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_le nozze di Cana
_le nozze di Cana
Ecco come Giovanni (2, 1-11) racconta l’avvenimento: Tre giorni dopo, ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. Nel frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: "Non hanno più vino". E Gesù rispose: "Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora." La madre dice ai servi: "Fate quello che vi dirà". Vi erano là sei giare di pietra per la purificazione dei Giudei, contenenti ciascuna due o tre barili. E esù disse loro: "Riempite d’acqua le giare"; e le riepirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo:"Ora attingete e portatene al maestro di tavola". Ed essi gliene portarono. E come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, il maestro di tavola, che non sapea di dove venisse (ma lo sapevano i servi che avevano attinto l’acqua), chiamò lo sposo e gli disse: "Tutti servono da principio il vino buono e, quando sono un po’ brilli, quello meno buono; tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono". Così Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.
 
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_Il mio diario del parlare materno

20 settembre 2006

Scrivevo dell’importanza del silenzio nel dialogo materno con i figli: infatti esso è un modo per accedere alla verità delle cose lasciando (come dice Chiara Zamboni) trasparire il significato inesauribile dell’essere.

 

Un esempio di questo modus essendi in veritatis, di questa modalità di abitare nella verità, propria del parlare materno, è dato dal Vangelo di Giovanni, in un passo memorabile in cui si racconta il primo miracolo di Gesù durante le nozze di Cana.

Il dialogo tra Maria e il figlio Gesù è ricco di silenzi e di allusioni. Si allude a una verità nota solo ad entrambi: il fatto che Gesù è in grado di compiere il miracolo. Giovanni, il discepolo più vicino a Maria, deve aver ricevuto direttamente da Maria la testimonianza di questo episodio. Maria, come dimostrano implicitamente questi versetti, ha assistito a tutti i miracoli compiuti in segreto da Gesù sin da bambino, dei quali abbiamo notizia attraverso i Vangeli Apocrifi. Superato lo sgomento, e forse anche il timore, di vedere la propria creatura compiere azioni sovrumane, col tempo essa ha maturato in sé la consapevolezza delle capacità di Gesù. Nel suo cuore di madre deve aver ripercorso ogni giorno i sentieri dell’indicibile mistero che la soverchia sin dal momento del concepimento, dall’incontro con l’angelo Gabriele. Custode di una ricchezza divina che non sa e non può esprimere a parole, Maria vive “una perpetua gravidanza di silenzi” (potremmo dire parafrasando Gianna Manzini). Dietro i veli del suo silenzio, la più profonda, sconcertante verità, ossia che Gesù, suo figlio è Dio,  viene nutrita, protetta, elevata, attesa.

Ma ella non sa a quale tragico epilogo questa verità è destinata a pervenire. Le sfugge il disegno del futuro che invece Gesù conosce. La verità alla quale attingono madre e figlio è la medesima ma appresa secondo gradi differenti di profondità: l’umano quello di Maria, il divino, quello di Gesù.

Maria durante le nozze di Cana spinge Gesù a manifestare la propria verità. Verità alla quale, per un attimo, Gesù tende a sottrarsi: “Non è ancora giunta la mia ora” non sono ancora pronto, dice alla madre.

Ad ogni mamma è capitato di dire al proprio figlio:”Dai, buttati, è venuto il tuo momento, fidati di te stesso e di me, ce la farai!” Ecco Maria fa lo stesso. Invita Gesù a credere in se stesso, a imboccare la strada che dovrà seguire. Maria agisce in tal modo perché interpreta la verità di Gesù come un’indole, una manifestazione pur straordinaria della sua personalità. Senza saperlo, muove la sua coscienza a compiere i primi passi verso il baratro umano: la passione e la morte sul monte Calvario.

La psicanalista francese Dolto, nello scritto Psicoanalisi del Vangelo (1978), ha analizzato il dialogo delle nozze di Cana, fornendo un’interpretazione più laica del ritrarsi di Gesù di fronte all’opportunità del miracolo indicatagli dalla madre. Dolto ritiene che Gesù ignori il disegno di Dio sulla sua vita, e ne scopra la verità guidato dal desiderio di abbracciarlo. Desiderio che si manifesta in risposta alle parole portatrici di verità a lui rivolte da Maria e da altre donne.

Per Dolto, come spiega anche Chiara Zamboni nel suo libro Parole non consumate, il desiderio nasce dalla soglia inconscia del nostro corpo, ovvero dall’immagine che di esso ci facciamo attraverso lo scambio primario da neonati con la nostra madre e in seguito con le persone che si relazionano con noi durante l’infanzia. L’immagine inconscia si distingue da quella biologica del corpo, un’immagine che il neonato scopre quando si guarda allo specchio per la prima volta riconoscendosi. Il desiderio quindi non va confuso con la libido, ma è il sentimento che accompagna l’immagine inconscia del corpo. Essa ha un ruolo sostanziale nella ricerca del senso della vita, per la persona.

Ciò che mi sembra rilevante nell’interpretazione della Dolto è il fatto, sottolineato dalla Zamboni, che le parole usate da Maria e da Gesù sono aperte – alludono a qualcosa d’altro. Ritengo che il desiderio possa essere solo una concausa di questa apertura, che si gioca tutta sulla reciproca intesa e sulla conoscenza personale.

Ma è interessante sottolineare due punti della lettura della Dolto e della Zamboni:

·         Tra parlare materno e desiderio vi è uno stretto legame

·         Tra desiderio e verità vi è correlazione

 

Come dire: la lingua materna, fatta di silenzi, sospensioni e allusioni, prelinguismi può essere fonte di ricerca e realizzazione della più intima, personale verità.

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