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_Il mio diario del parlare materno

22 giugno 2006

Fino a poco tempo fa le donne siciliane (come quelle meridionali, sarde, greche e andaluse) usavano indossare uno scialle per coprirsi le spalle. Per le siciliane lo scialle era di colore nero, e copriva non solo le spalle ma spesso anche il capo. Il termine scialle ci è stato lasciato dagli arabi; infatti deriva dall’arabo schal che vuol dire mantello.

La scrittrice siciliana Maria Messina nel suo racconto "Lo scialle" narra la storia di una povera sartina, Mariangelina, che non sa se "farsi uno scialle" oppure no, e chiede consiglio alle sue clienti mentre fa la prova dei vestiti: "-Ma, vossia che ne dice se mi metto lo scialle? Era quasi due anni che domandava la stessa cosa. Faceva una specie di calcolo. Da una parte metteva tutti i no, quelle che rispondevano che non stava bene da ragazza fare certi lussi; dall’altra tutti i sì, quelle che dicevano che siccom’era sarta, se lo poteva mettere senza soggezione, lo scialle. (….) Tutti i pensieri di Mariangelina erano per lo scialle. Diventava persino rossa dall’emozione, a parlarne. Ma lo voleva più per onorare l’arte sua che per ambiziosaggine."

La nonna Maria, che faceva anche lei la sarta, possedeva uno scialle nero. Lo chiamava u’ fazzulittuni. Era un quadrato di cotone che veniva piegato in due a triangolo. Portava impresso l’odore dei capelli della donna che lo indossava. Quello di mia nonna, chissà perché, profumava di mollica di pane.

Lo scialle è da sempre simbolo di femminilità. Ma lo è in particolare della maternità. E anche del parlare materno.

Virginia Woolf ci ha regalato una delle pagine più intense di dialogo materno in cui lo scialle è al centro dell’azione rasserenante della madre, la signora Ramsay.

"I ragazzi non dormivano. Era veramente irritante. Mildred doveva stare più attenta. Ecco lì James con gli occhi spalancati e Cam seduta dritta sul letto e Mildred scalza in mezzo alla stanza ed erano quasi le undici e stavano tutti a chiacchierare. Che succedeva? Di nuovo quell’orrendo teschio. Aveva già detto a Mildred di toglierlo, ma Mildred naturalmente, se n’era scordata, ed ecco lì Cam sveglissima e James sveglio anche lui a litigare, mentre avrebbero dovuto dormire da ore. (….) Era attaccato proprio bene, disse Mildred, ma Cam non riusciva a dormire con quella cosa nella stanza, e James gridava, se lei lo toccava. (…)

<<Va bene>> disse la signora Ramsay, <<allora lo copriremo>>; e la videro avvicinarsi al cassettone, velocemente aprire i cassetti uno dopo l’altro, e non trovando nulla che andasse bene, alla svelta togliersi lo scialle e arrotolarlo bene intorno al teschio, con più giri; poi tornò da Cam e poggiò la testa sul cuscino accanto a quella di lei e disse guarda com’è bello ora, piacerebbe alle fatine, sembra un nido d’uccello, somiglia a una meravigliosa montagna, come ne aveva viste in altri paesi, con valli fiori e campane che suonano e gli uccelli che cantano e le caprette e le antilopi… Mentre le pronunciava, vedeva le parole che echeggiavano ritmicamente nella testa di Cam, e Cam ripeteva con lei come somigliava a una motagna, a un giardino, ed ecco le piccole antilopi, e gli occhi le si aprivano e chiudevano, e la signora Ramsay continuò in tono sempre più monotono, sempre più ritmico e senza senso, a dire a Cam che doveva chiudere gli occhi e addormentarsi e sognare le montagne e le valli e le stelle che cadevano, e i pappagalli e le antilopi e i giardini, e tutto era bello, diceva, tirando su la testa lentamente e parlando in modo sempre più meccanico, fino a quando si alzò e vide che Cam s’era addormentata.

Ora, sussurrò andando verso il suo letto, ance James deve addormentarsi, perché vedi, disse il teschio del cinghiale era sempre lì, non l’avevano toccato, avevano fatto come voleva lui, era lì intatto. Lui si assicurò che il teschio era sempre lì, sotto lo scialle."

Nei ricordi di ogni bambino vi è l’immagine di uno scialle.

Tra le storie della mia infanzia in cui compare questo indumento, v’è quella, realmente accaduta,  della ‘gna Rosa.

La ‘gna Rosa, giovane sposina, abitava con il marito ‘gnu Turi nel quartiere Supra l’ortu, così denominato perché situato a nord dell’orto botanico, un famoso giardino ricco di piante siciliane, e coltivato con amore da un vecchio canonico.

La donna, dopo tre anni di attesa, finalmente era rimasta incinta e dopo un parto lungo e doloroso aveva dato alla luce una bella bambina, che fu chiamata Melina.

La piccola era allattata al seno e cresceva serenamente, circondata dall’amore dei genitori. Un giorno però Turi, tornò dal lavoro delle campagne delirante a causa di un’improvvisa febbre alta, e dopo alcuni giorni di agonia, morì.

‘Gna Rosa rimase sola con la sua bambina e senza il becco di un quattrino. Vendette tutto ciò che possedeva per pagare le spese del funerale del marito, tranne lo scialle che lui le aveva regalato per il fidanzamento.

Per poter sopravvivere ‘gna Rosa decise di andare a lavorare in campagna, al posto del marito. Ma doveva lasciare Milinuzza ai parenti. Visto che la bambina aveva diciotto mesi, ed era ancora allattata al seno, decise che era giunta l’ora di svezzarla. Ma la bimba non voleva saperne di abbandonare il seno della madre, che anzi, più le veniva negato e più richiedeva a tutte le ore del giorno. Una vicina di casa, animata di buone intenzioni, suggerì alla ‘gna Rosa di cospargersi il seno di una sostanza maleodorante per scoraggiare la bambina ad attaccarsi. E ‘gna Rosa seguì il suo consiglio. Quando la bambina si avvicinò al seno della madre per succhiare il latte, fu assalita dal terribile tanfo, e scoppiò a piangere fino a soffocare. Non appena si fu calmata, ‘gna Rosa provò a offrirle dell’acqua e poi una minestra fatta con la farina. Ma lei li rifiutò. Continuò così per tre giorni a rifiutare ogni cibo le venisse offerto e anche l’acqua. ‘Gna Rosa allora la supplicò tra le lacrime di mangiare e di bere, ma la piccola non vi riuscì. Cadde in un sonno profondo e sotto gli occhi attoniti della madre, morì. Alla vista di quel corpicino inerte, ‘gna Rosa non seppe trovare in sé la forza di urlare o di piangere. Come guidata da una mano invisibile, prese lo scialle e vi avvolse la sua piccola creatura. Si era fatto buio. Uscì di casa scalza, camminando in silenzio per le vie del paese, stringendo quel suo infelice fagottino forte forte al petto. Sparì, nell’oscurità della notte, accompagnata solo dal tetro verso di un gufo solitario, che arrivava dai bordi della campagna.

La trovarono dopo qualche giorno, annegata, in una di quelle ggebbie (vasche in cui si raccoglie l’acqua per l’irrigazione) che sorgono nei pressi delle campagne del Gorgo, a est del paese.

Teneva ancora stretta la piccola Melina, avvolta nello scialle, in un abbraccio d’amore che neanche la morte aveva osato sciogliere.

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