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_La figlia oscura
_copertina del romanzo
"Le bambine mi fissavano. Sentivo i loro sguardi che volevano ammansirmi, ma più forte sentivo il fulgore della vita fuori di loro, nuovi colori, nuovi corpi, nuova intelligenza, una lingua da possedere finalmente come se fosse la mia vera lingua, e niente, niente che mi paresse conciliabile con quello spazio domestico dal quale entrambe mi fissavano in attesa. Ah, renderle invisibili, non sentire più le richieste della loro carne come domande più pressanti, più potenti di quelle che venivano dalla mia. Finii di sbucciare l'arancia e me ne andai. Da allora, per tre anni, non le ho viste nè sentite più." Elena Ferrante, La figlia oscura, p.100
 
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Storia di Leda, "madre snaturata"

Elena Ferrante, La figlia oscura, Edizioni e/o, Roma, 2006.

 

L’autrice dei due celebri romanzi L’amore molesto e I giorni dell’abbandono, torna a scrivere di donne. E lo fa scandagliando nelle contraddizioni del legame affettivo tra madri e figlie.

Leda, la protagonista, è una donna emancipata: insegna letteratura inglese, è divorziata da molti anni e si trova da sola in vacanza a mare in un paesino meridionale. Nella solitudine ricercata del suo ombrellone, si scopre ad osservare con insistenza una giovane donna, Nina, che con la sua bambina di pochi anni trascorre il suo tempo in spiaggia accanto a lei. La piccola, che si chiama Elena (come l’autrice), porta sempre con sè una bambola alla quale è molto affezionata e che cura come se fosse sua figlia. In realtà la bambina considera la bambola una specie di alter ego proiettando se stessa nella figura materna. Nina è una donna molto bella, che attira le attenzioni di un giovane bagnino. I due hanno una relazione e Leda li sorprende in atteggiamenti amorosi durante una passeggiata nel bosco. A movimentare un po’ le acque è anche la presenza fastidiosa della cognata di Nina, Rosaria, una donna sgradevole e acida, che è in gravidanza e cerca in tutti i modi di scavare nella vita di Leda.

Suo malgrado Leda è costretta a rinunciare all’isolamento e a riflettere sul proprio passato e sulla propria esperienza di madre. Sì perché anche Leda ha avuto due bambine quando ancora era molto giovane e dopo qualche anno, in seguito a innumerevoli sacrifici e mortificazioni della propria vita professionale, ha deciso di abbandonarle lasciandole al marito per andare alla ricerca della propria strada. Una scelta questa che Leda difende ma che le provoca una grande sofferenza e la spinge a “gelidi” sensi di colpa.

 

“Che avevo fatto di terribile, infine. Ero stata anni prima, una ragazza che si sentiva persa, questo sì. Le speranze della giovinezza parevano già tutte bruciate, mi sembrava di precipitare all’indietro verso mia madre, mia nonna, la catena di donne mute o stizzose da cui derivavo. Occasioni mancate. Le ambizioni erano ancora brucianti e alimentate dal corpo giovane, da una fantasia che sommava progetto a progetto, ma sentivo che la mia smania creativa era tagliata fuori sempre più dal realismo dei traffici delle università e dagli opportunismi di una possibile carriera. Mi pareva di essere reclusa dentro la mia stessa testa, senza possibilità di mettermi alla prova.” (p.68).

 

Dietro la scelta di Leda vi è un movente solo: la consapevolezza di non essere all’altezza, di essere in procinto di finire in un burrone, e di trascinare con sé le proprie figlie.

 

“Sento le lacrime della bambina, sotto le dita, sto seguitando a picchiarla. Lo faccio piano, ho il controllo del gesto, ma a intervalli sempre più ridotti, con decisione, non un possibile atto educativo, ma violenza vera, trattenuta ma vera. Vai fuori, le dico senza alzare la voce, fuori, la mamma deve lavorare, e la prendo saldamente per un braccio, la trascino in corridoio, lei piange, strilla, ma tenta ancora di colpirmi, e io la lascio lì e mi chiudo la porta alle spalle con un colpo deciso della mano, non ti voglio vedere più. ùLa porta aveva un grande vetro smerigliato. Non so cosa accadde, forse la spinsi con troppa energia, certo si chiuse con un rumore forte, il vetro andò in frantumi. Bianca apparve a occhi sbarrati, piccola, oltre il rettangolo vuoto, non strillava più. La guardai esterefatta, a che cosa potevo arrivare, ero spaventata di me stessa. Lei se ne stava immobile, incolume, le lacrime che seguitavano a scorrere ma mute. Mi sforzo di non pensare mai a quel momento, a Marta che mi tirava per la gonna, alla bambina nel corridoio che mi fissava tra i vetri rotti, pensarci mi dà un sudore freddo, mi leva il respiro” (p. 70).

 

Leda si sottopone a uno spietato resoconto esistenziale. Il ritorno alla cura delle figlie non basta a lenire le sue ferite. La recente partenza delle due figlie, una volta diventate grandi, per raggiungere in Canada il padre, il senso di sollievo provato davanti alla loro lontananza sono tutti tasselli di una profonda “inadeguatezza” che Leda avverte di fronte ai suoi compiti di madre e accrescono la sua crisi interiore. Torna a più riprese la memoria della madre, anche lei inadeguata rispetto a Leda, ma tanto prodiga ed efficace nelle cure verso le nipoti durante l’assenza della figlia.

 

“Mia madre è stata brava, all’epoca, si è occupata di loro, si è sfiancata, ma non le ho mostrato gratitudine, né per questo né per altro. La rabbia segreta che nutrivo contro di me l’ho rovesciata su di lei. In seguito, quando mi sono ripresa le mie figlie e le ho riportate a Firenze, l’ho accusata di averle segnate malamente come aveva malamente segnato me. Accuse calunniose. Lei s’è difesa, ha reagito con cattiveria, si è dispiaciuta molto, forse è morta poco tempo dopo perché avvelenata dal suo stesso dispiacere” (p.86).

 

E’ nel corso di questo vaievieni nella mente di Leda sulla propria identità e nei sentimenti di madre e di figlia, in questo intermittente ricordo dell’amore materno alternato ad episodi di puro egoismo, che Leda mette in atto il furto della bambola della piccola Elena, sconvolgendo con questo gesto apparentemente insensato e gratuito, la vita pacifica della bambina e di Nina.

Quest’ultima cerca una ragione per evadere dalla sua “prigionia” o per accettare la propria condizione di madre e moglie, e chiede soccorso proprio a Leda.

Lo stile magistrale della Ferrante invade tutti gli interstizi del dubbio e dell’analisi riuscendo a mantenere in sospensione le opposte ragioni che animano le scelte delle donne. In uno dei passi più intensi del romanzo, in cui avviene una conversazione tra Nina e Leda, quest’ultima rivela di avere lasciato le sue figlie per tre anni e Nina, che si trova sull’orlo dello stesso baratro, tenta di comprenderne le motivazioni contradditorie:

«E come ti sei sentita senza di loro?».

«Bene. Era come se tutto di me franasse, e i miei pezzi precipitassero liberamente da tutte le parti con un senso di contentezza».

«Non sentivi dolore? ».

«No, ero troppo presa dalla mia vita. Ma avevo un peso qui, come se avessi un male nella pancia. E mi giravo con un tuffo al cuore tutte le volte che sentivo un bambino chiamare mamma».

«Stavi male, allora, non bene».

«Stavo come una che si sta conquistando la sua esistenza, e sente una folla di cose contemporaneamente, tra cui anche una mancanza insopportabile».

Mi guardò con ostilità.

«Se stavi bene, perché sei tornata? ».

Scelsi con cura le parole.

«Perché mi sono accorta che non ero capace di creare niente di mio che potesse veramente stare alla pari con loro».

«Allora sei tornata per amore delle tue figlie».

«No, sono tornata per lo stesso motivo per cui me n’ero andata: per amor mio».

Si adombrò di nuovo.

«Cosa vuoi dire».

«Che mi sono sentita più inutile e disperata senza di loro che con loro».

Cercò di scavarmi dentro con gli occhi: nel petto dietro la fronte.

«Quello che cercavi l’hai trovato e non t’è piaciuto? ».

Le sorrisi.

«Nina, quello che cercavo ero un groviglio confuso di desideri e molta presunzione. Se fossi stata sfortunata avrei impiegato tutta la vita per accorgermene. Invece sono stata fortunata e ho impiegato solo tre anni. Tre anni e trentasei giorni». (pp. 115-116)

 

La scelta di Leda non può però essere quella di Nina. Ad impedirlo è proprio Leda stessa: il furto della bambola, viene scoperto da Nina e getta una luce di falsità sulla persona di Leda e quindi sulle sue idee. Nina rigetterà per intero ciò che Leda ha rappresentato ai suoi occhi, e quindi non accoglierà l’istanza di emancipazione che da essa le giunge.

“Sono una madre snaturata” conclude Leda.

E in quest’espressione, in questo andare fuori dalla naturale propensione della donna alla maternità, consiste il senso autentico del romanzo della Ferrante, un romanzo che affronta, con spietata lucidità, il tema dell’oscurità dell’essere femminile di madre e non solo di figlia.

 Alfia Milazzo

28 marzo 2007

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