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_Una nessuna centomila picciridde

Catena Fiorello, Picciridda, Baldini Castoldi Dalai, Milano, 2006.

 

Erano gli anni Sessanta, molta gente del Sud emigrava. Per i siciliani, come per la maggior parte degli italiani, la Germania era l’America al di qua dell’oceano: partirono in tanti in cerca di lavoro, tutti disperati. L’emigrazione è stato, ed è, un fenomeno sociale drammatico, non solo per chi parte ma anche per chi rimane: apre voragini di impenetrabile solitudine, solchi invalicabili di emarginazione, baratri sentimentali difficili da raccontare. Tale è stata l'esperienza di donne, anziani e bambini rimasti per decenni ad aspettare, talvolta inutilmente, quei familiari portati via da un treno: l’attesa struggente di un segno, una lettera, una telefonata, o solo dei soldi per andare avanti, è rimasta scolpita nei loro volti, nelle cicatrici del loro cuore, simile all’esperienza di una guerra, di una feroce malattia. Come raccontare la loro storia, i loro sentimenti, le loro paure, senza cadere nella retorica e nel facile sentimentalismo?

Catena Fiorello è riuscita a farlo, nel suo romanzo Picciridda, tratteggiando con amorevole delicatezza il mondo interiore di una bambina, a’ picciridda appunto, lasciata dai genitori per emigrare in Germania.

Lucia, così si chiama la piccola protagonista, vive l’assenza dei suoi genitori come uno strappo affettivo. Mentre il fratellino minore segue il padre e la madre in Germania, lei è costretta a rimanere a Leto (in provincia di Messina), il paese in cui si svolge la sua storia, in casa della nonna paterna. Quest’ultima però, donna fredda e amara, talvolta violenta, è incapace di manifestare amore alla nipotina, a causa del suo terribile carattere che le ha guadagnato il nomignolo di Generala.

Il progetto di costruire una bella casa, inseguito dai genitori come un miraggio, non basta alla bambina per accettare e comprendere le ragioni di un abbandono vissuto come un’inutile crudeltà nei suoi confronti. Inoltre il contesto sociale in cui ella vive (la scuola, gli insegnanti, certi compagni), accrescono il suo dolore, rendendola diversa dagli altri, facendola risaltare alla stregua di una gallina nera in un pollaio di galline bianche. La metafora della gallina nera adottata dalla Fiorello è molto efficace perché accomuna lo sguardo degli altri sulle difficili condizioni familiari e sulla povertà della bambina agli effetti psicologici che esso produce nella bambina stessa: Lucia si sente gallina nera perché è vista dagli altri come tale.

 

“La mia casa era un pollaio non lontano dal mare. Ero la figlia della gallina nera. E non una qualunque, ma la nera più nera che si potesse incontrare. Starnazzava spelacchiata, e non aveva un bel carattere; era lunatica e bizzosa. Quando sentiva avvicinarsi i passi della nostra padrona si nascondeva ritrosa perché non le andava di fare le uova. Era per questo che nessuno l’amava. Io, sua figlia, avevo poche speranze. Non mi rimaneva che aspettare di restare orfana.” (Picciridda, p. 9)

 

Un’altra felice metafora alla quale ricorre la Fiorello è quella dei piedi nella sabbia: nei momenti peggiori della sua vita la bambina corre nella spiaggia di Leto e ritrova serenità e fiducia grazie al contatto con la sabbia, entità naturale indistinta, che ricoprendole i piedi le impedisce di sprofondare... Tutti i bambini amano questo contatto fisico con la sabbia, così come con l’acqua, la neve, e con tutto ciò che rievoca la vita prenatale nel loro inconscio. Lucia mette i piedi nella sabbia, perchè la sabbia è il simbolo di ciò che le manca, cioè la figura materna: tiepida, avvolgente, rassicurante ma anche sfuggente, indeterminata, misteriosa.

 

“Con i piedi nella sabbia quella sera capii che si può essere più forti di qualunque dolore. Quella sera. Fu lì che compresi inconsapevolmente il valore di quella scoperta.” (Picciridda, p.67)

Con i piedi nella sabbia, anche solo per qualche minuto, mi ricongiungevo con quella parte di me, che avevo messo a riposo, per non morire di nostalgia e la ritrovavo senza sofferenza. Così potevo vedere da una prospettiva diversa mio padre, mia madre e mio fratello partire su quel treno, senza di me.

E con i pedi nella sabbia rivedevo il mio cammino faticoso di quei giorni, dove era tutto in salita, senza sconti e senza regali, compresa la vita con la nonna.

E con i piedi nella sabbia non mi sono mai sentita completamente sola o infelice.

E lì, con tutta la forza che la natura sprigionava, godevo di momenti indimenticabili. Trascorso il tempo necessario per ricaricarmi, rimettevo lentamente le scarpe, mi spolveravo la veste dai granelli di sabbia, che finivano ovunque, persino dentro alle mutandine, e mi avviavo alleggerita verso casa.” (Picciridda, p.86)

 

Nel romanzo predominano le figure femminili. Le accomuna tutte un grande senso di solitudine, causato da uomini malvagi e senza scrupoli, come nel caso della nonna e della zia Pina, o dalla sorte avversa che si accanisce sull’infelice Nora e sulla sventurata Rita.

Mi ha colpito l’importante presenza di lingua materna, di termini dialettali, di espressioni catturate dall’oralità femminile, tutte filtrate dalla voce narrante della protagonista che rievoca da adulta gli episodi dell’infanzia. La scelta del titolo, Picciridda, ripreso dal siciliano, rispecchia il fondamento linguistico, simbolico e narrativo del romanzo. Picciridda in siciliano indica la bambina, nel suo essere cosa piccola, da proteggere, da cui non ci si aspettano desideri, pensieri, volontà propri. La Fiorello fa leva con grande consapevolezza sul potere evocativo dei termini dialettali, e gioca con esso fino in fondo, riuscendo a scatenare il senso nascosto delle parole anche semplicemente attraverso il loro suono.

La voce della madre lontana, ascoltata da Lucia in rare e brevi telefonate, viene decodificata dalla bambina che ne interpreta le pause, i silenzi o la concitazione, per coglierne desideri e messaggi inespressi. In tal modo viene esplicitato il non detto del dialogo madre-figlia, smascherando la finzione e il calcolo dietro frasi e parole apparentemente spontanee. E in un passo particolarmente intenso, la voce materna, tra emozione e riflessione, vive perenne nelle sue indistricabili verità e contraddizioni.

 

 “Le solite parole, tra me e la mamma. Ma quel giorno il cuore batteva più forte. Non ci si emoziona sempre allo stesso modo. E non si sa perché.

«Oggi a Florsheim sembra di essere a casa, Lucia. C’è il sole, l’aria è tiepida. Si sta bene…….»

La sua voce è ben chiara dentro di me, e confonde ancora adesso il passato col presente, come il giorno e la notte, prima che il Signore li separasse. Mentre ricordo, mamma tutto mi sembra eterno. Non distinguo se stai parlando ora, o se lo facevi tanto tempo fa. Le parole si susseguono, senza tempo, e io le voglio rivivere proprio così.” (Picciridda, p.212)

 

Una vicenda simile a quella di Lucia è stata scritta da Vittorini nel romanzo Erica e i suoi fratelli. La piccola Erica, maggiore di tre figli, viene abbandonata dalla madre che parte per seguire il padre emigrato, lasciandola con una scorta di provviste che le permetteranno di sopravvivere fino al loro ritorno. Ma i vicini di casa, sapendola sola con due bambini da accudire, invece di aiutarla, le rubano tutto ciò che possiede. Alla fine Erica, capisce che i genitori non torneranno mai più, e decide di prostituirsi per poter sfamare se stessa e i fratelli.

Devo dire che il romanzo di Vittorini, pur affrontando con coraggio un tema scottante come l’abbandono dei minori e l’emigrazione, non convince quanto quello della Fiorello. Vittorini punta l’attenzione sul concetrato di odio e di male che circondano la bambina, ma non riesce a rendere, al di là di questo confronto con un mondo esterno inspiegabilmente ostile e spietato, la drammaticità dell’abbandono materno, così come la Fiorello. Manca in Erica un punto di vista interno alla storia, presente invece in Picciridda, dove il recupero nella memoria da parte della protagonista accende sulla narrazione una sorta di posteriore intelligenza emotiva. Tutto ciò non si trova in Erica: i fatti hanno uno svolgimento lineare nel tempo e vengono narrati dall’esterno, senza un’autentica partecipazione e comprensibile verosimiglianza.

Da ultimo, va rilevato che il messaggio del romanzo della Fiorello vola alto, oltre i confini del racconto stesso. Alla fine la vita concede alla picciridda un riscatto, offrendole una via d’uscita da tutto il male e la sofferenza, ma la sua voce ci ricorda che altre come lei si affollano nel nostro mondo, sotto i nostri occhi indifferenti, una nessuna centomila picciridde, piccole galline nere da aiutare, curare, salvare.

 

Alfia Milazzo

15 gennaio 2007

 

 

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