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_Per una poetica della maternità
_ada negri, ritratto
Ada Negri, poetessa della maternità, trasse ispirazione dal linguaggio della propria madre, umile operaia del lodigiano
_Tu sola

TU SOLA

Corona di spine e di raggi

Martirio invocato con braccia

Protese, con supplice cuore,

maternità!...

tu sola

sul mesto femineo destino

fiorito d’amore e di pianto

imprimi il suggello divino.

 

Torrente di vita che rompi

le viscere d’Eva, a nutrire

la gioia e il vior della terra.

maternità!...

 

tu sola

redimi e consacri del senso

la cieca follia; tu, sbocciata

da un bacio, in aromi d’incenso.

 

La gracile schiava, strumento

d’ebrezza, di sogno e di morte,

fra l’ombre degli evi te attese,

maternità!...

 

te sola

che a lei redimisse la fronte

di pallide rose, a celare

del lungo servaggio le impronte.

 

Se, libera e sacra, ella segua

Domani la ulgida via

Che il Dio de la vita le impone,

                        maternità!...

tu sola

potrai, col tuo verbo profondo,

avvincer le razze: tu sola

sarai la salvezza del mondo.

 

 

 
meta
_Ada Negri, la maternità

Nei primi anni del Novecento, si registra “una crescita dell’economia di fabbrica in settori ad alto impegno di manodopera femminile ”i].

Che cosa significava avere una madre lavoratrice, in quello scorcio di secolo? Tra le testimonianze più vive e fertili v’è senza dubbio quella di Ada Negri, figlia di una operaia impiegata in una filanda di Lodi.  La mamma – scrive la Negri  non è più giovane…rimasta vedova e nella più dura miseria, dovette collocarsi come operaia in uno stabilimento di filatura e tessitura di lane.

Guadagna una lira e settantacinque centesimi al giorno, lavora tredici ore filate: spesso è costretta alla “mezza giornata” della domenica. Ma è gaia e ride, è creatura piccola e vocale come gli uccelli, e cinguetta e canta…..”[ii]

In queste parole sembra risuonare la tragica gaiezza di un noto canto della filanda:

Io vado in filanda, io vado in filanda/ma tutto il giorno mi piace cantar/Mi manda lì la mia mamma
ho un gran bisogno di guadagnare/…. Io sono allegra, io vado in filanda/ma prego intanto che venga quel giorno /che la Madonna mi mandi lui/ affinché possa smettere di patire
[iii].

Di questo “cinguettio” materno, la Negri sentirà l’eco per sempre. Intingerà in esso la penna per comporre poesie come Nenia materna, in cui affiora il ricordo della madre che canta alla sua culla di bimba sognante. Prevale in questi versi la dolcezza delle “i”, che si scioglie in quell’ “origliere”, o in quel “desiosa”; si percepisce la carezza delle “u” di “cuna”, “aura bruna”,”una ad una”: che cosa sono queste se non flessioni della lingua d’infanzia, frammenti sonori del ninnare materno[iv].

La memoria della voce materna è un elemento costante nella poesia della Negri, che mostra una particolare attenzione ai canti e alla voce femminile, come ci fanno sentire i versi di Canto notturno:

“Palpita una canzone in lontananza:/ voce è di donna, calda appassionata/ a me giunge un po’ fioca, un po’ velata/ - tra i melagrani in fior – da la distanza./…..Chi sei dunque? Hai tu errato? …hai tu sofferto?…/…E quale a te mi lega arcano senso/ di fraterna dolcezza e di pietà”[v]

E’ la voce malinconica di Ninna-nanna di Natale, di una madre che, mentre cuce un vestitino al proprio figlio, canta la speranza di un giorno in cui non vi sarà più bambino come il suo che “mangi pan con lacrime commisto”. E’ simile a quella nenia che canta: “Ti ho comprato una camiciola,/ te la voglio ricamare,/se vuoi che la termini/ cerca di riposare/ Mentre faccio questo lavoro,/dormi figlio mio un paio d’ore./Il lavoro è faticoso/ faccio l’orto tra le spine,/ la colonna nel polso,/croci, chiodi, lance e spine…”

Pur nella sua forma più lirica, il linguaggio della Negri non manca di stupire per il suo spregiudicato realismo, soprattutto dove descrive le ingiuste condizioni di lavoro di operai come la mamma[vi].  Così nella poesia Madre operaia[vii], raffigura una donna forte e orgogliosa che si consuma nell’ambiente malsano di un lanificio per garantire al proprio figlio i mezzi per studiare. Nel canto popolare La filanda di Ghisalba, le donne hanno i polmoni corrosi dalla polvere : “Nella filanda di Ghisalba / ci sono donne mezze ammalate /per la velocità delle aspe / si son prese l'infiammazione”[viii]. Analogamente nei versi di Fin ch’io viva e più in là, la Negri ricorda come “l’acre aer filtrando/pei pori, il roseo sangue intisichito/ rode a le tessitrici”[ix].

Sin da piccola Ada ascolta, registra, i racconti di fabbrica della madre, racconti che parlano di ingiustizia, di tradimenti e di miseria, come racconta in Stella Mattutina: “Il rigore e la grinta del poliziotto di Ranalli, l’incaricato della visita alle tasche, nell’ora di uscita: e certo nessuno potrebbe compiere tale schifoso ufficio meglio di lui, che ha fatto cacciar la Rosalinda, mamma di quattro bimbi, per una matassa di lana ritorta, trovatale sotto il grembiule.”

Ada cova dentro di sé rabbia e dolore, sentimenti che non riesce ancora a esprimere, se non in una forma liberatoria nei versi della Mano nell’ingranaggio, in cui rievoca l’incidente di fabbrica di cui è stata vittima la madre.  Più tardi, rivolgerà versi più graffianti contro il lavoro delle madri: “Più non dovrà, più non dovrà nessuna /Donna, per legge di servil fatica,/ lasciar la casa e abbandonar la cuna[x].

In Ada Negri la donna che lavora, sfruttata, denigrata, diventa il senso di una lotta nuova e di un nuovo modo di essere, che trae la sua forza proprio dal vissuto delle madri e vibra nei versi di A te, mamma:

“Benedicimi o madre, E’ per te sola / Che combatto, che spero e che resisto”.

Si fa strada per la prima volta una nuova idea di lavoro, che cerca di innestare radici più profonde nell’identità femminile. E con un passaggio sull’identità della donna che lavora si conclude il romanzo autobiografico della Negri, Stella mattutina: “Sono io, sono qui” ella pensa, riconoscendosi nello spazio come in uno specchio. Lavorare? Per essere degna di vivere? Benissimo. Finora ho covato, raccolta: zolla nella notte[xi]. Un raccoglimento femminile tutto universale. Al momento in cui la Negri scrive la sua prosa,  la presenza delle donne nella società e nella storia è paragonabile appunto a una “zolla nella notte”; bastino questi pochi esempi: analfaetismo femminile al 58% , per le bambine scuole speciali, divieto di accesso per le donne a ruoli professionali e dirigenziali, salari inferiori per certe categorie come quella delle maestre.

Ada Negri in Maternità, celebra la storia morale della maternità: Noi portammo nel sen la creatura/ con fatica, con fame e con paura./ Ne le soffitte dove manca l’aria,/ne le risaie infette di malaria,/ ne’ campi dove passa, orrida iddia,/la pellagra con occhi di pazzia,…./ Cantalo tu – che il mondo abbia pietà –/ Questo supplizio di maternità!…/Ricordati, ricordati: così /Pianse tua madre nei lontani dì./ Ricordati, ricordati: e il tuo grido /Sia come uccello di selvaggio nido:/ …/dica alla terra: - Salvezza non v’ha/ se umiliata è la maternità!- …[xii].

Si fa strada l’ideale di fratellanza basato sul comune modo di nascere di tutti gli uomini da un grembo materno, come le piante dal grembo della terra.. Nel miracolo della nascita della piccola Bianca, la Negri ricava la forza per resistere alle avversità del tempo e, quasi, una nuova poesia. Nei versi di “Canta a’ miei piedi…”, si sofferma ad osservare la figlioletta che canta mentre gioca serenemante, e pensa che nella spensieratezza della bimba dormono gli ideali e le opere che lei non è riuscita a realizzare ma che la figlia porterà a compimento.

Non è raro trovare ninne nanne in cui una donna riversa nella figlia la speranza del domani:

Ninninà, la mia diletta/ Ninninà, la mia speranza./Voi siete la mia barchetta,/che cammina con baldanza:/quella che non teme venti/ né tempeste in mare/Addormentati per pietà:/fai tu la Ninninà.

L’intimo parlare materno risuona con acuta drammaticità nelle pagine di Ada Negri. Il linguaggio è un problema cruciale che la poetessa si è trovata ad affrontare: come dire ciò che è indicibile perché non è mai stato detto o pensato prima? Per strappare dal silenzio le parole delle madri bisogna ritornare alla culla, alla filastrocca, al canto delle risaie e delle filande. Lì vivono i discorsi delle donne, lì arde il loro essere, si consuma la loro opera di madri e di lavoratrici. Ed è lì che nasce e si sviluppa la poetica della maternità, unica e straordinaria nel suo genere, della poetessa più femminile che io conosca.

 

 Alfia Milazzo

26 maggio 2006



[i] Maura Palazzi, Donne sole. Storia dell’altra faccia dell’Italia tra antico regime e società contemporanea, Milano, 1997, p.141-144.

ii] Ada Negri, Stella mattutina, romanzo autobiografico, Milano, 1921; Ediz. La Vita felice, Milano, 1995, p.20

[iii] Mi voo in filanda mi voo in filanda
ma tutt ol dí me pias cantà
Lé la mia mamma che la me manda /l'è ol gran besògn de guadagnà/ ….     
Mí sont alegra mi voo in filanda /e preghi intant ch'a vegna ol dí /che la Madonna lú a cà la manda /che mi finissa de patí.

[iv] Nenia materna da “Fatalità”, Milano, 1892.

[v] Canto notturno da “Tempeste”, Milano, 1895.

[vi] La Gorini Santoli sottolinea questo legame tra lo sfruttamento della madre della Negri e la sua poesia: “Ma la voce di Ada Negri è audace, aggressiva, spregiudicata…..una sincerità senza limiti, che tanto più appare nei primi libri nei quali i versi del tutto privi di  filtro intellettualistico e letterario, sgorgano direttamente da un dolore cocente, quasi intriso di rabbia per la condizione operaia di cui è vittima la sua amatissima mamma; cui si aggiunge a Motta Visconti, la costatazione della miseria dei contadini, dei boscaioli e dei battellieri e gli incontri con certe povere mamme dei suoi allievi con il giallore della pellagra in faccia.” Angela Gorini Santoli, Invito alla lettura di Ada Negri, Milano 1995, p. 31

[vii] Madre operaia

[viii] La filanda de Ghisalba /si l'è pientada in mezzo a l'erba /l'è pú tanta la superbia/che la paga che i me dà /l'è pú tanta la superbia /che la paga che i me dà /la filanda de Ghisalba /si l'è una triste filandina /e 'l cal e 'l pocch a la mattina /e 'l provin dopo 'l mesdé /e 'l cal e 'l pocch a la mattina /e 'l provin dopo 'l mesdé
In filanda de Ghisalba /gh'è de donn mezze malade /per la furia di aspade /si han ciappàa la fugaziun /per la furia di aspade /si han ciappàa la fugaziun
In filanda de Ghisalba /i direttori sono intelligenti /loro fuman le sigarette /sempre ai spall dei lavorator /loro fuman le sigarette/sempre ai spall dei lavorator .

[ix] Fin ch’io viva e più in là, da Fatalità,

x] Quel giorno, da Maternità, 1904

xi] Ada Negri, Stella mattutina, romanzo autobiografico, Milano, 1921; Ediz. La Vita felice, Milano, 1995,

xii] Dolorose, da “Maternità”, Milano, 1892.

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