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La letteratura epistolare

Un breve excursus sul romanzo epistolare aiuta a comprendere la valenza storica di questo genere letterario. Basti pensare a Pamela (1740) di Samuel Richardson , a La nuova Eloisa (1761) di Jean-Jacques Rousseau, a I dolori del giovane Werther (1774) di Goethe, a Les Liaisons Dangereuses (1775-1781) di Francois Chaoderlos de Laclos, alle Ultime lettere di Jacopo Ortis di Ugo Foscolo (1798), alla Storia di una capinera di Giovanni Verga (1865), a De profundis di Oscar Wilde (1897), a Dracula di Bram Stoker (1897), alla Lettera al padre di Franz Kafka (1919) e a Il libro dell’Es di Groddeck (1923). E non bisogna dimenticare le Lettere di una novizia (1941) di Guido Piovene, Le lettere di Ottavia (1956) di Luigi Malerba, il racconto epistolare Il ragazzo perduto (1956), reintitolato Anonimo lombardo (1966), di Alberto Arbasino, Caro Michele (1973) e La città e la casa (1984) di Natalia Ginzburg, Lettera a un bambino mai nato (1975) di Oriana Fallaci, le “corrispondenze” di Alberto Moravia, tra il 1975 e il 1981, raccolte nel volume Lettere dal Sahara.

Indimenticabile Il bottone di Puskin di Serena Vitale del 1994, e Si sta facendo sempre più tardi (2001), di Antonio Tabucchi, e per concludere le Lettere contro la guerra (2002), di Tiziano Terzani.

 

 
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_Lettere d' Amore

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Titti Giuliani Foti, Cara mamma, Prefazione di Dacia Maraini, Sassoscritto Editore, Firenze, 2006.

 

 

C’è una lettera, che scriviamo a una persona amata, nascostamente, talvolta lungo tutta una vita, senza mai trovare il coraggio di recapitargliela.

 

Quante lettere abbiamo vergato nel nostro cuore, con la punta più fine e sincera, con il sorriso e l’amarezza più grandi, il verso poetico e la prosa tragica più alte? Tutte queste lettere sanno di verità, di dolore, di pudore e di desiderio. E di interminabili silenzi.

 

Mossa da queste ragioni interiori, la letteratura epistolare mantiene un fascino discreto, delicato, genuino. Chi scrive, per invenzione o per reale bisogno di comunicare, pur indirizzando le proprie parole a un altro, lo fa principalmente meditando per sé.

 

Cara Mamma di Titti Foti è una lunga lettera scritta da una figlia alla propria madre scomparsa dopo una lunga e tormentosa malattia.

 

In essa la coscienza femminile sembra sdoppiarsi in due filoni: uno è quello della partecipazione emotiva ed affettiva, della figlia rispetto alla sofferenza della madre. Numerose belle pagine sono dedicate alla complicità e all’affinità umana che lega le due donne, che appaiono come “sorelle”, (forse perché la figlia è la maggiore di sei e la madre è una donna divorziata, che ha cresciuto da sola i suoi figli).

L’altro è quello critico, riflessivo, inquieto della figlia nei confronti delle convinzioni, della visione dei rapporti e della vita propri della madre. Emerge a tratti la rabbia e l’accusa della figlia alla madre per essere stata troppo disponibile ad accogliere, ad aiutare gli altri, senza guardare a se stessa, senza cercare di ricevere qualcosa in cambio.

 

In questo sdoppiamento non v’è però contraddizione. Anzi. Le due cose sono legate allo stesso concetto: una figlia che scrive alla madre, per ricordare gli ultimi istanti trascorsi insieme, non può che raccoglierne il messaggio, individuando in esso i punti di distacco. L’amore per la madre è qui esposto come un fatto personale, intimo, ma ricco di tensioni, di chiaroscuri interrogativi circa il travaglio di un’esistenza comune ed eccezionale al tempo stesso.

 

Ciò che colpisce però di questo scritto è il carattere universale delle riflessioni in esso contenute. In ciascuna figlia quarantenne di oggi si potrebbero rintracciare le stesse amare considerazioni nei confronti della propria madre, le medesime osservazioni sul suo ruolo, sulla sua complessa identità, sulla stessa pesante eredità psicologica.

 

Chi tra noi figlie quarantenni non ha provato o prova, rispetto alla propria madre, sentimenti di rimorso per non essere stata o essere alla sua altezza, o di rivalsa verso quel mondo da lei accolto senza ribellione o rifiuto, da noi giudicato causa di infelicità, di ricerca di un equilibrio psicologico e umano da lei raggiunto e da noi invece solo appena vagheggiato? 

Chi tra noi non ha dovuto fare i conti con un immaginario della figura materna vista sotto l’arco perenne del sacrificio e della rinuncia, mentre nel nostro tempo, l’informazione, il consumismo, la corsa alla produttività (anche nel senso di “fare figli”) ricalca quella forma di sacrificio, estendendola anche nell’ambito pubblico, senza garantire quel sostegno di cui disponevano le nostre madri?

La lettera alla mamma di Titti Foti suona vera perché in qualche modo esprime le nostre stesse domande, i nostri dubbi, le nostre ansie.

La scomparsa della madre è per l’autrice, come per chi legge, un ritorno alla verità di se stesse e al contempo, un’indagine amorevole di ciò che questa figura rappresenta per ciascuno di noi.

 

Così anche il significato profondo della malattia e della morte della madre al termine collimano con la riscoperta di quel substrato universale che è l’essenza della maternità:

“Vederti così arresa per me era come se volessi dirmi: «Ho voglia di urlare con tutto il fiato che ho in gola la rabbia ma resto senza voce». Mi sentivo impotente. Inutile. Scema.

Ci hai viziati mamma, ti credevamo invincibile, una roccia, soltanto perché lo sei sempre stata. Perché sei sempre stata vicina a noi, ci hai insegnato a vivere, ci hai tenuto insieme …..Non sei mai stata sola mamma. Eri con noi, ci hai cresciuti con amore, mettendolo al primo posto. E hai avuto ragione. Cos’è una famiglia senza amore, mamma?” (p. 129).

 

E ancora il dolore della figlia ripiega nel senso di colpa e nel bisogno estremo di chiedere perdono, di tutto, e quindi di niente:

“Ricordo che ho baciato te, Wanda, Vittorio, che sono crollata in ginocchio accanto al tuo ultimo letto e che ti ho chiesto scusa. Per tutto quello che ti avevo fatto, per il dolore che ti avevo dato, se ti avevo risposto male, se non ti avevo ubbidito , se non ero stata un brava figlia. Scusami mamma. Scusami tanto, ti prego”.

 

Ed è come se, in ultima istanza, con questa sua lettera alla madre, Titti Foti ci abbia donato ben più di se stessa, ben più della storia di sua mamma: ci ha donato una mappa, un tracciato invisibile, tra l’essere figlia e l’essere madre.

Una ragione in più per consegnare sempre le nostre lettere d’amore.

 

P.S.

Cara Mamma ha  finalità benefiche, infatti tutto il ricavato dalla vendita andrà alle tre associazioni di volontariato oncologico che operano a Firenze : ANT, ATT e Pallium Onlus.

 

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