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_Quando il bambino era bambino

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"Quando il bambino era bambino, se ne andava a braccia appese. Voleva che il ruscello fosse un fiume, il fiume un torrente, e questa pozza il mare. Quando il bambino era bambino, non sapeva d’essere un bambino. Per lui tutto aveva un’anima, e tutte le anime erano tutt’uno. Quando il bambino era bambino, su niente aveva un’opinione. Non aveva abitudini. Sedeva spesso a gambe incrociate, e di colpo sgusciava via. Aveva un vortice tra i capelli, e non faceva facce da fotografo.

Quando il bambino era bambino, era l’epoca di queste domande: Perché io sono io, e perché non sei tu? Perché sono qui, e perché non sono lì? Quando è cominciato il tempo, e dove finisce lo spazio? La vita sotto il sole, è forse solo un sogno? Non è solo l’apparenza di un mondo davanti a un mondo, quello che vedo, sento e odoro? C’è veramente il male? È gente veramente cattiva? Come può essere che io, che sono io, non c’ero prima di diventare? E che un giorno io, che sono io, non sarò più quello che sono? Quando il bambino era bambino, per nutrirsi gli bastavano pane e mela, ed è ancora così.

Quando il bambino era bambino, le bacche gli cadevano in mano, come solo le bacche sanno cadere. Ed è ancora così. Le noci fresche gli raspavano la lingua, ed è ancora così. A ogni monte, sentiva nostalgia di una montagna ancora più alta, e in ogni città, sentiva nostalgia di una città ancora più grande. E questo, è ancora così. Sulla cima di un albero, prendeva le ciliegie tutto euforico, com’è ancora oggi. Aveva timore davanti ad ogni estraneo, e continua ad averne. Aspettava la prima neve, e continua ad aspettarla. Quando il bambino era bambino, lanciava contro l’albero un bastone, come fosse una lancia. E ancora continua a vibrare".

Lied Vom Kindsein” — Peter Handke. Dal film di Wim Wenders "Il cielo sopra Berlino"

 
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_Il mio diario del parlare materno

Stranieri

Rimestavo nervosamente tra gli oggetti dentro la borsetta in cerca delle chiavi di casa. Una giovane Rom mi si avvicinò tendendo il palmo della mano e chiedendo l’elemosina. Indossava una gonna lunga e abbondante e portava uno scialle di lana verde sulle spalle. Le scarpe di taglia superiore ai suoi piedi erano da uomo, eleganti, ma sporche di fango e graffiate alla punta. Mi guardò con occhi glaciali, abissi insondabili, neri o viola, non capii. Mi assalì il lezzo del suo sudore e il tanfo proveniente dalla sua bocca, aperta a metà per un sorriso forzato. In tasca avevo un euro, glielo diedi. Lei mi ringraziò con enfasi eccessiva. E andò via.

Mi avviai verso il mio portone. Mentre mi allontanavo notai dietro di lei un bambino, di cinque o sei anni circa, attaccato alla sua gonna. Avvolto in una coperta a scacchi, trascinava i suoi piedini con andatura molle e indolente. Aveva il visetto sporco, il naso gocciolante di muco e i capelli ricci impastati dalla polvere. Mi rivolse uno sguardo stanco e sofferente.

Entrai in casa. Il mio bambino di tre anni mi venne incontro, allegro, felice, le braccine sollevate in segno di accoglienza: è arrivata mamma! Lo strinsi forte e un profumo di talco e vaniglia mi riempì le narici. Sentii le sue guance rosee e tiepide e i suoi capelli lisci carezzarmi il collo. Gli feci il solletico sul pancino e i suoi acuti gridolini di gioia lasciarono intravedere il biancore dei dentini da latte.

Intanto la baby sitter ci salutava e usciva.

Ci stendemmo sul letto a giocare e ci addormentammo quasi subito, ancora abbracciati.

Udii suonare il campanello, con insistenza. Mi alzai intontita e corsi ad aprire la porta. Dinanzi a me stava il bambino che avevo visto con la Rom poco prima. 

“Hai un panino?” mi chiese con molta naturalezza.

Non portava più la coperta sulle spalle ed aveva un’aria da fuggitivo.

Mi guardai attorno, scrutando ogni angolo della via. Non c’era nessuno. Qualcosa mi diceva però che la donna era nascosta da qualche parte e stava osservando la scena.

“Sì, entra”, risposi a voce bassa.

Una folata di vento gelido spinse la porta facendola sbattere violentemente.

Il bambino percorse con sicurezza il corridoio in direzione della cucina e una volta lì, aprì uno sportello, poi un altro e un altro ancora, finché non trovò la dispensa in basso. Senza dire una parola, vi estrasse una confezione di merendine e con grande voracità, iniziò a mangiarne, una, due, tre, quattro, liberandosi degli involucri con gesti rapidi e sicuri. Presi una bottiglia d’acqua minerale, riempii un bicchiere e glielo porsi. Lui afferrò la bottiglia direttamente e a lunghe sorsate ne bevve la metà, terminando l’operazione con un rutto. Si sedette accanto al tavolo, con un’aria soddisfatta, giocherellando con le dita delle mani e dondolando le gambe sotto la sedia. Con la manica logora del maglioncino si pulì il naso tirando su il moccio.

“Come facevi a saperlo?”, gli chiesi.

“Che cosa?”

“Come facevi a sapere dove si trovava la cucina?”

Lui non rispose.

Scostai il biberon pieno di latte dal tavolo. Non so perché lo feci, forse perché sentivo quel bambino talmente estraneo da me, dalla mia vita, dall’immagine calda, pulita e serena del mio piccolo che dormiva beato nell’altra stanza, da avvertire l'esigenza di dovermi in qualche modo difendere da lui. Avrei voluto fuggire da quel suo sguardo enigmatico che a tratti pareva dominarmi. L’ombra lunga di pensieri torbidi calò su di me. Pensai alle notizie del telegiornale, ai furti negli appartamenti compiuti dai ragazzini nomadi, al sospetto che dietro il rapimento di certi bambini vi fosse la “mano” degli zingari. Ero in trappola. Forse non dovevo aprire la porta, forse non dovevo permettere a uno sconosciuto di entrare in casa mia.

Mi prese il panico. Vacillai. Tentai di appoggiarmi allo stipite della porta. A poco a poco l‘inquietudine lasciò posto a un moto di tenerezza. Sono quei passaggi discreti che tendiamo a reprimere, a ricacciare giù come un nodo di pianto improvviso del quale non vorremmo essere costretti a riconoscere la provenienza. E in questi brevi istanti i pensieri cattivi sfumano sotto un dubbio, una frazione di coscienza; la visione di certe immagini trasforma i nostri incubi notturni in una successione rapida di foto ai margini del nostro vivere. Solo in apparenza ne restiamo indifferenti: al contrario ne assorbiamo il terribile degrado, l’intima solitudine, la muta sofferenza. Per difenderci da esse dovremmo fuggire, oppure barricarci in casa, o consegnarci all’oblio. Ma non sempre è possibile farlo. Così lasciai filtrare quelle immagini nel mio cuore.

E vidi una culla carbonizzata, in cui era morta, pochi giorni prima, una neonata Rom. L’incendio era divampato a causa di una candela dimenticata accesa. Vidi la baracca, in cui viveva con la famiglia: un nido d’uccello costruito dagli uomini con stracci, cartoni, fogli di plastica, tronchi d’albero; sorgeva in una discarica, a pochi passi da uno degli alberghi più prestigiosi della città. E poi il rogo. E la disperazione della madre, che urla, perché nessuno riesce a oltrepassare il cerchio maledetto delle fiamme e salvare la sua piccolina. E il viso della bambina, mentre si sveglia improvvisamente e piange, ma rimane lì, immobile nella sua culla, rannicchiata su un fianco: un bambola in fumo, un fantoccio crudelmente scartato dalla vita.

E ora quel bambino Rom, infiltrato nella mia cucina, mi appariva sotto una luce diversa.

Mi sedetti accanto a lui. Gli porsi una mela. Ma scosse la testa, in segno di rifiuto.

“Come ti chiami?”

“Wasix, ma tutti mi chiamano Angelo”.

 “E dove sono i tuoi genitori?”

“Non ho genitori”.

“E quella donna che era con te prima, non è tua madre?”

“No, mia madre è morta quando sono nato. Quella è Roditsa?”

“Si chiama così?”

“No, Roditsa vuol dire cugina nella nostra lingua, lei si chiama Lidija”.

“E tuo padre?”

“E’ in carcere”.

Ci fissammo a lungo, in silenzio.

Angelo mi osservava, compresi che mi stava giudicando. Chissà che cosa pensa di me? Mi domandai. Spinta da un crescente imbarazzo, gli chiesi se la Roditsa sapeva che lui era in casa mia.

E lui rispose con un cenno del capo: sì, lo sapeva.

“Come mai?”

“Avevo fame e lei ha detto di chiedere a te, perchè sembri non troppo cattiva, come invece sono tutti gli altri gagè”.

Compresi che la parola “gagè” significava “straniero”.

E’ vero, pensai. Per lui sono io la straniera. Non so perché, ma quest’idea invece di rassicurarmi, mi atterrì.

Io, straniera!

Fu come se improvvisamente un’altra me stessa fosse entrata in me, abitando nel mio corpo, nella mia mente.

In fondo straniera lo ero davvero, riflettei. Lo ero sempre stata. Straniera alla luce, forse già dall’istante della mia nascita, sottratta con il forcipe all’utero di mia madre. Straniera alla mia famiglia quando decisi di partire per andare a vivere a Milano. Ero molto giovane, cercavo spazi vitali che il mio paesino del Sud non poteva offrirmi. E straniera mi trovai ad essere, mio malgrado, nella nuova città. Il mio accento troppo marcato, i miei sguardi di stupore di fronte a ciò che altri consideravano banale e scontato, il mio modo di vestire, persino il mio modo di camminare: tutto tendeva a sottolineare la differenza tra me e gli altri, la mia estraneità.

Straniera infine a me stessa, alle mie vere aspirazioni, sempre in bilico tra un’idea del futuro e il suo opposto: chi ero io? Che cosa mi aspettavo veramente dalla vita? Per la prima volta, in tanti anni, ebbi coscienza di aver vissuto la mia esistenza come una clandestina, spiando la mia vita da un antro oscuro, senza riuscire a mettere radici nè in un posto né in un tempo. Il fatto che mio marito fosse sempre via per lavoro, aveva contribuito a rendere occasionale il nostro rapporto, pur all’interno di una cornice di matrimonio solido. Solo il rapporto con il mio bambino rimaneva un punto fermo. E adesso c’era Angelo davanti a me. La mia immagine riflessa nei suoi occhi era quanto di più autentico mi era mai sembrato di sapere di me. Straniera dentro lo sguardo di un bambino, straniero a sua volta, che adesso si specchiava nel mio sguardo, in un rimando infinito in cui né io né lui potevamo trovare un punto di incontro, un abbraccio, una via di salvezza.

Ma accadde qualcosa d’inaspettato. Il bambino si girò verso la cesta dei giocattoli e lambì con il desiderio una macchinina rossa, con le luci sul tetto e gli sportelli apribili, l’ultimo regalo che avevo fatto al mio bambino.

“Vuoi giocare un po’?” gli chiesi.

“Sì”.

Cominciammo a giocare, spingendo sul pavimento la macchinina tra grida di entusiasmo e risate sfrenate.

A quel punto il mio bambino si svegliò e cominciò a piangere e a chiamarmi.

Corsi in camera mia lasciando il mio giovane ospite da solo in cucina.

Quando rientrai con il mio piccolo in braccio, Angelo era sparito. Lo cercai dappertutto, in soggiorno, in bagno, in lavanderia, sul terrazzo. Niente.

Ad un tratto mi accorsi che il biberon del mio bambino giaceva vuoto sul tappeto accanto al divano del soggiorno insieme al peluches e alla macchinina. Scorsi allora la figura di Angelo, a terra, alle spalle del divano: dormiva su un fianco, accoccolato, le gambine e le braccia magre intrecciate, e l’intero corpicino imbozzolato tra due cuscini.

Un baffo di latte in rilievo sulla sua guancia si mosse e formò una piccola lacrima bianca sul suo viso, che colò leggera sul tappeto.

Presi un plaid e lo coprii delicatamente.

“Chi è mamma? Lo conosci?”, mi domandò incuriosito il mio bambino.

“Oh, sì, lo conosco da sempre, da quando sono nata”.

 

Alfia Milazzo

 

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