine della mancanza di qualcuno,…..”

 

A me piace bere la luce riflessa dagli occhi di Federico quando parla, annusare il profumo dei capelli di Marco quando si stringe a me per prendere sonno, e mi piace sentire il loro respiro che inghiotte aria tra una risata e l’altra, mentre io naufrago felice in un atollo di estasi quotidiana: mi piace essere qui con loro.

 

IL COMMENTO A QUESTA PAGINA DI DIARIO SCRITTO DA MARINELLA MILAZZO

Ieri sera ero seduta sul divano e stavo riposando guardando i miei figli durante il loro passatempo. Erano seduti ciascuno nelle loro sedioline  con un libro nelle mani, aperto su una pagina di attivita' logico-mnemonica. Al centro vi erano diverse ambientazioni e tutto attorno diverse categorie di animali. Rebecca, con una matita in mano, chiedeva a Samuele dove andava messo ogni animaletto e lui le rispondeva.

Io li osservavo in silenzio, ascoltando la flessione dolce e materna della voce di Reby, i suoi suggerimenti labbiali quando Samuele sbagliava la risposta. Poi  le si e' accorta di me e senza dire nulla mi ha fatto un cenno con gli occhi verso suo fratello: " mamma, lui e' piccolo ancora e puo' sbagliare ma guarda che alla fine ha capito come funziona il gioco, ora sta mettendo correttamente la pecora nell'ovile, e lo scoiattolo nel bosco...". Mi sorrideva soddisfatta, e la luce che ho visto brillare nei suoi occhi neri e profondi era identica a quel luccichio che scavava dentro di me una infinita tenerezza quando la allattavo. La manina appoggiata su quella di suo fratello aveva un tocco lieve, sembrava che stesse trasmettendo un fluido di sapienza da lei a lui. Anche quel gesto mi ha traslato indietro: quando lei e' nata e la vidi per la prime volta, me la poggiarono sul petto avvolta in un telo verde scuro, aveva solo un braccino fuori e la sua boccuccia sembrava un fragola, la sua pelle bianchissima risaltava come porcellana in tutto quel verde. Mentre la baciavo e le accarezzavo la testa lei mosse il braccio e appoggio' la sua manina sul mio collo, un tocco lieve, prolungato e caldo. In quel momento ho avuto la sensazione che lei stesse ricambiando tutte le carezze che le avevo fatto quando era dentro la mia pancia, ho sempre creduto che lei mi stesse dicendo "mamma anche io ti amo tanto".

Ora che ha quasi sei anni non e' cambiata molto. La sua ricerca di tenerezze e' incessante, ma allo stesso tempo, spesso si veste del ruolo di mammina con Samuele.

Lei sa che suo fratello ascolta piu' volentieri una favola "letta" da lei che da me, e di questo carisma lei e' consapevole, lo sfrutta e lo alimenta.

 

Alfia, credo che il 'cuore sacro' faccia pulsare dentro le nostre vene una linfa vitale, la stessa che ci permette di affrontare gioie e dolori della nostra maternita', la stessa che alimenta la speranza, che ci punisce con uno strazio mortale se diamo un schiaffo, ma che inesorabilmente lega e ci dara' il coraggio di dividerci, un giorno.

Marinella Milazzo

 

 

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