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_un libro per aver cura
copertina del libro
"Ci siamo tutti dentro", disse.
 
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_sei storie, una città e le bambine

Prendetevi cura delle bambine.

L’esortazione è di Rossella Milone, giovane autrice napoletana, che ha dato questo bellissimo titolo alla sua raccolta di racconti, pubblicati da Avagliano Editore nel 2006.

Che significa prendersi cura delle bambine?

Innanzitutto vuol dire prendersi cura delle madri.

Nel primo racconto, intitolato La battaglia del Volturno, la protagonista Angela, è una fragile e insicura professoressa costretta, suo malgrado, ad occuparsi della madre anziana e malata proprio quando sta cercando di ricucire il rapporto con il marito. Intraprende quindi un viaggio con la madre attraverso le campagne del Volturno per raggiungere il marito. Ma inaspettatamente le tappe del viaggio si trasformano in un percorso psicologico a ritroso che la obbligano a rivivere gli eventi della propria infanzia (la relazione extra-coniugale della madre, la separazione in casa dei due genitori, la sofferenza e la morte del padre) attraverso i ricordi della madre. Alla fine Angela abbandona il marito che la tradisce e decide di restare a fianco della madre.

In questo come negli altri racconti, abbondano le frasi in dialetto napoletano, le espressioni popolari, i riferimenti a cibi, abitudini e piccoli gesti quotidiani, che si snodano, s’intrecciano, s’impastano con il vissuto di donne, bambine e bambini, nello sfondo di una città, Napoli, descritta nella sua purezza e nella sua tragica trascuratezza. Napoli è donna. E’ la Napoli di Anna Maria Ortese, ricca di contrasti, di spietate ricerche di significati, di intense, inappagate attese d’amore. E le donne vivono momenti di autenticità nel confronto tra generazioni diverse e tra esperienze di vita diverse.

L’ospedale delle bambole, il secondo racconto, mostra la città vista con gli occhi di una bambina, svelandone l’aspetto reticolare, a tratti opprimente, la sporcizia delle strade, la rassegnazione dei suoi abitanti rispetto a tutto questo. “E chi lo può sapere! Dentro a sta città iammo annanze a cecata” (p.51). La bambina si perde tra queste vie e viuzze, intrappolata da una fiumana inarrestabile di gente, trova scampo e sviene tra le braccia di una passante.

I massacri è la storia di un bambino che, dopo la separazione dei genitori,  tenta in tutti i modi di impedire la permanenza in casa sua di Cinzia, una ragazza grassa e infelice, alla quale la madre ha affittato una stanza. Per farla cacciare, riesce a far ricadere su di lei la responsabilità del furto di un gioiello della madre. Anche se le due donne arrivano a un chiarimento, Cinzia parte, lasciando al bambino ciò che ha sempre desiderato di più: uno spazio per il ritorno del padre. Ma prima di andare via Cinzia svela i retroscena della sua fuga da casa: il bisogno di fuggire da un padre orribile e violento. E questa sua rivelazione, questo suo bisogno di avere una famiglia senza la figura paterna, si scontra con le motivazioni del bambino, il quale agogna il ritorno del padre e arriva ad architettare azioni meschine pur di riaverlo con sé. A perdere è proprio Cinzia, di lei non si avranno più notizie. Il suo “caso” non conosce un lieto fine.

La ricerca di una figura paterna è il tema dei due racconti Un paio di occhiali vecchi e Sedimenti: in entrambe le storie, i padri sono una sorta di presenza-assenza, di contorno o di ostacolo alla felicità oppure di sostegno vago e insondabile. I padri offrono un affetto distaccato e lontano dalle preoccupazioni quotidiane reali, sono uno sguardo separato sulla vita dei figli.

Nell’ultima storia, quella che dà il titolo alla raccolta, si ritraggono due figure di madri. Dea, una delle due protagoniste, è una cinquantenne che soffre di artrosi e vive la deformazione del proprio corpo come l’ennesima storpiatura della propria esistenza.

L’altra donna è Elisa, una giovane studentessa universitaria che ha preso in affitto una stanza della casa di Dea e lì si è trasferita con la sua neonata, dopo che il fidanzato l’ha lasciata.

La presenza di Elisa turba Dea, e per più di un motivo. Non solo per la sua bellezza e il suo corpo giovane e florido, reso ancora più bello dall’allattamento, ma anche per il suo atteggiamento materno verso la figlia. Emblematico è il passo in cui Elisa allatta la sua bambina, mentre Dea che assiste alla scena prova un senso di attrazione-repulsione. La visione di Elisa che nutre la sua piccola la induce a una riflessione sul legame tra madre e figlia, in cui sembra risentire l’eco delle parole di Helen Cixous.

 

   “La bocca senza denti circonda il capezzolo, si piega in una specie di sorriso, mentre tira e succhia con gli occhi chiusi, un rivolo bianco scivola al lato. Il seno teso, ansima seguendo i movimenti delle labbra che tirano, e del respiro. C’è la luce gialla che illumina gli occhi della bambina, felici e cremosi, viene dalla lampada a fianco; la culla disfatta ha ancora la forma di lei, non più lunga di una bambola ma calda. La finestra è stata aperta, per rinnovare l’aria. Una scia fresca si posa sulle pareti e si infila in quell’odore di latte acido e di rigurgiti; qualche mugolio e il suono schioccante dei suoi succhi.

Dea non ha intenzione di restare a sentire quell’odore, a guardare quella forma incastrata di bocca e seni, di ascoltare i loro intimi rumori. Ma non se ne va. Si appoggia alla parete e non riesce a non guardare. Si chiede quella piccola, quando sarà grande, cosa ricorderà di tutto quell’assorbire, e cosa ricorderà la madre di tutto quel dare. Un gusto segreto, un particolare sapore nella bocca, il senso di appartenenza tramandato dal latte” (p.155).

 

Dea ha ricevuto una lettera dal suo ex marito che le annuncia la nascita di una nipotina dalla loro figlia. La notizia produce in lei una certa inquietudine che trova nel dialogo-scontro con Elisa una soluzione catartica: Dea ha avuto  una figlia che ha poi abbandonato, perché incapace di accettare la propria maternità. Elisa la spinge a fare un tuffo nel passato e nelle ragioni tragiche della sua scelta fino a condurla per mano nella ricerca della figlia che si esibisce come ballerina in uno spettacolo.

Il racconto si chiude con un’allusione alla sorte delle bambine in Cina, metafora e realtà di una storia sempre attuale che racconta la discriminazione delle bambine nel mondo e a volte si traduce nella loro eliminazione fisica.

Si chiama infatti proprio così “Prendetevi cura delle bambine” la campagna messa in atto dal governo cinese che, per evitare aborti e infanticidi nei confronti di nascituri o nati di sesso femminile, concede ai genitori di figlie femmine numerose agevolazioni fiscali e un cospicuo finanziamento. La Milone riprende questo caso e lo inserisce in un contesto italiano, in cui apparirebbe paradossale riflettere sulla sorte delle bambine. Ma non è del tutto vero. Infatti in ogni società, compresa la nostra, le bambine sono le più esposte, come dimostrano sottilmente le storie raccontate dalla Milone, e sono le più rappresentative del mondo dell’infanzia, che soffre di abbandoni e di trascuratezza. Salvare le bambine significa allora difendere i diritti dei più deboli e farne una pratica, una campagna attiva, di tutti i giorni.   

 

Alfia Milazzo

14 marzo 2007

 

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