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_Pirandello in lingua materna
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A' Vilanza è pubblicato dalla Bompiani nella raccolta Luigi Pirandello, Tutto il teatro in dialetto, a cura della prof. Sarah Zappulla Muscarà.
 
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_Il mio diario del parlare materno

 

 

21 giugno 2007

 

Il sentimento di vendetta e il suo contrario nel dramma‘A vilanza di Pirandello e Martoglio

 

“ORAZIO: Sì mi truvati!.....Haiu a fari macari iu ‘na stima d’agrumitu……a Biancavilla….”

“NINFA: Ah, ma iddu non potti veniri, pirchì si sta priparannu, ca ci arrivau l’ordini di partiri subitu ppi Biancavilla ….e mannò a mia!”

…….

“RACHELA: N’ ’a sintisti, ca cci arrivau l’ordini di partiri subitu?....E siccomu iddu va a Biancavilla, Saru a Troina, ‘a linia è tutt’una….”

Questi brani sono tratti da ‘A vilanza, dramma in tre atti, scritto a quattro mani da Pirandello e Martoglio e rappresentato per la prima volta in teatro il 27 agosto del 1917. Li ho riportati perché sono un riferimento letterario al mio paese, Biancavilla, e perché sono un valido esempio di lingua materna nello splendido teatro dialettale di Pirandello (sul quale presto Mammablog fornirà un approfondimento esclusivo) e al suo importante sodalizio con Martoglio.

‘A vilanza è il dramma della vendetta, dell’occhio per occhio, un tema assai caro a entrambi i drammaturghi siciliani.

E’ la storia di due coppie, Saru e Anna, da un lato, Oraziu e Ninfa dall’altro. Ninfa seduce Saru sotto gli occhi del marito Oraziu. Della loro relazione si accorge anche la dolce Anna, la quale è preoccupata per il marito perché teme che Orazio possa scoprirlo e ucciderlo. Anna è diventata madre da poco e sta allattando il figlio appena nato. Questo fatto dell’allattamento per quanto marginale diventerà un aggravante nella vendetta che Saru cercherà ai danni di Orazio. Approfittando di un incarico di questi fuori paese (a Troina) e inventandosi una trasferta a Biancavilla per la misurazione di un agrumeto, Orazio fingerà di partire e si recherà in casa di Saru, obbligando la moglie di questi, Anna, a restituirgli ciò che Saru gli ha tolto, l’onore matrimoniale, in virtù di un bilanciamento (‘a vilanza) dei torti ricevuti. In sostanza abuserà di Anna  mentre Saru sta trascorrendo la notte con la moglie di Orazio. Al ritorno a casa Saru trova Orazio, rendendosi conto di quanto è successo lo uccide con una revolverata. Singolare è la sua giustificazione: Orazio ha violentato la sua Anna non avendo riguardo neanche per la creaturedda che le dormiva a fianco. Ma Anna vale molto di più di Ninfa, una donna sporca che non ha esitato a trascinarlo nel suo letto e quindi non equiparabile a Ninfa in nessum modo. Così Saru uccide Orazio perché solo la sua morte può riportare in pari la loro condizione.

Le ultime battute di questo dramma in un dialetto molto simile a quello catanese, risultano assai aggressive e feroci: la legge della vilanza, appartiene a un modo di vedere tipico della Sicilia tardo ottocentesca. Ma è solo una caratteristica di quell’epoca oppure è un tratto comune anche della nostra civiltà odierna, siciliana in particolare?

E’ superfluo ricordare che alla base della mentalità mafiosa vi è senza dubbio lo spirito della vendetta; che questa è in sintesi considerata come la violazione dell’onore personale; che a differenza di tutti gli altri sentimenti, come dimostra ‘A vilanza, essa si appoggia su schemi e calcoli razionali a lungo termine; che infine la ricerca di una contropartita al torto non conosce e non accetta mediazioni, valendo il principio del tutto o nulla, e procede in linea esponenziale fino all’annientamento di una o di entrambe le parti.

L’ordine e la giustizia, il redde rationem al quale ambiscono i tribunali, possono mitigare e superare questo spirito, ma non annullarlo. Esso serpeggia fuori e dentro le aule di giustizia, erode, corrode, minaccia la vita civile e interpersonale, è un virus del quale primo o poi tutti veniamo invasi, contaminati, ammorbati. E’ soprattutto uno spirito fortemente radicato nelle coscienze di noi siciliani.

Perché? - mi sono chiesta – quale può essere la causa e quale la via per avviare un superamento?

Sembrerà strano, ma è proprio ne ‘A vilanza che possiamo trovare una risposta ad entrambe le domande (in questo bisogna sottolineare la sorprendente modernità dell’opera e la geniale intuizione dei due autori). E la risposta risiede nell’analisi delle parole e della psicologia di Anna, la moglie di Saru vittima dello stupro per vendetta da parte di Orazio. Anna incarna l’energia opposta a quella votata alla vendetta propria di Orazio e Saru. Anna rappresenta il principio del dono, dell’offerta, e non a caso essa è ritratta nella sua veste di madre, in ansia per il suo bambino da allattare; incapace di provare odio verso il marito, che pure la tradisce, è soprattuto preoccupata per la sua incolumità. Anna è il simbolo di una umanità possibile, che persegue e offre il bene senza condizioni, senza calcoli e ha il coraggio di subire il più grande dei torti (infatti che cosa c’è di più orribile per una donna che l’essere violentata sotto lo sguardo dei propri figli?) per impedire che la vendetta si rivolga alla persona amata. Anna è l’emblema di una cultura materna, oblativa ma positiva nella costruzione di una via laica (infatti non è motivata da sentimenti religiosi) per il superamento della ripicca e del calcolo nella rivalsa.  A proposito di questo concetto di umanità femminile e materna, la filosofa Elena Pulcini nel suo libro Il potere di unire. Femminile, desiderio, cura, Torino, Bollati Boringhieri, 2003, afferma che in una prospettiva dirompente che sta alla soglia della “bisognosità” o cura, il soggetto è spinto a "interrompere la spirale illimitata dei propri desideri e a misurarli sulla cura dell'altro, producendo così un'intima alleanza tra desiderio e cura" (p. XXIX). Il dono è un evento simbolico in cui la tensione emotiva per l'altro, nasce da una passione per l'altro. Esso avviene in virtù di una scelta autonoma e il donare “è espressione di fedeltà a sé stessi, in quanto ci si riconosce come relati e dipendenti dall'altro, dal legame con l'altro”. Pertanto, "riappropriarsi della simbologia del dono può così rispondere non solo alle esigenze di autonomia e di differenza del soggetto femminile, come fa peraltro l'etica della cura, ma anche alle sue pretese di autenticità" (p. 165).

Che dire di più?

Forse che vendetta, mafia, odio e guerra possano essere sconfitte da un sentimento simile a quello materno?

 

Alfia Milazzo

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