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_la dimora di una donna

Bottiglie vuote

Alle donne di Tuzla

 

 

In questa vecchia scatola, legata con uno spago, c’è tutto quello che rimane del mio passato. Tutto quello che riuscii a salvare della mia casa paterna. Alcuni oggetti che rinvenni tra i detriti: qualche foto, un orecchino della mamma, il cucchiaio del piccolo Andrej, un frammento di muro bruciacchiato, minuscoli ricordi sporchi di fango.

 

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La mia casa sorgeva, bianca e accogliente, alla periferia di Zvornik, nel nord-est della Bosnia. Durante la guerra, e precisamente la mattina del 28 luglio del 1992, venne abbattuta dai serbi. Quel giorno, quel maledetto giorno, fu trucidata tutta la mia famiglia: mia madre, mio padre, i miei due fratelli, Hamo ed Esne, di diciassette e di quattordici anni, mia nonna Salina, e il mio adorato fratellino Andrej di tre anni. Furono uccisi sotto i miei occhi, mentre urlavo disperata tra le mani di due soldati serbi. L’ultima cosa che vide mia madre fu uno di quei bastardi che mi trascinava a forza dietro la casa.

Povera mamma. Povero piccolo Andrej, aggrappato al corpo di mamma, morto così, come un passero inerme contro il quale esplode a raffica una mitraglia.

 

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Mi violentarono in tre. Ripetutamente.  

Stupro etnico, lo chiamarono. Ma che significato poteva avere quest’espressione per chi come me ne era stata vittima? Agli occhi della mia gente ero diventata qualcosa di completamente diverso. Il crimine dei miei stupratori era diventata la mia colpa, il mio corpo era per tutti la prova del delitto più efferrato, quello del passaggio del seme “nemico” nel loro sangue.

E mentre io continuavo a rivedere la scena, di notte e nelle ore buie della giornata, la mia gente cercava di dimenticare il male subìto, o peggio, meditava di vendicarlo utilizzando gli stessi aberranti strumenti. Mentre io tenevo i pugni chiusi e stretti, come quando mi violentarono, la mia gente allargava le braccia dinanzi alla fatalità della mia insanabile sofferenza, dettando l’occultamento della vergogna, la definitiva rimozione di quanto mi era accaduto, per il bene di una nuova legge morale maschile. Digrignava i denti, la mia gente, e come una bestia ferita ad una zampa infieriva contro se stessa per lenire il proprio dolore. Ed io mi sentivo quel morso, quel terribile tormento, quella persistente lacerazione dell’orgoglio villipeso, l’ombra scura di un’identità schiacciata.

Ma allora perché conservai un pezzo di stoffa grigia strappata quel giorno dalla divisa del nemico? Quale giustizia sarebbe mai riuscita a risalire da un anonimo brandello di tessuto al nome di coloro che mi avevano divorato il cuore? Lo custodii gelosamente nella scatola come se fosse un lembo di carne crudamente sottratto dal mio corpo e che ero riuscita a ritrovare. Pur sapendo che nessun tribunale, nessun giudice mi avrebbe restituito la mia famiglia, la mia casa, la mia verità.

 

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Il momento peggiore fu quando scoprii di aspettare un figlio dal mio nemico.

Solo dopo sei mesi, quando ormai nessuno era disposto a procurarmi un aborto, fui liberata dal campo di prigionia in cui ero stata rinchiusa e potei raggiungere Tuzla. Partorii un bambino in un centro per “donne violentate”. 

Alcune delle mie compagne abbandonarono i propri neonati nelle correnti del fiume Sava. Eravamo tutte sconvolte, disperate, sole. Nessuno si sentiva di giudicare.

Io, non so perché, non ebbi il coraggio di farlo. Ci provai, lo ammetto. Ma il bimbo piangeva ostinatamente. Piangeva lui e piangevo anch’io, a singhiozzo. Poi all’improvviso mi ricordai di Andrej, di quando, appena nato, lo presi tra le braccia, lo lavai e lo misi in un lenzuolo bianco. Quanto ero felice per la nascita di quel bambino, fiera e felice, come se a partorirlo fossi stata io. E adesso non riuscivo a provare gli stessi sentimenti per il mio neonato. Ma non potevo nemmeno odiarlo quel fagotto che, mi accorsi, incredula, rassomigliava al mio fratellino più che ad uno dei miei stupratori. Scelsi di affidarlo all’orfanotrofio di Tuzla. Del mio neonato conservai un paio di scarpine di lana, chiuse nel mio scrigno di cartone. Ogni tanto cedevo alla debolezza, aprivo la mia scatola e le prendevo in mano, poi le accarezzavo. Senza rendermene conto, era cresciuta in me la nostalgia per il mio piccolo. Ma il mio cuore traboccava di emozioni contrastanti e distruttive. Non mangiavo più, non dormivo più. “Che colpa ne ha il mio bambino di quanto è successo”, mi dissi una mattina, quasi trattenendo il fiato, con il volto in fiamme, “non lascerò che quei bastardi decidano del mio futuro ancora una volta”.

 

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Così, dopo qualche giorno, andai a riprendere il mio bimbo. Lo portai con me; via da quella terra devastata dall’odio.

Grazie all’aiuto di alcuni volontari del centro, riuscii ad espatriare e a raggiungere l’Italia.

Durante il viaggio conobbi Lucas, un bosniaco in fuga da Sarajevo. S’innamorò di me, nonostante la profonda ruga al centro della mia fronte e l’inquietudine densa nei miei occhi. Con molta pazienza e sensibilità mi stette accanto, finchè non riuscii a ricambiarlo. Quando lo baciai per la prima volta, mi regalò una margherita che raccolse dal bordo di un’aiuola. Un fiore che conservo con amore ancora oggi, nella mia scatola.

 

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Io e Lucas ci stabilimmo dapprima in un campo nomadi alla periferia di Roma, circondato dalla spazzatura e infestato dai cani randagi e dai topi. Dormivamo in una baracca fatta di cartone e celophan, esposti al freddo e alla pioggia. Quando mi accorsi di aspettare un altro bambino, decidemmo che non potevamo più restare lì. E ci trasferimmo provvisoriamente in una stamberga abbandonata, situata tra la ferrovia e il fiume Aniene. In questo posto costruimmo in seguito la nostra nuova casa. Fu un’idea di Lucas. Faceva il muratore ed ogni tanto rubava un sacchetto di cemento e qualche materiale di scarto. Gli amici ci aiutavano come potevano.

Ed eccola qui la nostra dimora, piccola ma confortevole. Nel frattempo i nostri bambini, Jasim e Vesna, sono cresciuti e frequentano la scuola. Hanno realizzato dei disegni colorati che decorano e rallegrano le pareti delle stanze. Perchè questa casa è materia della nostra materia, il nostro più fedele autoritratto.

Quello che amo di più di questa casa è la luce. Riesce a filtrare senza ostacoli all’interno, moltiplicandosi all’infinito. Seguendone gli indistricabili riflessi abbiamo iniziato a riscrivere la nostra storia. Sradicando i nostri sentimenti verso il passato, le colpe di chi ci ha inflitto il male più atroce. Setacciando i ricordi, spargendo le ceneri di quelli orribili, relegandoli all’oblio. E per questa ragione la mia scatola resterà sigillata per sempre.

La nostra casa è fatta di bottiglie, solo di bottiglie, a strati, una sull’altra, più di tremila bottiglie. Dono di nuovi amici, di nuovi sogni, di nuove attese. E in ogni bottiglia sono custodite le parole e le storie di quelli come noi. A volte alla sera mi sembra di udirle risuonare tutte con il passaggio del vento. Ed io tendo l’orecchio ad ascoltare il loro interminabile lamento. Un sibilo che narra di gente in fuga dalla morte. Un racconto di guerra e di profughi nascosti nelle luride periferie delle città del benessere.

 

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Come me, come Lucas e come Niclas , un poeta, perseguitato dal suo paese che viveva in una baracca poco distante dalla nostra. Niclas è morto la scorsa notte, per assideramento. Tra le mani gli abbiamo trovato un pezzo di carta nel quale aveva scritto i suoi ultimi versi:

Chi sono, io?/

Le mie gambe/

stanche dicono:/

sei esule./

E chi siamo noi?/

la mia lingua audace/

non mente:/

Siamo bottiglie vuote/

Ovunque disperse,/

in discariche urbane,/

Residui viventi/

Di case e città bucate/

Che non trovano pace./

E il mio cuore/

affranto tace.

 

Copyright:

Racconto scritto da Alfia Milazzo

Foto e studio iconografico di Marinella Milazzo

4 maggio 2008

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