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_Peppa la Cannoniera
_Peppa la Cannoniera
 
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_Il mio diario del parlare materno

27 giugno 2006

La via principale di Biancavilla, via Vittorio Emanuele, attraversa tutto il paese; lo infilza a metà come una lunga spada, che s’impugna ai piedi del Monte Calvario e finisce allo "Sgricciu". "Sgricciu", vocabolo onomatopeico del siciliano, significa "Spruzzo", "Schizzo d’acqua". Presso lo "Sgricciu" sorgeva un tempo l’abbeveratoio cittadino, che una recente amministrazione ha sostituito con una squallida fontana in cemento, cancellando un pezzo di storia.

Il panorama di via Vittorio Emanuele non è cambiato molto negli ultimi centocinquant’anni. Se si parte da piazza Regina Margherita, al centro del paese, si assiste allo stesso spettacolo che hanno visto da piccole mia madre, mia nonna e la sua nonna: lunghi marciapiedi a destra e a sinistra, su cui siedono uomini, tanti uomini, solo uomini, a capannelli, a gruppetti sparsi, o da soli in un angolo. Stanno lì, senza un ragionevole perché. Sulle loro teste campeggia di solito l’insegna di un circolo: Circolo Diana, Circolo dei cacciatori, Circolo agrario, Circolo Castriota (un tempo per i civili o nobili oggi per i diplomati e professionisti), Circolo Operai e così via. Camminare su questi marciapiedi significa fare slalom tra le loro sedie, i loro crocicchi di chiacchiere e voci: "Avv-avv-bla-bla-Auu-iuu"; significa lasciarsi assalire dalle ondate del loro odore pungente: un misto di dopobarba, fumo, lavoro nei campi e nelle botteghe, aroma di caffè consumato nei bar del corso, e alito, alito di vino rosso dell’Etna.

Quando passa qualcuno, sia esso un pedone, un auto o una moto, loro sono lì, loro possono saperlo, loro lo sanno. Loro dominano il panorama della piazza e con lo sguardo possiedono anche chi l’attraversa.

Eppure c’è stato un giorno in cui questo groviglio di occhi maschili ha perso la sua atavica baldanza e ha dovuto abbassare per un attimo lo sguardo dinanzi a una donna.

Chi è riuscita in questa straordinaria impresa?

Il suo nome è Peppa Bolognara.

Peppa era nata nel 1826 a Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina. Si era innamorata di un giovanotto, un certo Vanni, e con lui partecipò ai moti popolari antiborbonici che nel 1860 infuocarono anche la città di Catania. Peppa, a capo di un manipolo di insorti, riuscì con uno stratagemma a impossessarsi di un cannone delle truppe borboniche guidate dal generale Clary. Più tardi, in via del Corso, mentre i suoi compagni scappavano di fronte a due squadroni di lancieri borbonici in procinto di caricare la folla dei ribelli, da sola fece esplodere una cannonata che sbaragliò il nemico. Per le sue gesta eroiche ottenne dal Governo Italiano la medaglia d’argento al valore militare e una pensione di 9 ducati mensili da parte del Comune di Catania, che vennero erogati in un’unica soluzione nel 1861, nella somma di 216 ducati.

Il Can. Placido Bucolo, autore di una Storia di Biancavilla, racconta che, dopo i fatti di Catania, Peppa, venne a Biancavilla. Nulla è scritto sul perché della sua visita. Né ho trovato alcun resoconto del suo passaggio. Quello che si sa è che ancora oggi in paese alle donne spavalde si attribuisce in tono dispregiativo il nomignolo di Peppa sparacannuni.

Come si spiega che una figura tanto amata dai catanesi sia rimasta così invisa ai biancavillesi?

Facendo ricorso a qualche dato storico, e laddove non ve ne fosse, attingendo alla fantasia popolare, è possibile immaginare quale sia stata la causa del livore dei biancavillesi nei confronti di Peppa e come possa essersi svolta la visita di questa’eroina del Risorgimento nel mio paese.

Peppa Bolognara, dopo le gesta eroiche di Catania, aveva conosciuto la fama e la gloria. Tutti parlavano di lei come di una eroina del popolo, la dipingevano come una donna bellissima, dagli abiti romantici e dal carattere impetuoso, lievemente ardito.

Nell’autunno del 1860, si venne a sapere che un gruppo di ribelli stava passando da Biancavilla. Tra loro c’era anche Peppa. Gli artefici della rivolta antiborbonica nel paese, contadini, operai, e civili, saputo del suo arrivo, si riunirono nella piazza dello "Sgricciu" ad attenderla.

Non appena la videro apparire in sella al suo cavallo, furono colti da grande sgomento. Peppa non solo non era bella, ma per di più vestiva con i pantaloni e fumava la pipa. Il suo viso era butterato dal vaiolo. Era brutta, di una bruttezza che metteva a dura prova lo sguardo di chi l’osservava. Ma non era solo il suo aspetto fisico e il suo inquietante portamento virile a generare un certo imbarazzo. I suoi occhi neri, chiusi tra folte ciglia scure, lanciavano vampe di orgoglio e di sicurezza, quali mai nessuna donna aveva manifestato. Sotto quella scorza di dura mascolinità, però, Peppa esibiva forme femminili che non mancava di mettere in mostra: un grosso seno, due ampi fianchi e due gambe tornite e lunghe.

Di fronte all’evidente stupore dei biancavillesi, Peppa non si scompose. Scese da cavallo, avanzò tra la folla a testa alta. Nessuno trovò in cuor proprio il coraggio di rivolgerle la parola. Nessuno trovò l’ardire di incrociare il suo sguardo. Tutti gli uomini, senza distinzione di ceto e di età, abbassarono il capo, turbati da un arcano timore.

Raggiunto ad ampie falcate l’abbeveratoio, Peppa si guardò attorno e dopo aver lanciato un’ultima infuocata occhiata ai presenti, fece quello che la sua indole arguta e schietta di popolana le dettò di fare: rise fragorosamente. Poi, così come era arrivata, se ne andò. Lasciando gli uomini del paese allibiti, avvolti in una nube di polvere e in attonito silenzio.

 

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