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_Il mio diario del parlare materno

 

LA TRACCIA ININFLUENTE

8 maggio 2007

 

Uscire o restare?

Uscire.

Chiudo la porta alle mie spalle. Silenzio per le scale. Troppo silenzio. Avverto la presenza di occhi che mi spiano, monocoli del sospetto.

Ho bisogno di respirare. Aria, libertà, movimento. Faccio un respiro profondo.

Via.

Quale via?

Con un salto sono in via Giacomo Matteotti, meglio nota come “a’ calata du’ marchisi Salvo”.

Un brano di cielo sporge da dietro quella che una volta era la Villa del Marchese. E la mente torna al gioco delle parole, quelle da riporre nel cassetto virtuale del foglio o lungo le linee parallele e brevi del mio taccuino.

Una coda di nuvole si accomoda allegramente nello spazio tra me e l’infinito….

Scrivere. Perché scrivere?

Per non cedere al niente, per non cadere nella ragnatela dell’oggi.

Osservo le strade, le case e i quartieri di questo paese, luoghi remoti e odierni che appaiono come il tentativo di rimestare il niente, procastinando l’avvento di un domani migliore: oggi niente, domani?, domani chissà, forse. E intanto? Non c’è niente da fare, da cambiare? Non serve che il governo sia affidato a buoni o cattivi amministratori quando il niente riempie il cuore dei cittadini.

Scrivere per non morire. Diceva Blanchot, filosofo francese dei nostri giorni: la scrittura è il grande nemico della morte. Dentro la scrittura si accalcano innumerevoli le memorie e le sensazioni. Si stipano in una coscienza che non sa riconoscerle tutte insieme, ma ne avverte tuttavia il peso, come un groppo alla gola, o un cappio tagliente appeso al collo, un tarlo gigantesco che tormenta e può anche distruggere. Si scrive per ricordare, a se stessi e agli altri.

Ricordare che cosa?

Il principio, il punto di partenza. Chi siamo, da dove veniamo? Quale è la nostra storia? E insieme chi vogliamo essere, da chi vorremmo essere nati, e quale è il senso di essere ciò che siamo.

Per questo ho ricominciato a scrivere di questo paese, di Biancavilla, perché nel bene e nel male è qui che si apre il mio incipit, il primo capoverso, il primo capitolo.

Punto e accapo. Sono in via Bendetto Croce, tra il campo sportivo e il giardino pubblico; tra la caserma dei carabinieri, l’ufficio postale da un lato e la scuola Don Bosco dall’altro. In questa scuola ho appreso l’arte della scrittura e della lettura. Non dico il semplice calligrafare della prima elementare. Intendo proprio l’arte, ovvero il piacere, la piena soddisfazione di vedere la penna agire alacremente su una pagina immacolata, asservita alla mente, al ragionamento, all’immaginazione, senza provare alcun rimorso per questo, anzi pregustando una forma di profonda adesione a me stessa, all’intimità del mio essere. Già perché scrivere è anche questo: voler ri-fare l’essere, la realtà, descrivendola anche nelle sue pieghe e angolazioni più squallide oppure tra-sognando il suo lato migliore.

Eccomi in un vicoletto e poi sulla via Vittorio Emanuele, a pochi passi dalla casa in cui nacque Antonio Bruno, il nostro poeta dandy. “L’arte è istinto”, scrive Bruno in una breve postilla di diario del 1914, “La creazione, necessità”. Da donna, e soprattutto da madre, ho potuto sperimentare l’inverso: la creazione trae origine dall’istinto, mentre l’arte è il perfezionamento di un fatto naturale.

L’arte di scrivere è il perfezionarsi di quel gesto naturale, che abbiamo compiuto già nel corso della nostra infanzia, quando ancora neonati cercavamo di afferrare il seno di nostra madre per trarne nutrimento. E’ da qui, da quei “piccoli schiaffi in quiete” come li definisce il poeta Andrea Zanzotto, da questi primissimi tentativi di incidere nel vuoto con il proprio corpo, da questi “grafemi corporei” dovuti al bisogno di ricostituire l’unità perduta con la madre, che ha origine il magnifico straordinario istinto a scrivere.

Tra una riflessione e l’altra ho raggiunto piazza dell’Idria. Qui sorge, coraggiosa e unica, la libreria del paese. Un vero piccolo miracolo, messo in piedi da un giovane intellettuale affabile e sincero nel suo amore per la cultura e i libri. L’ha chiamata “Pensiero libero”. Anche se dai suoi occhi traspare più il pensiero dell’Utopia: essere a proprio modo promotori della lettura in un paese, in uno stato e in un’epoca storica totalmente avulsa dal leggere e assolutamente concentrata su tutto ciò che concerne il vedere e l’apparire, costituisce una forma vitale di pensiero utopistico.

E’ utopico anche scrivere nella convinzione che più d’uno ti leggerà. Specie se sei un poeta. E allora perché farlo? Perché sperperare carta e desideri inutilmente?

Lo confesso. Scrivo per ricordare, ma anche per dimenticare. Non sono fatta per la rassegnazione o i rimpianti. Non dispongo di riserve utili a proteggermi dalla sofferenza, mia e altrui. Sono priva di quel sano ottimismo della ragione, capace di arrestare il dubbio al suo primo appello; né sono corazzata di una fede incrollabile o di un ideale sicuro nel quale rifuggiarmi. Quindi scrivo. Per curare le ferite, per rendere inoffensiva la crudeltà dei miei vicini, per sopportare le malattie di chi amo, per rendere biodegradabile (secondo la felice espressione di Gesualdo Bufalino) l’ingiustizia, l’odio, l’ignoranza, la morte. Per sciacquare e annacquare il male del mondo che ogni giorno i miei sensi catturano e incamerano, impietose sentinelle di una padrona pronta a seguirli, ovunque essi la conducano.

E le mie scarpe mi conducono ora lungo la via Vittorio Emanuele, nell’angolo di piazza Regina Margherita. Che dire? Non riesco a trattenere l’emozione: la toponomastica biancavillese restituisce finalmente il nome di una donna che abbia acquistato per meriti regali, l’assegnazione di una via, anzi di una piazza, addirittura! Possono vantare la stessa dignità, se si escludono le sante e i vari nomi di Maria, solo altre tre donne, tutte non biancavillesi: Artemisia, Deledda e Montessori. Sono, rispettivamente, un’artista (credo sia Artemisia Gentileschi, nata nel 1593 a Roma, famosa artista, seguace di Caravaggio, intentò e vinse il primo processo per stupro della storia dell’umanità), una scrittrice sarda (premio Nobel della letteratura nell’anno 1926) e una pedagogista (fondatrice di un metodo pedagico che porterà il suo nome, ha introdotto l’idea del bambino come “embrione spirituale”). Vi è poi una tal via Angelica. Si tratta di un allusione al personaggio femminile dell’Opera dei Pupi?

Mi chiedo: ma dove sono finite le donne di Biancavilla? Non c’è mai stata una figura femminile che si sia incaricata per tutte loro di assumere il compito di esserci, di valere tanto da guadagnare la targa di una via? Possibile che tra le tante poetesse dialettali, professoresse, maestre e benefattrici del passato, non ve ne sia stata una, una sola, capace di attirare l’attenzione di un’amministrazione o di un comitato femminile ed essere lì, nome e cognome, all’apice di una strada, di una piazza, di un cortile? No, è la laconica risposta che devo darmi.

Allora perché insistere tanto su questo paese, perché cercare il confronto con una civiltà che misconosce, almeno nell’ordine simbolico della sua toponomastica, i nomi delle sue donne, le tante, troppe, ignote eroine del quotidiano, vere depositarie di cultura e di linguaggio, di tradizioni e di beni immateriali. Perché scrivere? Inseguendo l’illusione di recuperare una lingua, la mia, la nostra, la lingua materna che ha il limite e la colpa di non essere riconosciuta per quella che in effetti è: la lingua e la cultura che abbiamo ricevuto, come un dono dal contrassegno invisibile da parte delle nostre madri, nonne e bisnonne biancavillesi. Non dimentichiamo che Dante in persona ha attribuito alle nutrici fiorentine e al parlare materno l’origine della lingua italiana.

Scrivo per dare testimonianza, della lingua, della madre, delle donne. Per testimoniare o lasciare un testamento del loro e del nostro passaggio a tal punto ininfluente, da generare e condizionare, nell’ombra, il primo movimento della mano per la scrittura, il primo apprendistato linguistico, la prima visione e conoscenza del mondo e di sé nei bambini. Scrivo a futura memoria della presenza-assenza delle donne nel mio paese. A mia e a loro discolpa, sottraendomi al loro silenzio, denunciandolo, in qualche modo, profetizzando la parola femminile nella speranza che serva a qualcosa.

Dalla via Vittorio Emanuele, passo a una sua traversa, la via Mameli. E qui mi lascio prendere dal dolce effluvio dei ricordi della mia infanzia. Di questa strada conosco ogni pietra, ogni angolo, ogni portone. Qui abitava la mia nonna materna, colei che più ogni altra persona mi ha insegnato l’allegria della lingua. Scrivere è come giocare con le parole, con la loro capacità di trasformarsi in ciò che desideri, in virtù del loro potere magico di dire la realtà in molteplici modi e significati. Le parole sono giocattoli, scriveva Gianni Rodari, giocoliere della lingua per eccellenza. E grazie alla nonna, le parole per me erano giochi speciali, erano i pupi del nonno Vincenzo, erano le fate buone, erano le briciole di Pollicino (da lei battezzato con il nome in dialetto di Mezzuculiddu), erano i sette nani e le belle principesse. Mia nonna era il suo quartiere, il profumo del panettiere all’angolo, le paste di mandorla fatte in casa con sopra il chicco di caffè, il ciciliu a forma di cestino a Pasqua. Era il mio rifugio durante i temporali, il calore di una voce e di un abbraccio, era tutto ciò che avrei scritto e molto, molto di più. Mia nonna era ed è una parte di me che non riuscirò mai a scoprire del tutto, perché ciò che lei mi ha lasciato in fondo non è altro che una vena inesauribile d’amore e di fiducia.

E scrivere è anche un modo per restituire ad altri l’amore che abbiamo ricevuto inaspettatamente e gratuitamente. Forse è un compito troppo arduo, ma perciò stesso di profondo valore etico, un compito nel quale credo sinceramente. Ricordo che un giorno mentre mi trovavo in un Fast Food di Milano, mi rubarono la borsa, lasciandomi in preda al panico, senza il becco di un quattrino per fare una telefonata e avvisare la polizia. Uscii dal locale piangendo. Cercavo tra la folla qualcuno che mi aiutasse. Ma nessuno si fermò. Solo un signore, vedendomi disperata, mi chiese se avevo bisogno d’aiuto e dopo aver ascoltato la mia storia, senza battere ciglio, aprì il portafogli e mi porse trentamila lire. Io non volevo prenderli, gli dissi che me ne bastavano solo dieci. E lui insistette. Allora gli chiesi di darmi il suo indirizzo per poterglieli restituire l’indomani. Ma lui mi disse: “Non si preoccupi. Basta che lei si ricordi di restituirli a chiunque, in futuro, dovesse chiedere il suo aiuto”. Lo ringraziai visibilmente commossa e un po’ disorientata. Quell’uomo, di cui non dimenticherò mai il volto, quel giorno mi ha lasciato ben più di trentamilalire, mi ha regalato un grandissimo insegnamento: tutto il bene che riceviamo dobbiamo restituirlo ad altri, e se è il caso, moltiplicarlo per cento.

E senza nemmeno accorgermene sono tornata in via Vittorio Emanuele nei pressi del famoso Circolo Castriota, denominazione che sta a ricordare le origini albanesi del nostro paese. Biancavilla nasce infatti da un accampamento di profughi albanesi. Non so quanto i miei concittadini abbiano consapevolezza di questo fatto. L’essere eredi di un popolo in fuga avrà determinato in una certa misura la psicologia della nostra gente. Basta dare uno sguardo al paese da una delle collinette sovrastanti per capire che ancora oggi la mentalità dei biancavillesi è fortemente caratterizzata da quello status primordiale di essere in fuga. Si avverte un profondo senso di precarietà: la maggior parte delle abitazioni private manca di intonacatura esterna, ovunque si notano edifici non ultimati, scheletri di cemento, cadaveri di case dimenticate che la pioggia marcisce e copre di muschio, appezzamenti di terreno depositari di erbacce e spazzatura. Il biancavillese tipo appare sempre avvolto da un’aura di incertezza, sempre in procinto di darsi alla fuga, in bilico tra l’essere e il non essere, incapace il più delle volte di considerare il bene collettivo alla stregua di quello personale, sperperatore di risorse e servizi comuni in vista di un vantaggio individuale. Questo senso di instabilità è abbastanza diffuso in tutta l’Isola, ma qui risulta più evidente.  L’instabilità è fonte di inquietudine e questa può essere rivolta ad ottemperare scopi positivi. Sarebbe sufficiente trasformare la distanza tra il sogno e la realtà in una visione pragmatica, in cui persino gli obiettivi più alti diventano mete raggiungibili se il percorso viene frammentato in segmenti praticabili. E’ la filosofia dei piccoli passi e i bambini ne sono maestri. A piccoli passi i biancavillesi potrebbero tentare di migliorare questo paese, impegnandosi tutti in prima persona a renderlo un luogo più gradevole alla vista, trasformando le tende dei padri albanesi in un villaggio a misura d’uomo, e soprattutto a misura di bambino.

E ciò mi riporta al dilemma sulle ragioni della scrittura. Come afferma Bufalino, “si scrive anche per rendere verosimile la realtà” (cfr, Cere perse, Palermo, 1985, p. 18). O potremmo dire: si scrive anche per rendere possibile l’impossibile. Scrivere di Biancavilla è un modo come un altro per trascinarla davanti a uno specchio e gridarle: “Guarda, sei tu, proprio tu, sei questa cosa qui, non trascurarla, non buttarla via. Ama te stessa, la tua infanzia, la tua memoria, la tua intelligenza, solleva il tuo sguardo fiero, figlia di Scanderberg, impugna la speranza, rigetta le tue vesti sporche e vai sicura e serena verso il bene!”.

Si scrive per promuovere la felicità nel mondo che abitiamo. Da piazza Roma mi infilo in via Castro, laddove il nonno Vincenzo costruì con pochi mezzi il suo Teatro dell’Opera dei Pupi. Che cosa lo spinse a donare al paese un luogo popolare in cui potersi divertire e riflettere allo stesso tempo? Se rileggo i suoi canovacci, non posso fare a meno di notare la cura con cui egli preparava ogni spettacolo e la passione per l’arte, che ardeva nel suo cuore. Ma che cos’erano in fondo quegli spettacoli se non momenti in cui il sogno di un uomo era asservito alla felicità dei suoi concittadini? Le sue erano vere e proprie poesie d’amore per la vita, e una forma d’arte basata sulla volontà di fare del bene agli altri.

Torno indietro e ad ampie falcate raggiungo prima piazza Sant’Orsola e poi giro per via Inessa. Forse Biancavilla prima dell’arrivo degli albanesi fu colonia greca. L’ipotesi potrebbe essere corroborata da riflessioni antropologiche che tengono conto di alcuni tratti comuni alla civiltà greca antica, tratti che ritrovo specialmente nelle donne di qualche tempo fa. Non solo per l’abbigliamento, ma anche per le loro modalità espressive, il loro mondo di credenze e di superstizioni, l’attitudine alla tessitura e al ricamo. Un giorno scriverò qualcosa su questo.

Scrivere è come creare una specie di appendice alla vita, il resoconto di un viaggio che non abbiamo mai intrapreso. E’ così che è nato il poema più importante sul viaggio che sia mai stato scritto, ovvero l’Odissea. E se l’autore dei versi epici sulla peregrinazione di Ulisse non fosse stato un uomo, se Omero fosse stato una donna? Se avesse ragione Andrew Dalby, storico e linguista britannico, che nel suo libro Rediscovering Homer, apporta innumerevoli prove storiche a favore di questa tesi? Allora, che conclusioni potremmo trarre sul mondo greco antico, sull’origine della letteratura di una delle civiltà più importanti che siano mai esistite? Le stesse che possiamo dedurre attraversando a piedi Biancavilla, come ho fatto io quest’oggi: la donna è madre della lingua, dell’oralità, e quindi anche della cultura. Il suo passaggio volatile come la parola, non lascia tracce, ma non è per questo meno determinante nella costituzione di una civiltà.

Scrivere è in ultima analisi un portare alla luce, un partorire, ciò che per sua essenza rimarrebbe nascosto e che per il fatto stesso di essere consegnato a un testo, viene esposto al severo giudizio del tempo. Ma solo a questo prezzo è possibile governare il caos, dare un ordine alle cose, nominarle e generarle, ancora, e ancora, e ancora….Una pagina scritta assomiglia tanto al vagito di un neonato.

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