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_Il mio diario del parlare materno

4 giugno 2006

"Cappuccetto rosso, vieni vieni qua, se ti vede il lupo ti mangerà. Io non ho paura, me ne devo andare dalla mia nonnina che mi aspetta già, che mi aspetta già". La canzoncina che ho appreso da mia mamma mi ha introdotta alla coralità, concetto che più tardi ritrovai nello studio delle tragedie greche. Infatti a cantare il primo verso è il coro dei fiori e degli animali del bosco, che nella favola di Cappuccetto Rosso, fungono da richiamo coscienziale (ES) alla piccola che disubbidisce agli ordini della madre di non lasciare il sentiero. La risposta spavalda della protagonista, si divide in due parti: nella prima la bambina dichiara di non avere paura, nella seconda che deve raggiungere la casa della nonna, dimostrando comunque di non avere perso di vista l’obiettivo della sua uscita.

Rimando alle splendide pagine de Il mondo incantato di Bruno Bettelheim, per una spiegazione psicanalitica della favola.

Mi vorrei soffermare sulla versione materna di questa favola così come l’ho appresa, ovvero dalla bocca di mia madre e di mia nonna. Entrambe infatti erano molto attente a non creare in me la cosiddetta ‘ansia del lupo’. Quindi si soffermavano a tratteggiarne i caratteri più ridicoli, mettendone in luce l’aspetto goffo e la stupidità. Non era dello stesso parere certo la maggior parte delle mamme che raccontavano una versione più fedele della fiaba dei Grimm rappresentando la figura del lupo con toni spaventosi e chiamandolo in dialetto "bbabbalutu o bbau". Accadde che una domenica, durante la messa per i bambini, il parroco, per spiegare le innumerevoli tentazioni a cui è sottoposta l’anima del credente, fece riferimento al lupo della favola di Cappuccetto rosso. Ma imbastì un discorso lungo e complicato, pieno di digressioni, che da Adamo ed Eva giungevano ai nostri giorni, passando dalle Guerre Puniche, dall’ateismo di certi nostri concittadini e dall’intemperanza dei bambini. Forse fu proprio leggendo l’incredulità nei nostri sguardi, che a un certo punto, preso da un eccesso di zelo si rivolse a noi chiedendo con tono austero: "Allora che cos’è che minaccia la santità dell’anima?" . Un bambino dai primi banchi si alzò in piedi e rispose: "U bbabbalutu!". Vedemmo a quel punto il parroco accasciarsi sul suo scanno, senza forze, e rimanere lì, con gli occhi fissi sulla volta che campeggiava sopra l’altare. Un silenzio atroce si diffuse tra i presenti e qualcuno pensò che il poveretto fosse caduto morto. Non era morto, era solo svenuto. Faceva caldo e lui non aveva più fiato per parlare ancora. Con nostro grande sollievo, tornammo a casa. Raccontai tutto alla mamma, la quale in tono rassicurante mi convinse che non esisteva alcun "bbabbalutu". Così l’idea del male è rimasta per me legata alla responsabilità personale e al proprio agire, non a qualcosa di ignoto e di incontrollabile. E ciò mi ha aiutato a sviluppare una coscienza attenta e vigile, pronta a riconoscere il vero male, quello che si insinua nell’ignoranza e nella scarsa consapevolezza di sé. Come dice uno dei detti delle donne: "Chi pecora si fa, lupo la mangia".

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