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_Christa Wolf
_Christa Wolf
La scrittrice dell'Invisibile nella lingua.
_Hanna Arendt
Arendt
La filosofa che difese la lingua tedesca in quanto lingua materna.
 
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_Che cosa resta, Wolf/Arendt

Che cosa resta, romanzo autobiografico di Christa Wolf, descrive la giornata di una donna, un’intellettuale sorvegliata dalla Stasi, la polizia segreta della ex RDT tedesca. In questo racconto la protagonista si muove in una forma esistenziale paragonabile allo smarrimento e all’oppressione, vagando tra le mura domestiche “violate” dalla visita dei suoi segugi.

Vista dalla sua finestra, la città appare alla donna avvolta in uno squallido isolamento.

Ciò che è per me più rilevante in questo racconto è il fatto che questa sorveglianza viene interpretata dall’io narrante come l’ultima forma di negazione di autenticità. Da questa consapevolezza sgorga il problema della “nuova lingua” in cui poter dire se stessi, parlare senza contraddizioni rispetto al proprio status psicologico e sociale. Il tema non è trascurabile, poiché si ripete quasi come un’ossessioe nelle opere della scrittrice dall’opera Kindheitsnuster a Guasto.

Ma che genere di lingua è quella agognata dalla Wolf?

Lo scrive proprio nel racconto Che cosa resta, in un passo del monologo interiore in cui dietro al quotidiano affaccedarsi emergono riflessioni di rilievo esistenziale:

 

"Niente paura. L’altra lingua, pensai mirando ancora una volta a ingannare me stessa mentre mettevo le stoviglie nell’acquario, mi rifacevo il letto, ritornavo nella stanza che dava sulla strada, mi sedevo finalmente alla scrivania – l’altra mia lingua che aveva cominciato a crescermi dentro, ma certamente non si era ancora sviluppata del tutto, avrebbe sacrificato pacatamete il visibile all’Invisibile, avrebbe cessato di descrivere gli oggetti attraverso il loro aspetto – automobili rosso pomodoro, bianche, santo cielo! – e avrebbe fatto apparire sempre di più l’invisibile nella sua essenzialità."

 

Nell’opera capolavoro della Wolf, Cassandra, questa ricerca di una lingua capace di esprimere l’Invisibile nasce dalla lotta contro ogni forma di censura sia essa determinata per ragioni politiche dallo stato, sia perpetrata dalla società a causa di discriminazioni sessuali.

Non va dimenticato che la Wolf scrive negli Anni Settanta, periodo in cui la stessa scrittrice ha subito il violento contrasto tra una lingua libera e una coercizzata dalla dittatura .

Influenzata dalla lettura del carteggio tra Bettina von Armin e Gunderrode, la Wolf indica la strada di un’affinità o alleanza amorosa tra donne come processo di inveramento della lingua. Processo che tende a ricostruirsi in forma utopica sul piano ideologico e politico, ma che comporta un percorso di tipo esistenziale. Una discesa agli inferi della propria identità fino alle profondità più oscure, per poi avviare una risalita, grazie alla parola vera, capace di svelare il senso autentico delle cose, dire ciò che è senza riserve  o timori.

L’espressione “altra lingua”, non è casuale nel pensiero della Wolf, poiché il termine “altra” sta a indicare l’esistenza di una misteriosa alterità, che ha sede nell’identità femminile e gioca in essa un ruolo cruciale di spinta verso il vero. “Altra” non significa quindi estranea o superiore o irraggiungibile (non è il Totalmente Altro di Levinas), ma indica l’idea di un’immanenza che sfugge al controllo esterno proprio perché profondamente radicata nell’io ed essenzialmente libera. Si tratta di un’alterità in cui è possibile riconoscere i tratti della lingua materna, la lingua libera per eccellenza poiché nasce da una libera relazione interpersonale. Solo questa forma di lingua è capace di esprimere l’Invisibile, ovvero l’aspetto ulteriore non dominabile della realtà e della nostra coscienza.

 “Che cosa resta?" era l’interrogativo che il 25 ottobre 1964 Hanna Arendt si era posta nel corso di un’intervista per la tv della Repubblica Federale tedesca. Come si legge in uno stralcio dell’intervista condotta dal giornalista Gunther Gaus:

Le manca l’Europa del periodo prehitleriano, una realtà scomparsa per sempre? Quando torna in Europa che cosa le pare sopravvissuto e che cosa irrimediabilmente perduto?”
"L’Europa del periodo prehitleriano? Non mi manca affatto. Posso assicurarglielo. Che cosa resta? Resta la lingua".
”E ciò significa molto per lei?”
" Moltissimo. Mi sono sempre deliberatamente rifiutata di perdere la mia lingua madre. La lingua tedesca è la cosa essenziale che è rimasta e che ho sempre volutamente conservato".
Anche nei momenti più amari?
"Sempre. Mi dicevo: che cosa posso farci? Non è stata la lingua tedesca a impazzire e, d’altro canto, la lingua madre non ha eguali. E’ vero, le persone possono dimenticare la lingua madre, l’ho visto coi miei stessi occhi...".

Partendo dalla stessa questione della Arendt, Christa Wolf risponde così: ciò che resta è l’altra lingua, ciò che nella lingua materna conduce alla più autentica, libera, cosciente affermazione di sè.

Alfia Milazzo

17 maggio 2006

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