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Siamo attraversati da rivoli di esperienze altrui che segnano la nostra anima indelebilmente: dono e disperazione di pietà.
 
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_il mio diario del parlare materno

Il coltello nell’anima

29 novembre 2007

Un paesaggio di occhi è entrato oggi nell’anello dei miei pensieri.

Una donna incinta, un uomo (suo marito) e un bambino.

Si presentano con un lieve anticipo. "Buonasera, prego, accomodatevi, come va?".

Sono incontri inaspettati, determinati da cause contingenti.

Discutiamo del motivo del nostro appuntamento, banali considerazioni. Ovvietà.

Guardo l’orologio. Mi accorgo che ho ancora qualche minuto. Li invito a sedere per parlare con calma. Chiedo alla donna in quale mese di gravidanza si trova. Al terzo, risponde. E con candore le domando: “Tutto bene, no?”. “Sì, tra qualche giorno dovrò fare l’amniocentesi”, risponde guardando il marito come a cercare conferma.

Cerco di tranquillizzarla. “Vedrà andrà tutto bene”.

Ma lei abbassa lo sguardo, rimane nell’ombra. Il marito interviene dicendo che sono felici di questa nascita. Che lui ama sua moglie e che l’amerà sempre, qualunque cosa accada. E il bambino che è rimasto fino a questo punto in disparte a giocherellare con un pezzetto di carta appallottolato, solleva la testa, chiedendogli: “E a me? Anche a me vorrai sempre bene?”. “Certo!”, gli risponde lui, prendendolo in braccio.  

“Complimenti per questo bambino” soggiungo spontaneamente, “avete davvero un figlio molto in gamba”.

I due coniugi si lanciano occhiate d’intesa. Si percepisce dietro i loro sorrisetti di cortesia, una profonda, lacerante inquietudine.

Silenzio, di nuovo. Un sipario che rimane chiuso per qualche istante.

Poi lui si sporge in avanti sulla sedia, si aggiusta il collo della camicia e comincia a parlare.

"Adesso voglio raccontarti la nostra storia, dice, non so perché ma sento che possiamo farlo". La moglie lo guarda fiduciosa,  prestandogli il suo tacito assenso.

"Perché tu non sai che abbiamo perso due gemelli, lei ha abortito dopo qualche mese".

“Mi dispiace”, osservo contrita.

“E non è tutto”. Sospira e prosegue appoggiandosi al suo stesso respiro. La moglie sempre in silenzio appare risucchiata da una rassegnazione priva di ostilità. “Qualche anno fa abbiamo perso una bambina. Era affetta da Sindrome di Down, stava molto male, non ce l’ha fatta, a quattro mesi ci ha lasciato”.

Nella stanza ormai semibuia, si apre un vuoto attorno alle parole dell’uomo, le mani intrecciate della donna sembrano nodi indistricabili attorno al suo io e un coltello si rigira nelle ferite delle nostre esistenze.

“Non abbiate paura”, vorrei dire. Ma sono io che ho paura, adesso. Per loro, per quello che di loro si è trasferito nella mia anima, per noi tutti.

Perdono, chiederebbe il mondo se potesse toccare la loro sofferenza. L’ultima luce della sera si è arresa. Non si vede più niente.

Mi salutano in fretta, lei scende le scale con il bambino che, prima di voltare le spalle, mi rivolge un sonoro ciao avvolto da una nuvola di sorriso. La sua infanzia gli fa da bozzolo e lo sorregge nelle difficoltà vissute dagli adulti che lo circondano.

“Bello il vostro figliolo”, sussurro all’uomo mentre gli stringo la mano.

Lui vacilla, impercettibilmente. Le parole si arrestano indifese nell'antro ristretto del pianerottolo. Si accosta al mio orecchio e mi porge la sua ultima toccante verità: “Non è nostro, è in affido da tre anni”.

Non è una verità in fondo, quella che questo amico sconosciuto mi porge con grazia. E’ un deliquio di verità che adesso scava una sciara di emozioni nel mio petto.

Una benda: le sue parole, si stendono come una benda divina sulla ferita aperta pocanzi.

"Auguri": biascico, interdetta.

Mi riesce difficile chiudere la porta. Ma devo farlo.

E’ così: ascoltiamo le vite degli altri e senza volerlo ne portiamo via qualcosa: lutti, sogni, angosce e speranze. Rimangono come segni incancellabili nell’anima. Sono il dono e la disperazione della pietà. 

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