Login
   
meta
_la poesia di una Bronx-Italian

Bronx-Italian: storie di donne e di emigrazione

nella poesia di Rosette Capotorto

 

La poesia di Rosette Capotorto è la più gratificante dimostrazione di un parlare materno che a dispetto della sua lontananza dai luoghi nei quali è sorto, e della sua maturazione in commistione con un’altra cultura e un’altra lingua, resiste come via al riscatto e all’affermazione di sè.

 

Rosette Capotorto è una delle voci poetiche più interessanti della letteratura italo-americana. Siciliana di origine, ha vissuto la sua infanza nel Bronx, e ha sviluppato in questa sua doppia identità culturale, una grande consapevolezza delle proprie radici italiane nella marginalità del quartiere di Harlem.

La sua raccolta principale porta il titolo Bronx Italian, espressione che sta a rimarcare le ragioni e il destino della poetica della Capotorto: nella prima poesia dal titolo The Oven, Il forno, la poetessa delinea il senso e la drammaticità di questo vincolo con l’Italia e con il Bronx.

Il forno

Quali sono le tue  possibilità

di essere nel giro

 

quando cresci

in una pizzeria del Bronx

e nessuno

conosce il tuo nome ma solo che sei

una eye-talian e tuo padre fa

la pizza e tu

servi la pizza e fai

i compiti dopo la scuola

al tavolino dietro il forno

 

e nessuno vede mai tua madre

ma lei è lì dietro

ad arrotolare polpette

e a tenere tuo fratello più piccolo e un altro

in grembo

che sarà tua sorella

e la rallenta un po’

 

e tu cambierai pannolini

oltre a fare i compiti

dietro il forno

e friggerai dieci libbre di melanzane

per fare la parmigiana

e così farà anche tua sorella

più piccola di due anni e mezzo

ed entrambe laverete i piatti nel grande

lavello del ristorante

 

e dopo un po’ tu e tua sorella

vi dividerete il lavoro e accadrà

che tua sorella è più brava con i pannolini

e a pettinare bambini e tu a friggere

melanzane

e che poi il tuo fratellino sarà grande

abbastanza per impastare

e misurare la sua forza

con l’impastatrice d’acciaio

una volta avvisato della sua pericolosità

 

la sorella piccola

ultima nata

farà pizzette

e ci sarà una foto

a ricordartelo

 

una piccola bambina che arrotola pasta

che la famiglia

mangerà

in sei

piccole

fette.

 

Più di tutto colpisce quel definirsi “eye-talian”, parola che riproduce in senso dispregiativo il suono americano del termine italian. Bisogna ricordare che fino a tempi non remoti, gli emigrati italiani hanno sofferto l’emarginazione e il razzismo alla stregua dei neri, persino in città più aperte come New York. Anzi “gli italiani – scrive Melania Mazzucco nel suo celebre romanzo Vita – erano la minoranza etnica più miserabile della città. Più miserabili degli ebrei, dei polacchi, dei rumeni e perfino dei negri. Erano negri (…) che non parlavano l’inglese” (p. 48).

Non stupisce allora se nella poesia Squattrinata la Capotorto faccia un parallelo sull’indigenza della bisnonna, rimasta in Sicilia, che ha visto partire tutti i suoi figli, e quello della nipote, figlia di emigrati, ma costretta ancora a vivere in stato di povertà.

 

Squattrinata

Quando sei squattrinata a tal punto che

ti hanno

staccato

il telefono

e nella credenza

della cucina

c'è

una latta di cereali e

di un tipo di pasta che non ricordi di aver comprato

e in freezer un contenitore di plastica

con l’indicazione lotto ’98 e assaggi

i ghiaccioli dei tuoi figli

e

una bistecca

precotta

 

e non piangi

non urli

non straparli sballi cianci

sbatti sbuffi o vai in pezzi

 

mantieni una strana calma blu dentro di te

allora

tu hai raggiunto

 l’ occhio

del ciclone 

dici a te stessa cambiare è un bene

cambiare è il dio degli dei

e se le tue spalle potrebbero

tradirti

dando l’impressione di essere piegate come quelle di un soldato

dovrebbero

toccarti

per saperlo

 

e poiché sei

nell’occhio del ciclone

tu puoi

scrivere questa poesia

invece di tagliarti le vene

saltare giù da un ponte

dentro un’acqua fredda fredda

e ricordare il detto

in siciliano

una madre può curare

cento figli ma

cento figli non possono aver

cura di una madre

 e ridi

amaramente

facendo appello alla tua forza

allo stesso modo in cui tua bisnonna

deve aver riso

quando i suoi figli

partirono per l’America

perché lei aveva solo spazzatura per sfamarli

e non li rivide

mai più

        i suoi figli

 

e un’amica morta

        tre settimane fa

che aveva la tua età &

potevi essere tu   e

sua figlia ha diciotto anni

e la tua appena sette

 

ma tu sei nell’occhio del ciclone

e hai pianto come quando le ceneri

della tua amica vennero sparse 

        al cimitero

quelle poche lacrime che

hai serbato

poiché le tue lacrime  simili a

tramonti impeccabili  si vedono

        raramente

 

allora

solo al limitare

 

del mondo

al limitare

 

In questo sentirsi al limitare del mondo e nell’occhio del ciclone, sta tutta la verità esistenziale dell’emigrato: il suo centro, le sue radici sono laddove non è più la propria residenza, e il suo stato psicologico è quello di chi si trova nell’occhio del ciclone, in una specie di calma forzata, intrappolato nel fragile equilibrio tra finzione e realtà. Il richiamo al proverbio siciliano, che mette in risalto l’assolutezza del sacrificio materno serve a dare spazio a una metafora della solitudine nella quale l’io femminile si riflette in una sorta di amara dignità. L’implosione sentimentale si arresta solo dinanzi al lutto di un’amica, strappata alla vita nel momento in cui poteva raccogliere i frutti di un’intera esistenza: allora le lacrime, rare, sopravvengono liberatorie per suggellare il tradimento a tanti istanti di silenzio e il verso sottolinea la distanza tra le ambizioni personali e la restituzione della vita: il sacrificio delle madri che lasciarono partire per sempre i figli dalla terra natia nella speranza di un'avvenire migliore è forse stato del tutto inutile?

 to be continued

Copyright (c) 2000-2010