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_i bambini amano giocare con i propri piedi
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_Il mio diario del parlare materno

5 giugno 2006

Il mio piccolino oggi ha detto la parola "piede". Questo fatto ha risvegliato in me la memoria di una filastrocca sul piede che mi cantava la nonna Maria quando avevo il piede indolensito o "addormentato":

Rusbigghiti pedi

Ca l’angilu veni

Veni cantannu

Veni sunannu:

Rusbigghiti tannu!

Sarà stata la suggestione, ma immediatamente sentivo risucchiare il formicolio e agitando il piede, felice di essermene riappropriata, saltellavo qua e là nella stanza, improvisando un nuovo gioco.

Un giorno sentii una donna anziana lamentarsi di avere i piedi sempre "addummisciuti" e di sentirli pesanti come il piombo. Quest'espressione mi colpì particolarmente, infatti qualche tempo dopo, quando udii la mamma dire a una sua amica che "in quella faccenda era andata con i piedi di piombo", "Ah, dissi, mamma, perché non hai cantato Rusbigghiti pedi, ca l’angilu veni?"

"I piedi, disse un vecchio durante una conversazione con mia nonna, scusate la parola".

Ma perché si scusa? Chiesi. Lui non parlò più, annichilito dalla mia domanda.

Ogni tanto li fissavo, i piedi. M’incuriosiva tutto il riserbo che li circondava, la mania di imprigionarli nelle scarpe. Amavo andare scalza d’estate e d’inverno, inseguita dalla mamma che paventava terribili raffreddori. Da adolescente mi capitò di leggere una poesia meravigliosa sul piede del bambino scritta da Neruda nel 1958. S’intitola "Al piede dal suo bambino" è tratta dalla raccolta Estravagario

Al piede dal suo bambino
Il piede del bimbo non sa ancora di essere piede,
e vuole essere farfalla o mela.
Ma presto i vetri e le pietre,
le strade, le scale,
e i cammini della dura terra
insegnano al piede che non può volare,
che non può essere frutto rotondo sul ramo.
Il piede del bimbo allora
è stato sconfitto, è caduto
in battaglia,
è stato fatto prigioniero,
condannato a vivere in una scarpa.
Poco a poco senza luce
ha cominciato a conoscere il mondo a suo modo,
senza conoscere l'altro piede, chiuso,
esplorando la vita come un cieco.
Quelle tenere unghie
di quarzo, di grappolo,
induriscono, si trasformano
in opaca sostanza, duro corno,
e i piccoli petali del bimbo
deformati, squilibrati,
prendono forma di rettili senza occhi,
teste triangolari di lombrico.
Rapidamente sono incalliti,
si sono coperti
con piccolissimi vulcani di morte,
inaccettabili durezze.
Ma questo cieco è andato
senza tregua, senza fermarsi
ora dopo ora,
il piede e l'altro piede,
ora di uomo
o di donna,
sopra,
sotto
per campi e miniere,
magazzini e ministeri,
dietro,
fuori, dentro,
avanti,
questo piede ha camminato con la sua scarpa,
e ha avuto appena il tempo
di stare nudo nell'amore o nel sonno,
ha camminato, hanno camminato
fino a quando l'intero uomo si è fermato.
E allora è sceso nella terra
senza sapere nulla,
perché lì tutto proprio tutto è oscuro,
non ha saputo di aver smesso di essere piede,
se è stato interrato per volare
o per poter infine
essere mela.

La parabola del piede immaginata da Neruda mi fece capire l’importanza di questa parte del corpo per un bambino e compresi da dove veniva il mio infantile attaccamento ai piedi. Osservo i miei figli: anche loro quando possono si liberano volentieri delle scarpe per girare a piedi nudi. Nel contatto diretto con la terra, vivono, inconsapevoli, un’esperienza straordinaria, un misto tra libertà, sogno e adesione alla realtà.

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