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_che cosa resta di noi?

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Nei momenti di crisi, avvertiamo un profondo smarrimento e constatiamo la nostra intima essenzialità. Spogli di tutto fuorché di noi stessi, avvertiamo il nostro essere come il peso della domanda ad esso collegata: chi siamo, veramente, noi?

E la domanda radicale e impertinente si impadronisce della nostra mente e del nostro cuore senza scampo: al suo cospetto restiamo attoniti e quasi angosciati. Che cosa resta di noi, quando sembra che non resti più nulla?

E i nostri sogni, una volta infranti, possono ancora rinascere? Come?

Sorge in noi allora l’impeto del coraggio e della ricerca. Inizia il nostro viaggio a ritroso rispetto allo scorrere del tempo, un viaggio che è nascere di nuovo, per amore, verso un sacro Graal, verso una risposta autentica che giace nascosta in un luogo a noi ignoto e tuttavia da noi percepito come la terra promessa.

 

Alfia Milazzo

 

Primavera nordica

Tutti i miei castelli d’aria si sono sciolti come neve,
tutti i miei sogni defluiti come acqua,
di tutto ciò che ho amato mi rimane
un cielo azzurro e qualche pallida stella.
Il vento si muove piano tra gli alberi.
Il vuoto riposa. L’acqua è silenziosa.
Il vecchio abete sta sveglio e pensa
alla nuvola bianca baciata in sogno.

Edith Södergran



(tratto da Poesia n. 105 Aprile 1997
Traduzione di Piero Pollesello
Contro i fragili sogni
a cura di Massimo Ciaravolo
Crocetti Editore 1997)

 

 
meta
_i sogni di una figlia speciale

Credetemi pure morta, se volete.

Io sono ancora qui con voi. Vi guardo dall’estrema immobilità di questo letto e vi ascolto. Dal giorno dell’incidente, dall’istante in cui sono entrata in questa stanza trasparente e occulta che i medici chiamano ‘coma’.

Vi ascolto con l’orecchio di un bambino nel grembo della madre. E comprendo ogni cosa. Soprattutto ciò che non avevo capito prima. Perché adesso posso tastare i vostri cuori, leggere nei vostri pensieri.

Così ho scoperto che tu, mamma, ti porti dentro un grande rimorso, quello di non avermi accompagnata quella sera, lasciandomi andare da sola in vespa. Ma davvero pensi che sarebbe bastato questo tuo gesto ad evitare che un camion mi urtasse, facendomi volare cinque metri più avanti? Niente e nessuno avrebbe potuto cambiare il mio destino.

Eppure mamma qualcosa c’era, che tu avresti potuto improntare, di molto più importante e decisivo per me. Qualcosa da attuare molto tempo prima, però.

Ma perché non ti è mai venuto in mente?

Qualcosa che mi avrebbe donato fiducia, giovando allo spirito della mia infanzia e della mia adolescenza. Liberandomi da quella crescente inquietudine che mi spingeva ad evadere da casa, a cercare aria nuova tra i fumi di una discoteca. E questo qualcosa era la tua felicità.

Certo la felicità non è un bene perenne. Ma lo è, può esserlo, la sua ricerca costante. E tu mamma, quando hai smesso di cercare la felicità? Forse quando hai rinunciato per sempre ai tuoi sogni. E quali erano i tuoi sogni? Perché non me ne hai mai parlato, mamma? A volte mi pare di vederli i tuoi sogni, aggrovigliati con i fili di questa scatola di latta che tieni accanto al tuo telaio per il ricamo. Sogni di mille colori che passano e ripassano da un verso all’altro della tela, con la pazienza e la grazia di un tempo. E mentre tu ricami in silenzio seduta accanto al mio letto, io vorrei, per scherno o per pura gioiosa follia, lanciare i tuoi fili in aria, inondare la camera di sete e colori, e dirti di non badare più a me, di andare via da qui, da questa casa, e di raggiungere i tuoi sogni, ovunque essi siano. Perché il mio sogno è quello di vederti felice, mamma. Però non riesco a parlarti né a muovermi. Tu piangi, sorda al mio richiamo. E allora non mi rimane che custodirli, i tuoi sogni, nella mia stanza velata, nella calma di queste mie mute palpebre chiuse.

 

Alfia Milazzo
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