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_Il mio diario del parlare materno

6 marzo 2007

 

Nessuno mi aveva avvisata, prima.

Nessuno mi aveva detto tutto.

Prima che nascesse il mio primo figlio, non immaginavo nemmeno lontanamente quanto fosse difficile e traumatica l’esperienza della gravidanza, con i suoi controlli invasivi da parte dei medici, l’inadeguatezza da parte di certe strutture ospedaliere, la solitudine di fronte alle paure, alle angosce di perdere il bambino, poi l’immane sofferenza del parto, l’infinita stanchezza del puerperio, il terrore di fronte al pianto del tuo bimbo (perché piange? Avrà fame, o è sporco, forse ha sonno?). E le parole, le tante, troppe parole di certe donne che ti fanno sentire inadeguata come madre solo perché spasimi per qualche ora di sonno o per poter restare un po’ da sola con te stessa, senza il pensiero, che vivi come incancellabile ormai, di quell’esserino appena venuto fuori da te, come un miracolo e una ferita anomala,  un taglio inciso sul tuo corpo, fatto, è vero, per aprirti un sorriso, ma anche per darti pena. Poi ancora lo sguardo di lui che ti vede ingrassata e un po’ deformata dalla gravidanza, ti dice che adesso devi metterti un po’ a dieta, e magari ti chiama “mamma”, per errore, certo. E ancora le incertezze, il rientro al lavoro, la scelta di una persona per accudirlo: l’asilo nido è meglio? O sono meglio i nonni?, e se non hai né l’uno né l’altro devi cercare una baby sitter e ti devi fidare. Dopo molto tempo e con grandissima fatica ero riuscita a trovare un lavoro co. co. co. La prima volta che ho avuto un problema di salute con il mio bambino mi hanno lasciato a casa, via email. Erano tutti uomini, cercavano qualcuno che fosse più affidabile di me e presero una ragazza giovane nubile e senza figli. Restai tre giorni chiusa in casa senza riuscire a parlare con nessuno. Nemmeno con mio figlio. Mio marito non riuscì a trovare le parole giuste per “consolarmi”.

Restai sola, a leccarmi le ferite.

Mi capitò un giorno di leggere un’inserzione che parlava dell’apertura di un centro per le mamme e i bambini. Mi recai nella sede di questa associazione nel cuore di Milano e scoprii tante donne neo-mamme con i miei stessi problemi. Una psicologa guidava i nostri incontri, delle ragazze sorridenti ed esperte intrattenevano i nostri bambini, con attività di psicomotricità. Per la prima volta dopo tanto tempo riuscii a tirare fuori tutta la sofferenza che mi portavo dentro, sofferenza acuita dalla convinzione o pregiudizio che avrei dovuto essere solo felice e invece, invece non lo ero affatto. L’assurda mistica della maternità mi stava uccidendo. L’immagine assoluta di una madre perfetta si scontrava con una realtà di isolamento e di misconoscimento a livello sociale e professionale. Ricordo ancora certe cene con i colleghi di lavoro di mio marito al quale chiedevano: “che lavoro fa tua moglie?” E lui, “la consulente, ma in questo periodo la mamma”, “aha....” rispondevano, senza celare un certo imbarazzo. Scoprii che c’erano donne depresse, che la loro depressione nasceva dalla paura di non farcela, e soprattutto seppi, confrontandomi con loro che, chi più chi meno, eravamo tutte sole.

Perché vi ho raccontato questa storia?

Perché non vorrei che Mammablog fosse scambiato per il “Mulino Bianco” della maternità. Il mio intento è stato quello di ricreare, in forma virtuale, i momenti d’incontro dell’associazione di Milano. La maternità è un’esperienza complessa, ricca di contenuti positivi e simbolici, ma soprattutto di vita vissuta intensamente con tutte le contraddizioni del caso. Per amare i miei figli ho dovuto imparare innanzitutto ad amare me stessa, perché ho capito quanto fosse importante per loro che io stessi bene e che fossi in pace con me stessa. Ho dovuto cercare e valorizzare il contributo e la presenza attiva del loro padre. Infine ho parlato molto con loro delle mie debolezze, delle mie paure, delle difficoltà quotidiane ad essere la loro madre. Sono una donna imperfetta, come tante, questo è stato il mio orgoglio, la mia conquista. Vi sembrerà strano, ma è così. I miei figli mi hanno aiutato ad essere quella che sono e a non dispiacermene troppo, perché a loro in fondo fa comodo avere un esempio di adulto che incespica e sbaglia, come è normale che sia, e che comunque si sforza di fare del suo meglio, un essere umano, insomma.

Tempo fa mi sono imbattuta in una lettura sconvolgente, un libro scritto da Adriana Pannitteri che fa rabbrividere solo leggendo il titolo: Madri assassine. Il libro indaga le ragioni dietro uno dei delitti peggiori che si possa immaginare, quello dell’assassinio del proprio figlio da parte di una madre. Devo confessare che ne ho tratto un profondo turbamento. Perché nella maggior parte dei casi descritti dalla Pannitteri le donne uccidono per liberarsi di una identità che esse non amano, quella di essere madre. E non la amano perché ne subiscono nella solitudine e nell’indifferenza le conseguenze reali in contrasto assoluto con gli stereotipi sociali.

E ancora una volta di fronte a questi casi di estremo rifiuto della maternità, si comprende quanto arduo e impervio sia il cammino di una donna che diventa madre.

Nessuno me lo aveva detto, prima.

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