Oriana Fallaci e il perché della vita
Mercoledì 23 luglio 2008, a distanza di due anni circa dalla sua scomparsa (avvenuta il 15 settembre del 2006), Oriana Fallaci è di nuovo in libreria con un libro postumo: Un cappello pieno di ciliegie (Rizzoli).
Come sarà accaduto a tanti di voi, ho provato una grande delusione per l’ultima uscita della Fallaci: il suo La Rabbia e l’Orgoglio, con il quale metteva in piedi ragioni ideologiche contro l’Islam, visto essenzialmente e unilateralmente (nel solco di un fanatismo anti-islamico) come il Nemico, sostenendo la necessità del conflitto Occidente-Paesi Islamici (Iraq, Iran e Siria), è stata una pugnalata al cuore di quanti, ed io ero tra questi, erano cresciuti leggendo Un uomo, avevano approfondito e abbracciato le questioni emancipazioniste contenute nella Lettera a un bambino mai nato (ricordate le sue parole? «Essere mamma non è un mestiere, non è nemmeno un dovere: è solo un diritto tra tanti diritti.»), e quelle avvenieristiche de Se il Sole muore.
Adesso questa nuova uscita offre un’opportunità a tutti noi disillusi lettori della Fallaci di recuperare un legame affettivo con l’autrice, che si conferma una scrittrice complessa e sempre in qualche misura, contro.
Si tratta, come la Fallaci stessa la definisce, di una saga, scritta nell’arco di 20 anni di ricerche, viaggi e interviste: una saga di 864 pagine intorno alla sua famiglia e ai suoi avi.
Mi ha colpito molto quanto l’autrice scrive nel prologo:
Ora che il futuro s’era fatto corto e mi sfuggiva di mano con l’inesorabilità della sabbia che cola dentro una clessidra, mi capitava spesso di pensare al passato della mia esistenza: cercare lì le risposte con le quali sarebbe giusto morire. Perché fossi nata, perché fossi vissuta, e chi o che cosa avesse plasmato il mosaico di persone che da un lontano giorno d’estate costituiva il mio Io. Naturalmente sapevo bene che la domanda perché-sono-nato se l’eran già posta miliardi di esseri umani ed invano, che la sua risposta apparteneva all’enigma chiamato Vita, che per fingere di trovarla avrei dovuto ricorrere all’idea di Dio. Espediente mai capito e mai accettato. Però non meno bene sapevo che le altre si nascondevano nella memoria di quel passato, negli eventi e nelle creature che avevano accompagnato il ciclo della formazione, e in un ossessivo viaggio all’indietro lo disotterravo: riesumavo i suoni e le immagini della mia prima adolescenza, della mia infanzia, del mio ingresso nel mondo.
La Vita ha un senso pieno solo nella memoria, non tanto di ciò che siamo stati, ma di ciò che ci ha reso possibili. E ci dimostra che la scrittura, specie quella femminile, non riesce a fare a meno di questo anello con il passato, o la esplicita o la dà per presupposto.
Scrive la Fallaci:
Ma nel medesimo tempo sapevo che quei personaggi non potevano essere un frutto della mia fantasia perché li sentivo dentro di me, condensati nel mosaico di persone che da un lontano giorno d’estate costituivano il mio Io, e portati dai cromosomi che avevo ricevuto dai due giovani forti e belli e spavaldi. Le particelle d’un seme non sono forse identiche alle particelle del seme precedente? Non ricorrono forse di generazione in generazione, perpetuandosi? Nascere non è forse un eterno ricominciamento e ciascuno di noi il prodotto d’un programma fissato prima che incominciassimo, il figlio d’una miriade di genitori?
Proprio così, siamo figli di un’interminabile catena di generazioni che hanno trasferito la loro vicenda biologica, culturale, morale e storica nel nostro microcosmo, e la memoria è lo strumento di cui disponiamo per trascriverne il senso al centro dei nostri dubbi, delle nostre credenze come si fa con una mappa che conduce al tesoro.
Conclude l’autrice:
Sicché la ricerca si mutò in una saga da scrivere, una fiaba da ricostruire con la fantasia. Sì, fu a quel punto che la realtà prese a scivolare nell’immaginazione e il vero si unì all’inventabile poi all’inventato: l’uno complemento dell’altro, in una simbiosi tanto spontanea quanto inscindibile. E tutti quei nonni, nonne, bisnonni, bisnonne, trisnonni, trisnonne, arcavoli e arcavole, insomma tutti quei miei genitori, diventarono miei figli. Perché stavolta ero io a partorire loro, a dargli anzi ridargli la vita che essi avevano dato a me.
Si diventa madri e padri di chi ci ha preceduto perché si vuole conoscere il nucleo di noi stessi. E in questa inversione di tempo e di spazio, si crea uno squarcio, una nuova possibilità, che è uno straordinario paradosso: quella di rinascere da se stessi, di ritornare a vivere. Proprio come è riuscita a fare Oriana Fallaci, tornata tra noi grazie al suo libro -bambino.
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I libri di Oriana Fallaci:
I sette peccati di Hollywood
Il sesso inutile
Penelope alla guerra
Gli antipatici
Se il sole muore
Niente e così sia
Quel giorno sulla luna
Intervista con la storia
Lettera a un bambino mai nato
Un uomo
Insciallah
La rabbia e l'orgoglio
La forza della ragione