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Elogio della serenità a Dada
ciao Dada
 
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ciao Dada

Ciao dada

 

Meraviglioso! Sono in treno, ho quattro ore di tempo a MIA disposizione, posso fare quello che voglio, scrivere quello che voglio… Non succedeva da circa ventidue anni.

Non è per fare facile vittimismo, ma la mia realtà.

Quando ero adolescente scrivevo, scrivevo, di qualsiasi cosa: pizzetti con la mia amica del cuore, Ave, lettere a tutti che non spedivo, fogli di riflessioni segrete, mai condivise con nessuno. Mi sono sempre ripromessa che, quando sarei diventata madre e avessi avuto dei figli adolescenti, ne avrei tenuto conto, li avrei riletti. Scrivevo per “mettere agli atti” i sentimenti che provavo a quell’età, proprio per potermeli ricordare quando sarei stata più grande ed evitare così di fare i classici errori dei genitori. In realtà, col senno di poi, i miei genitori di errori con me non ne hanno commessi.

Ma quando hai sedici, diciotto anni e vedi tutto nero, tutto sbagliato, credo sia un pensiero normale. Ero sempre triste, scontenta e sconsolata, chissà poi di cosa… Ero abbastanza intelligente, abbastanza carina, abbastanza disponibile, abbastanza tutto, ma niente di eccezionale. Facevo una scuola che non mi piaceva, il liceo scientifico, e fino a che non ho trovato la mia strada, non mi sono sentita felice. Mio padre mi diceva: “Ma perché sei sempre così triste? Che cosa ti manca?” Niente, non mi mancava niente… e tutto. Lui sempre così preciso e razionale non poteva capirlo.

Avevo tanti ragazzi, ma nessuno pazzo d’amore per me. Io prendevo puntualmente tranvate pazzesche, ma loro, niente. A quell’età l’amore è l’unica cosa a cui pensi, ciò che credi ti faccia sentire realizzata appieno, un specie di pensiero fisso. Ti butti a pesce in ogni storia, pensando sia quella giusta, pensando sia la svolta. Ma finiva sempre, in maniera anche piuttosto squallida, magari nel retro di un furgone.

La persona giusta la incontri solo quando lo decide il destino, non prima e non dopo. A me è toccato Paolo, la mia metà della mela. Oggi tutti dicono che lui poteva stare solo con me, e che io potevo essere felice solo con uno come lui. Infatti è vero. Siamo insieme da sedici anni, sposati da quattordici, con due figli stupendi. Tra litigate, urli e riappacificazioni andiamo avanti da parecchio e ne abbiamo ancora per parecchio.

Nel lavoro è stata la stessa cosa, stessa dinamica. Colpo di fulmine. Dopo il liceo scientifico lo sbocco naturale era l’università, economia e commercio. L’ho provata per tre mesi e mi ha assalito l’ansia… ma ho avuto un’illuminazione: volevo provare una scuola di grafica! I miei genitori erano molto perplessi, con questo passo uscivo definitivamente dal loro mondo. Mia madre dipendente Telecom da una vita, mio padre responsabile di un centro elettronico di un circuito bancario, quanto di più lontano da ciò di cui volevo occuparmi io: la grafica e la pubblicità. Alla fine di questa scuola, periodo fantastico, euforico, ho incontrato Paolo, la ciliegina sulla torta.

Stavo uscendo da una storia durata quattro anni, orribile, insoddisfacente da quasi tutti i punti di vista e, conoscendo lui, ho avuto il coraggio di troncarla definitivamente. Da qui, la svolta. A casa mia, la tempesta! Fidanzamento, matrimonio, figli, case, traslochi…

Da allora lavoro in proprio, in uno studio con altre tre persone. Non ci sono orari fissi, stipendi alti, sicurezze, ma non farei altro nella vita. Mi piace da morire quello che faccio e non vorrei fare nient’altro, penso che non sia poco.

Da quando ho trovato Paolo e la mia strada, sono felice, rido spesso e mi sento realizzata. Se ne è accorto anche mio padre. Subito. Sedici anni fa. E mi ha appoggiato in tutte le scelte prese. Devo dire che senza di lui tante volte non ce l’avrei fatta. Urla, sbraita, grida, ma è il mio “pà”.

Spero che anche i miei figli possano trovare un riferimento sicuro nel loro padre come è successo a me.

Della mia mamma, che dire? Non ne parlo perché è “la” mamma. Sempre presente, sempre disponibile, carina, gioiosa. Un piacere stare con lei. Sono cresciuta, ma ancora mi mancano i nostri momenti: quando andavamo a fare compere insieme, a guardare i vestiti, a fare la spesa. Quando mi elargiva i suoi consigli, puntualmente disattesi, forse proprio per voler essere differente da lei. A comprare le prime cose per i nipotini, che spasso con la mamma! Ancora oggi, anche se in versione “nonna”, mi diverto in quei pochi momenti che passo con lei.

Da questo lungo appello mancano i miei figli: Michele e Giulia, la mia vita. Non voglio dire altro, mi commuovo solo a pensarci, figurati a scriverne… Sono tremendamente orgogliosa di loro, bravissimi, intelligenti, educati, sensibili, almeno per me. Spero che abbiano nella vita la fortuna che, tutto sommato, ho avuto io.

Un ultimo pensiero va alla mia nonnina, nonna Ida, detta “nonna Mela” perché quando stava a casa con i miei mangiava sempre le mele. Mi ha cresciuto lei, i miei genitori lavoravano fino a tardi. Sabato sono andata a trovarla nell’ospizio in cui adesso si trova da due anni. Abbiamo chiacchierato e riso per mezz’ora, quel giorno diceva di avere quattrocento anni. E’ del 1911, ne ha novantotto. Mentre andavo via mi ha salutato e mi ha detto: “Ciao dada, che la madonnina ti accompagni sempre.”

Dimenticavo, mi chiamo Graziella e ho quarantuno anni.

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