Login
 
_il dono della parola
_parlare materno
"Quando si nasce al mondo si nasce alla parola. L'inizio della vita è sotto il segno dell'abbondanza e il dono della parola è quello che reca il contrassegno umano". C. Zamboni
_Parole non consumate
copertina Parole non consumate di C. Zamboni
Una delle opere più significative di C. Zamboni, dal titolo "Parole non consumate. Donne e uomini nel linguaggio" , 2001. Al centro dello scritto è l'idea che nel movimento del parlare e del mondo, c'è qualcosa che si sottrae e ci attrae: che non viene logorato dall'uso. La lingua materna infatti non consuma le parole e di queste non si può fare mestiere. Le parole, come scrive Virginia Woolf, si rincorrono e si amano tra loro, non occupandosi di noi.
_Chiara Zamboni

Profilo

Ha studiato filosofia a Bari e insegna filosofia del linguaggio all'università di Verona. Da diversi anni si occupa di pensiero femminile e ha dato vita con altre alla comunità filosofica Diotima.

Opere

Articoli su rivista

Chiara Zamboni, fdslkjhfkasòfuroiukafsdjfkda , "Duoda", 2005

Chiara Zamboni, Acciòn e inaudito en la politica de las mujeres, pp. 33 - 47, in "Duoda" n. 27, Universidad de Barcelona 2004. , "Duoda", 2004

Chiara Zamboni, Al di qua di immanenza e trascendenza. Una via femminile all'essere, pp. 337 - 343, in "Annali di studi religiosi" n. 5, Edizioni Dehoniane, Bologna 2004 , "Annali di Studi religiosi, Edizioni Dehoniane", 2004

Chiara Zamboni, Sentimenti assoluti e pensiero aperto all'infinito. In dialogo con Maria Zambrano, pp. 47 - 65, in Franco Rella e Giorgio Frank (a cura di), Sentimenti e memoria, "Trame/5", Pendragon, Bologna 2003 , "Trame", 2003

Chiara Zamboni, Merleau-Ponty, le amiche, l'ontologia carnale, la politica, gli amici. , "Segni e comprensione", vol. 44, 2001, pp. 59 - 69.

Chiara Zamboni, La via simbolica en la relaciòn materna y el cortejo de las imàgines del "yo" , "Duoda", vol. 19, 2000, pp. 89 - 104.

Capitoli di libro o articoli di miscellanea

Chiara Zamboni, Figure del pensiero di Maria Zambrano, pp. 183 - 192, in Aa.Vv., Pensare un mondo con le donne, a cura di Franca Cleis e Osvalda Varini-Ferrari, Repubblica e Cantone Ticino 2004 in Pensare un monod con le donne, Canton Ticino, 2004

Chiara Zamboni, Lingua materna, scrittura e politica, pp. 239 - 251, in Ilaria Crotti, Luisa Ricaldone, Ricciarda Ricorda (a cura di), Lo spazio della scrittura, Il Poligrafo, Padova 2004 in Lo spazio della scrittura, Il Poligrafo, 2004

Chiara Zamboni, Nell'agire simbolico il senso della politica, pp. 111 - 121, in Marisa Forcina (a cura di), Per le pari opportunità occorrono dispari opportunità, Milella, Lecce 2004 in Per le pari opportunità occorrono dispari opportunità, Milella, 2004

Chiara Zamboni, Parole di verità, pp. 123 - 128, in Marisa Forcina (a cura di), Per le pari opportunità occorrono dispari opportunità, Milella, Lecce 2004 in Pe le pari opportunità occorrono dispari opportunità, Milella, 2004

Chiara Zamboni, Simone Weil: die Muttersprache als Kontakt mit der Transzendenz ist wesentlich fuer Politik, pp. 81 - 95, in Ingeborg Nordmann, Antje Schrupp, Mechtild M. Jansen (a cura di), Weibliche Spiritualitaet und politische Praxis, Christel Goettert Verlag, Ruesselsheim 2004 in Weibliche Spirtualitaet und politische Praxis, Christel Goettert Verlag, 2004

Chiara Zamboni, Azione politica e radicamento nel linguaggio nell'opera di Hannah Arendt, in Graziano Infante e Maria Grazia Maitilasso (a cura di), Novecento: il futuro alle spalle, pp. 163 - 183, Leone ed., Foggia 2003 in Novecento: il futuro alle spalle, Leone ed., 2003

ZAMBONI, Chiara, Lavoro, lingua materna e le contraddizioni che ci troviamo a vivere in Reti di saperi e i luoghi delle donne, Marisa Forcina, Università degli Studi di Lecce, 2003, pp. 23-34

Chiara Zamboni, Lavoro, lingua materna e le contraddizioni che ci troviamo a vivere, in Marisa Forcina (a cura di), Reti di saperi e di luoghi delle donne, pp. 23 - 34, Panico ed., Lecce 2003 in Reti di saperi e di luoghi delle donne, Panico, 2003

Chiara Zamboni, Lavoro, lingua materna e le contraddizioni che ci troviamo a vivere, in Marisa Forcina (a cura di), Reti di saperi e di luoghi delle donne, pp. 23 - 34, Panico ed., Lecce 2003 in Reti di saperi e di luoghi delle donne, Panico, 2003

Chiara Zamboni, Sentimenti assoluti e pensiero aperto all'infinito in Maria Zambrano in , Giorgio Franck, Franco Rella Sentimento e memoria, Pendragon, 2003, pp. 47-65

Chiara Zamboni, Il tempo vivo nel vangelo secondo Matteo in AA.VV., Diotima. Approfittare dell'assenza. Punti di avvistamento sulla tradizione, Napoli, Liguori, 2002, pp. 12

Chiara Zamboni, Il tempo vivo nel vangelo secondo Matteo, in AA., VV., Diotima. Approfittare dell'assenza. Punti di avvistamento sulla tradizione, pp. 167 - 181, Liguori, Napoli 2002 in Diotima. Approfittare dell'assenza. Punti di avvistamento sulla tradizione, Liguori, 2002

Chiara Zamboni, L'efficacia nell'agire. Taoismo e Aristotele alla luce della pratica simbolica, in Andrea Calì, Jean Fracois Durand, Marisa Forcina, Pia Vergine, Filosofare dialogando. Studi e testimonianze per Angelo Prontera, pp. 719 - 737, Edizioni Milella, Lecce 2002 in Filosofare dialogando, a cura di Andrea Calì, Jean Francois Durand, Marisa Forcina, Pia I. Vergine, Lecce, Milella, 2002, pp. 18

Chiara Zamboni, Momenti radianti, in AA., VV., Diotima. Approfittare dell'assenza. Punti di avvistamento sulla tradizione, pp. 57 - 69, Liguori, Napoli 2002 in Diotima. Approfittare dell'assenza. Punti di avvistamento sulla tradizione, Napoli, Liguori, 2002, pp. 13

Chiara Zamboni, Nicht-handelndes Handeln und die Sprache bei Simone Weil in Frauen, Mystik, Politik in Europa, a cura di Andrea Guenter e Verena Wodtke-Werner, Koenigstein, Hulrike Helmer Verlag, 2000, pp. 173-184  

Curatele

AA.VV., Maria Zambrano. In fedeltà alla parola vivente, a cura di Chiara Zamboni, Firenze, Alinea, 2002

Maria Zambrano. In fedeltà alla parola vivente, pp. 1 - 128, Alinea, Firenze 2002., a cura di Chiara Zamboni, Firenze, Alinea, 2002

Maria Zambrano. In fedeltà alla parola vivente, pp. 1 - 157, Alinea, Firenze 2002, a cura di Chiara Zamboni, Firenze, Alinea, 2002

Libri o monografie

Favole e immagini nella matematica (Adriatica 1984)

Interrogando la casa. Riflessioni a partire da Martin Heidegger e Simon Weil (I. P. L. 1993)

 La filosofia donna. Percorsi di pensiero femminile (Demetra 1997).

Chiara Zamboni, Maria Zambrano. In fedeltà alla parola vivente, Firenze, Alinea, 2002

Chiara Zamboni, Parole non consumate, Napoli, Liguori, 2001

Rapporti di ricerca

Chiara Zamboni, Merleau-Ponty, le amiche, l'ontologia carnale, la politica, gli amici, in Giovanni Invitto a cura di, Merleau-Ponty. Quarant'anni dopo, "Segni e comprensione" n. 44, pp. 59 - 69, settembre-dicembre 2002., Dipartimento di Filosofia, Rapporto di ricerca 2, 2002

 
meta
_Intervista a Chiara Zamboni

 

Intervista alla Professoressa Chiara Zamboni, docente filosofia del linguaggio all’Università di Verona

Domanda:

Professoressa Zamboni, come nasce in lei l’interesse per la lingua materna, che cosa o chi le ha dato lo stimolo a occuparsene in termini filosofici?

Risposta:

Il primo riferimento da cui ho preso l’avvio per occuparmi della lingua materna sono stati alcuni scritti di Luisa Muraro sulle mistiche. Mostravano come il pensiero mistico, femminile e non solo, avesse adoperato nel medioevo il volgare, lingua della parlata quotidiana, per affrontare il legame con Dio. E che questo avesse loro dato una ricchezza che nasceva da uno scambio con la realtà e con il contesto più intenso.

Mi è sembrato, all’inizio della ricerca, che la lingua materna potesse portare luce, attraverso le prime esperienze dell’infanzia con la madre, affettive e di senso al medesimo tempo, a questioni più legate allo studio della lingua che avevo fatto in quegli anni. Sopratutto l’arbitrarietà del rapporto tra il significante e il significato e tra il segno e il referente. Ero convinta che ci fosse qualcosa di insoddisfacente nella teoria dell’arbitrarietà per dare conto dell’esperienza che le donne hanno della lingua, che è molto affettiva, in cui il legame tra le parole e le cose a volte viene perduto, ma a volte è sentito in modo intenso. La teoria dell’arbitrarietà del segno non spiegava questa esperienza. Pensare la lingua materna invece portava a capire questo ricorrente vissuto nei confronti della lingua in particolare da parte femminile.

Procedendo nel lavoro in particolare con le amiche con le quali ho lavorato per All’inizio di tutto. La lingua materna, attorno alla lingua materna si sono aperte a ventaglio tutta una serie di questioni come quella tra la lingua materna e le altre lingue che si imparano, accanto a quella dello scambio con gli stranieri in Italia, e il rapporto tra la lingua materna e i saperi, che hanno lingue tecniche. Poi lingua materna e denaro, valore economico, lavoro. E ancora il rapporto con l’inconscio e la psicanalisi, che si trova sempre di fronte alla questione della lingua materna. Potrei fare riferimento anche alla letteratura, alla poesia. Al rapporto con il cibo. Le questioni politiche legate alla lingua materna. E via dicendo. L’elenco mostra bene quanto sia ricco di potenzialità questo tema. E come da un punto di vista filosofico porti l’attenzione sull’io, sul legame asimmetrico con la madre o con qualche altro interlocutore affettivo, sull’altro tra l’io e il tu. Il corpo e il linguaggio.

Domanda:

Nel suo scritto "Lingua materna tra limite e apertura infinita" contenuto nella raccolta a più voci All’inizio di tutto. La lingua materna, così come nel suo ultimo libro Parole non consumate - donne e uomini nel linguaggio, lei sottolinea il diverso modo di entrare in rapporto con la lingua materna da parte dei bambini e delle bambine. Ci spiega in che cosa consiste questa diversità? E’ forse radicata in una condizione biologica della donna?

Risposta:

Le bambine e i bambini entrano in rapporto diverso con la lingua materna perché hanno un rapporto diverso con la madre. Una bambina ha un rapporto d’amore con la madre e in un secondo momento, quando costruisce una propria identità entrando in modo attivo nel linguaggio, si trova a rielaborare il legame con la madre sulla base di una identità di genere, che è costruita socialmente e secondo codici, e che è in comune con lei. Un bambino ha un rapporto originario d’amore con la madre, però costruisce la propria identità sulla figura maschile. Per cui ha un legame e uno slegame con la madre e quindi con la lingua materna. Una bambina invece ha un doppio legame con la madre e un rapporto di continuità con la lingua.

In effetti questo si vede dal maggiore distacco che gli uomini hanno nei confronti della lingua, rispetto invece un coinvolgimento affettivo maggiore delle donne. Salvo gli artisti, che usufruiscono delle potenzialità della lingua materna nella loro pratica.

Come si vede da questa argomentazione, non si tratta per le donne e per gli uomini né di un dato solo biologico, né di un dato solo culturale. Entrambi gli elementi sono coinvolti, in una differenza sessuale che si viene a creare in rapporto ad un diverso legame con la madre.

Domanda:

La capacità simbolica della lingua materna genera un rapporto ludico con il mondo, che lei definisce, con un’espressione davvero poetica, "allegria filosofica": potrebbe chiarire meglio questo aspetto fondamentale della lingua? In che misura esso ha a che fare con l’invenzione da parte delle madri di canti popolari, filastrocche, ninne nanne e giochi linguistici?

Risposta:

La capacità simbolica della lingua materna genera un rapporto ludico con il mondo. Con la madre si vive un’esperienza che possiede un’evidenza nata dalla condivisione con lei. Si adoperano le parole per nominare un’esperienza all’interno di una relazione fortemente affettiva. Ciò permette una certa libertà nei confronti della lingua e nel rapporto tra la lingua e le cose perché non si è da soli nell’adoperare la lingua per nominare l’esperienza, ma si è all’interno di una reale condivisione. Ciò dà la tranquillità di poter giocare con il linguaggio e la realtà.

Porto un controesempio. Un rapporto costretto tra le parole e le cose è quello per il quale non possiamo giocare a pensare, ad esempio, qualcosa di negativo, perché quel qualcosa di negativo temiamo che si realizzi, come se tutto dipendesse dalle nostre parole che l’hanno nominato. C’è un’adesione coatta delle cose alle parole. Siamo soli e isolati nella lingua in questa nostra paura.

In questo senso la capacità simbolica della lingua materna porta ad un’allegria filosofica, perché permette di pensare in grande l’esperienza, senza rimanere incollate ad una adesione letterale a ciò che avviene.

Non si tratta tanto dunque delle ninne nanne e i giochi linguistici della madre, ma della condivisione di un’esperienza, che permette di non stare letteralmente alle cose, ma di potersi muovere con libertà.

Domanda:

Lei sostiene che nella lingua materna si realizza un affidamento reciproco tra madre e figlio/a. La fede intesa qui come un avere fiducia in qualcuno, la madre che ci fa il dono della parola, e il meritare fiducia da parte sua del bambino/a come soggetto attivo del dialogo: in questa doppia via di comunicazione si realizza l’apertura infinita all’essere delle cose. Il suo pensiero quindi, riprendendo le osservazioni della psicologa infantile F. Dolto, si propone come richiamo all’irriducibilità delle cose alle parole?

Risposta:

Sì, nella domanda è già implicita la risposta: nel gioco che nasce per fiducia reciproca tra la madre e il figlio/a c’è un’apertura allo scarto tra le parole e le cose. La fiducia stessa però garantisce la condivisione e dunque la nominabilità del senso dell’esperienza. C’è scarto, che dà la libertà di gioco, e al medesimo tempo garanzia, attraverso la relazione, che quel che si dice delle cose è quel che è condiviso da lei. Il legame con le cose ritorna per questa fiducia.

Domanda:

E’ corretto quindi pensare che la lingua materna se assunta come principio del parlare può stimolare l’individuo nella creatività, nella libertà e nella socialità? E quali sviluppi può avere tutto ciò nell’ambito dei diversi linguaggi: artistico-letterario, politico-sociale, religioso e culturale?

Risposta:

Sono d’accordo sulla idea suggerita dalla prima domanda.

Per quanto riguarda la seconda, occorre ritornare sempre al gioco simbolico della lingua materna. E’ questo che permette le creazioni nella dimensione artistica-letteraria, politico-sociale, religiosa e culturale.

Mi rifaccio per spiegarmi a Gioco e realtà di Winnicott. Winnicott sostiene che il bambino (lui parla solo di bambino, usando la formula neutra) impara a giocare quando è nella fase di separazione tra il me e il non-me. Questa fase può assumere anche uno spazio autonomo in un momento successivo, quando il me si è costituito. E’ un luogo nel quale si inventano forme simboliche, rispetto alle quali si sospende il giudizio di realtà o illusione. Esse ci aprono mondi, che ci permettono di vivere sensatamente esperienze nuove. Si vede facilmente come le forme simboliche culturali nel loro essere dinamiche e trasformative dipendano da questo luogo di invenzione simbolica. E’ lo stesso luogo dove il bambino inventa i propri giochi, avendo sullo sfondo la madre non presente necessariamente ma vicina simbolicamente. Il primo luogo di questi giochi infantili, che poi hanno una tale importanza nella vita simbolica adulta, è la lingua.

Il fatto che la lingua materna abbia questa potenzialità non porta ad una meccanicità di risultati.

Nella nostra esperienza adulta la lingua materna è già in gran parte confluita nel rapporto creativo che abbiamo con altri linguaggi e con le tante forme simboliche a cui accediamo. Se la isoliamo, analizzandola nel ricordo per suo conto, pur essendo affascinante, non mostra la sua creatività, che sta sempre nel passaggio ad altro.

Domanda:

Vorrei concludere con un suo ricordo personale di lingua materna…..

Risposta:

Ho una certa confusione nel mio rapporto con la lingua materna, intendendo per lingua materna quella che ho ascoltato e parlato con mia madre e poi con la mia famiglia, diversa da qualsiasi lingua riconosciuta ufficialmente, anche come etnica o locale.

Da un lato sicuramente il legame con mia madre è stato di fiducia, di gioco e di condivisione, perché così è stato anche dal momento in cui incomincio ad averne ricordi. Tuttavia mia madre era romana e parlava un italiano bello e ricco. Nella mia famiglia però si parlava veneto, perché questa era la lingua di mio padre, che ci teneva moltissimo, determinato a non perdere le radici dialettali. Con la famiglia parlavo dunque dialetto. Spontaneamente con i famigliari non posso che parlare veneto, che è la lingua dell’infanzia, ma so che la lingua di fondo, segreta e inconscia è l’italiano affettivo di mia madre. Molto diverso ovviamente dall’italiano insegnato a scuola e da quello letterario o corrente.

Questa intervista è stata rilasciata il 28 giugno del 2006.

Copyright (c) 2000-2010