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_L'Invisibile materno
Monna Lisa
 
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_Il mio diario del parlare materno

27 settembre 2006

 

Qualche giorno fa ho incontrato un’amica che non vedevo da tempo e all’istante, ho capito che sul suo volto c’era qualcosa di strano: una luce particolare nei suoi occhi, una ruga di sorriso appena accennata sulle labbra e un colorito sulle gote più acceso del solito. “Sei incinta!” Le ho subito detto. “Come hai fatto a capirlo?” mi ha chiesto lei. “Non so dirtelo, -le ho risposto - è qualcosa che non si vede, ma si percepisce; come un velo trasparente che ti porti addosso”.

 

Oggi leggo sul “Corriere” la sorprendente notizia: Bruo Mottin, del Centro per la ricerca e il restauro dei Musei di Francia, a riesaminare il dipinto di Leonardo da Vinci, La Gioconda, e ha scoperto che Monna Lisa indossa sull'abito un leggerissimo velo di garza. «Questo tipo di vestito di garza era tipico, nell'Italia del sedicesimo secolo, della donna incinta o che aveva appena partorito. (…) Possiamo ora affermare che il dipinto di Leonardo fu commissionato per celebrare la nascita del secondo figlio della Gioconda, il che ci aiuta a datarlo con più precisione a circa il 1503».

 

Mi sono chiesta: come si spiega che Leonardo abbia affidato a un velo quasi invisibile la comprensione di un aspetto così rilevante della donna ritratta, per il quale era stato commissionato il quadro?

 

Forse l’artista si è servito di questa quasi invisibilità per indurci a una riflessione sulla maternità?

 

Il filosofo Elio Franzini, studioso di estetica, ha pubblicato nel 2001 un bellissimo saggio dal titolo Fenomenologia dell'invisibile. Al di là dell'immagine (Milano, Raffaello Cortina Editore 2001). In questo studio, Franzini propone di considerare l'immagine non semplicemente come ciò che si vede, ma come una struttura di rinvio: rinvio a un qualcosa che sta oltre e che permette di comprendere la ricchezza stessa dell'immagine. “L'invisibile è la riserva di senso che vi è nelle cose stesse”.

 

Husserl parlava di variazione eidetica per spiegare il fatto che un oggetto che ci è dato di vedere, per esempio un cubo, non lo vediamo in tutta la sua totalità: dobbiamo fare dei veri e propri atti immaginativi, degli atti che riempiano quei vuoti che la percezione non ci può offrire.

Allo stesso modo direi che il corpo femminile di Monna Lisa apre a un’invisibilità che è pregnanza di significato del suo essere visibile.

 

L’essenziale è invisibile agli occhi” dice il Piccolo Principe di Saint-Exupery.

 

Ma oggi la maternità non è più un fatto invisibile. Ecografie bi- e tri-dimensionali, filmati a colori , medicalizzazioni varie (utilissime per carità, ma pur sempre intrusive) inducono sempre più a rendere visibile l’invisibile, ovvero l’embrione e a far sì che si metta tra parentesi la condizione primaria del nascere, ossia il fatto di aver bisogno di un corpo di donna che ci ospiti e ci nutra per nove mesi.

Che cosa comporta questo fatto nell’immaginario collettivo?

Lo scrive Barbara Duden ne I geni in testa e il feto nel grembo: il rischio è che si determini una perdita di significato della nascita. Contro una tale eventualità la Duden propone il rifiuto della mentalità genetista che considera controllabile dall’esterno del corpo femminile ciò che avviene nel corpo femminile.

 

Mentre scrivo ho davanti agli occhi le splendide fotografie dei feti scattate da Lennart Nilsson e non posso fare a meno di considerare che pur nella loro visione “oggettivante” del feto rimangono comunque velate da un che di mistero. Intendo dire che la visione non è mai totalizzante, il feto appare sempre portatore di un significato che trascende quello che l’occhio di una macchina fotografica riesce a catturare. E questo “altro” può essere solo intuito. Proprio come nel caso della Gioconda. E’ il significato profondo di una relazione con la propria madre della quale non è possibile prescindere: la relazione invisibile che rende comprensibile il visibile, il dono primario di esistere e di essere proiettato verso una vita autonoma.

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