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_Alba De Cespedes
_Alba De Cespedes
Scrittrice della voce "proibita".
 
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_Le ragazze di Maggio
 

Ho scoperto solo da poco Alba De Cespedes. E me ne rammarico.

Mi è capitato in questo periodo di leggere i componimenti della raccolta Le ragazze di Maggio, una serie di poesie (scritte prima in francese e poi tradotte in italiano dall’autrice stessa) dedicate alle figure femminili coinvolte nella contestazione del ’68 a Parigi.

Mi ha colpito la Ninna-nanna per un bambino senza nome, nella quale l’io narrante è quello di un giovane mamma, che tenta di addormentare il suo bambino durante l’occupazione della Sorbona, mentre attende con ansia che il suo compagno, padre del bimbo, rientri dagli scontri di piazza.

Il bambino non vuole dormire e piange. La madre gli canta una ninna nanna. E in questo canto riversa tutte le sue sofferenze di una vita segnata dall’emarginazione: il difficile rapporto con i genitori, con la scuola e la religione, la difficoltà incontrata nello studio universitario e nel mondo del lavoro, la chiusura della società nei confronti della donna, e poi l’esperienza traumatica del parto e l’occupazione della Sorbona. Il suo sfogo trabocca nell’amara consapevolezza di essere in fondo debole e di non essere buona a niente, nemmeno a sfamare il proprio bambino con il suo seno.

"Quanto a me, ho ostentato/ un grande coraggio, in apparenza, / e poi, ecco tremo senza di lui,/ mi perdo, come una ragazza del mondo/ borghese che, in fondo, sono. / Non resisto più , vorrei/ ucire nel cortile, vederlo/ arrivare, e mi costa restare/ qui, per il bambino: lui piange/ senza sosta e io non ho più/ latte, non servo più/ a niente…."

Il ricordo doloroso del parto. L’angoscia di non avere più latte. L’ansia del ritorno del compagno, quando si resta sole con un bimbo che piange. La disperazione di non potersi muovere. La paura di non saper cosa fare, con un pargolo tra le braccia che non riesci a capire. Il passato che in questi momenti si presenta come una sconfitta. Il vuoto interiore, la solitudine che tutto ciò comporta. Chi non ha provato questo genere di sofferenze dopo la nascita di un figlio? Sono le donne della poesia civile della De Cespedes che ne parlano, e per questo vien voglia di ringraziarla. Semplicemente perché l’ha fatto. Senza retorica né reticenza. Ancora di più perché lo fa calandone l’espressione in una situazione storica di svolta della nostra epoca, appunto la contestazione del ’68.

Ho trovato molte analogie tra questa poesia e la ninna nanna della mamma che muore anch’essa nell’attesa del marito.

Le ragazze di Maggio della De Cespedes sono figlie di donne usurate dalle fatiche quotidiane, prive di alcun riconoscimeto sociale, come nella poesia Lettera a una madre: "madre dalla sporta/ pesante/dal portamonete/ leggero, /dalle mani che emanano/ decenni di rigovernaretura,/ di spazzatura, di minestra di verdura,/ con le tue parole di moglie/ d’impiegato/ che può essere licenziato/ da un giorno all’altro".

Sono le madri senza storia che muovono, tra paure, incertezze e rimorsi, i passi delle figlie verso la contestazione e in ultima analisi, verso la conquista di sé.

 

Alfia Milazzo

23 aprile 2006

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