Login
 
_le donne si raccontano
piccole donne
Quando le donne si raccontano, bambine, giovani o anziane, le parole sgorgano spontanee da quel pozzo del silenzio che le madri un tempo custodivano nel segreto del proprio cuore.
 
meta
_le voci di diario@mammablog.it

Letizia ha scritto una toccante testimonianza della sua esperienza di figlia di una donna straordinaria, amata e stimata professoressa di Lettere, e soprattutto madre esemplare e adorabile. Accanto ai ricordi della madre si susseguono considerazioni sulla sua malattia, il morbo di Alzheimer, che ha invertito i loro ruoli annullando il confine tra l'essere madre e l'essere figlia. Mi ha ricordato il libro di Tahar Ben Jelloun Mia madre, la mia bambina, uno dei più sinceri e commoventi racconti sulla crisi d'identità che colpisce inevitabilmente i figli di chi a causa di questa terribile malattia, giorno dopo giorno, sbiadisce perdendosi nell'oblio.

Grazie Letizia, davvero grazie per questa tua pagina di vita. Sono certa che sarà un valido contributo di riflessione per molti lettori e per le tante lettrici di Mammablog, soprattutto per coloro che hanno vissuto o stanno vivendo la tua stessa esperienza.

Una terribile ombra 

La mamma è mamma, la figlia è figlia, almeno fino a quando la terribile ombra della malattia non arriva ad invertire il corso naturale delle cose.

La mia mamma era una donna in gamba, intelligente, razionale e misurata; raramente, da bambina, ricordo di averla vista perdere le staffe, lasciarsi andare a manifestazioni di rabbia o di nervosismo. Lei era severa e dolce allo stesso tempo, mi ha sempre coccolata e protetta, ma non ha mai permesso che noi figli “approfittassimo” di lei allo stesso modo in cui oggi i nostri figli approfittano di noi. Erano altri tempi, c’erano le regole, alle quali bisognava sottostare, un codice ben definito di comportamenti oltre i quali non si poteva andare. Ma a noi andava bene così, e mia madre era tutto per me, il mio modello, il mio punto di riferimento, a scuola ero orgogliosa di lei, perché era una professoressa, e tutti la stimavano, gli alunni la temevano e la rispettavano, era autorevole e disponibile. Una volta ricordo che mi capitò tra le mani la copia di un giornalino di istituto, all’interno del quale trovai un articolo che si intitolava “La nostra prof. di italiano” e parlava di lei, della sua figura di insegnante e di educatrice. Credo che quella sia stata la prima volta in cui io ho davvero realizzato che la mia mamma non era solo “mia”, ma che era qualcosa anche per gli altri, che aveva un ruolo al di fuori della nostra cerchia familiare, che lei c’era per i suoi alunni, per i colleghi, le amiche. Ricordo la sensazione mista di gelosia, fastidio, incredulità, orgoglio. Forse quello è stato il momento in cui ho cominciato a crescere, a rendermi conto che un giorno anch’io sarei diventata grande, autonoma, “altro” dalla mia mamma.

Mia madre mi ha accompagnata durante la mia adolescenza e la mia età di giovane donna; lei era sempre lì, anche se non fisicamente, e partecipava indirettamente, attraverso il filtro della mia coscienza, alle mie scelte, alla delineazione del percorso che avrei seguito nella mia vita. Lei era la mia coscienza, il mio grillo parlante, una presenza a volte anche un po’ scomoda e ingombrante, perché mi ricordava cosa andava fatto e cosa no.

Mi ha aiutato, la mia mamma, anche quando, mamma a mia volta, ho avuto bisogno di aiuto con il mio bambino. Senza pensarci, ha preso casa vicino alla mia ed ha alleviato la mia fatica e le innumerevoli difficoltà che comporta l’arrivo di un figlio.

E’ stata proprio l’esperienza della maternità che me l’ha fatta sentire ancora più vicina; l’essere diventata mamma mi ha aiutato a ripercorrere le varie fasi della sua vita, e soprattutto ad  immedesimarmi nella sua esperienza più devastante, quella che l’ha privata di mio padre. Ho capito la sua forza, il suo coraggio, la disperazione, il dolore che deve aver provato quando, da un momento all’altro, si è trovata sola con tre figli, poco più che bambini, da crescere. Oggi, che ho quasi l’età di mia madre quando quel terribile incidente le ha portato via per sempre mio padre, capisco il suo dolore, ma non riesco sinceramente ad immaginare come abbia fatto a sopravvivere alla rottura così traumatica e inaspettata di un rapporto forte e profondo come il loro, come abbia potuto continuare a lavorare, a vedere i suoi figli crescere, a chiudere definitivamente la sua esperienza di donna e moglie senza mai lamentarsi o sbandare.

Una gran donna: questa è l’immagine che ho di mia madre, una donna con i suoi difetti, le sue timidezze, il suo carattere schivo che probabilmente a molti appariva un po’ spigoloso, ma dotata di grande forza. Lei sapeva cosa doveva fare, è questo ciò che penso quando a volte mi trovo di fronte alle mie incertezze e alle mie paure, quando non so quale sia la strada giusta da percorrere, quando mille dubbi e mille incertezze mi tolgono la serenità e mi fanno dubitare del mio equilibrio mentale.

Oggi non ho più la mia mamma, lei non c’è più, o meglio, c’è il suo corpo, invecchiato e sciupato, c’è il suo sguardo che a tratti si perde, ci sono le sue parole ed i suoi abbracci, c’è quella dolcezza che finalmente non ha più paura di mostrare, ma non c’è più lei. Di lei è rimasto ben poco, della donna che era, della sua cultura, della sua sensibilità letteraria, della sua sagacia e del suo spirito. Lei adesso è un’altra persona, è un involucro di donna, un corpo senza passato, una mente che non ha ricordi, una bambina che non sa come si apparecchia la tavola o come si accende un interruttore. Nulla è rimasto di lei, l’Alzheimer, questo terribile mostro che avanza inesorabile e ti priva di te stesso, me la sta portando via, a poco a poco, passo dopo passo. E’ spaventoso, è spaventoso doversi riadattare, cambiare prospettiva, ribaltare il corso naturale delle cose, fare da mamma a mia madre. Adesso io sono tutto per lei, lei che era sempre severa con me e con le mie scelte, lei mi ha eletta ad essere perfetto, a depositaria della saggezza, della forza, dell’intelligenza. Il  mondo si è ribaltato, io, che ho sempre temuto il suo giudizio, adesso devo pensare per lei, essere la sua mente, la sua razionalità, il suo buon senso. A volte la sorprendo a guardarmi con la stessa espressione che ha mio figlio quando mi chiama “mamma tutto”.

So che anche questa è una fase, fra un po’ mia madre non mi riconoscerà più e la sua mente, già annebbiata, sprofonderà inesorabilmente, e definitivamente, nell’oblio. Sarà terribile, lo so già, ma io, per adesso, mi sforzo di non pensarci, e continuo a sperare che questa persona nuova e diversa, ma che a tratti ritorna ad essere quella che era, rimanga per sempre con me. Per adesso cerco di godere, un po’ ingenuamente, di questa donata perfezione, di questa gratificazione per il mio ego altrimenti sempre incerto e perseguitato da un senso di inadeguatezza, ma soprattutto cerco di assaporare, e di farne tesoro, quei bellissimi momenti in cui, quando siamo fuori, lei sorride e saluta, pur non riconoscendoli, gli innumerevoli uomini e donne, madri e padri, mogli e mariti, che per strada la fermano e, con un abbraccio, le dimostrano ancora una volta il loro affetto e la loro riconoscenza per averli accompagnati in una parte del loro difficile cammino verso la crescita, a scuola. 

Alla mia mamma, Letizia.


Marinella mi ha scritto una mail di intensa commozione, nella quale descrive una scena di dialogo tra i suoi due figli, Rebecca e Samuele, e sottolinea l'istanza materna della bambina verso il fratellino minore e il riconoscimento affettivo da parte del bambino. Inoltre riconduce al "cuore sacro", il fuoco materno che arde al centro della vita, del quale ho parlato in una pagina del mio diario, questa capacità di relazione all'altro . Marinella ricorda i momenti della nascita della sua bambina, i suoi gesti e il loro significato affettivo. Una testimonianza viva e forte che illumina sulla profondità biologica, linguistica e sentimentale del legame che unisce madre e figlia.

Grazie Marinella per il tuo messaggio.

Ieri sera ero seduta sul divano e stavo riposando guardando i miei figli durante il loro passatempo. Erano seduti ciascuno nelle loro sedioline  con un libro nelle mani, aperto su una pagina di attivita' logico-mnemonica. Al centro vi erano diverse ambientazioni e tutto attorno diverse categorie di animali. Rebecca, con una matita in mano, chiedeva a Samuele dove andava messo ogni animaletto e lui le rispondeva.

Io li osservavo in silenzio, ascoltando la flessione dolce e materna della voce di Reby, i suoi suggerimenti labiali quando Samuele sbagliava la risposta. Poi  le si e' accorta di me e senza dire nulla mi ha fatto un cenno con gli occhi verso suo fratello: " mamma, lui e' piccolo ancora e puo' sbagliare ma guarda che alla fine ha capito come funziona il gioco, ora sta mettendo correttamente la pecora nell'ovile, e lo scoiattolo nel bosco...". Mi sorrideva soddisfatta, e la luce che ho visto brillare nei suoi occhi neri e profondi era identica a quel luccichio che scavava dentro di me una infinita tenerezza quando la allattavo. La manina appoggiata su quella di suo fratello aveva un tocco lieve, sembrava che stesse trasmettendo un fluido di sapienza da lei a lui. Anche quel gesto mi ha traslato indietro: quando lei e' nata e la vidi per la prime volta, me la poggiarono sul petto avvolta in un telo verde scuro, aveva solo un braccino fuori e la sua boccuccia sembrava un fragola, la sua pelle bianchissima risaltava come porcellana in tutto quel verde. Mentre la baciavo e le accarezzavo la testa lei mosse il braccio e appoggio' la sua manina sul mio collo, un tocco lieve, prolungato e caldo. In quel momento ho avuto la sensazione che lei stesse ricambiando tutte le carezze che le avevo fatto quando era dentro la mia pancia, ho sempre creduto che lei mi stesse dicendo "mamma anche io ti amo tanto".

Ora che ha quasi sei anni non e' cambiata molto. La sua ricerca di tenerezze e' incessante, ma allo stesso tempo, spesso si veste del ruolo di mammina con Samuele.

Lei sa che suo fratello ascolta piu' volentieri una favola "letta" da lei che da me, e di questo carisma lei e' consapevole, lo sfrutta e lo alimenta.

Alfia, credo che il 'cuore sacro' faccia pulsare dentro le nostre vene una linfa vitale, la stessa che ci permette di affrontare gioie e dolori della nostra maternita', la stessa che alimenta la speranza, che ci punisce con uno strazio mortale se diamo un schiaffo, ma che inesorabilmente lega e ci dara' il coraggio di dividerci, un giorno.

Marinella Milazzo

 


Giovanna mi ha inviato una mail dove riporta una poesia bellissima scritta da suo figlio Luca quando era piccolo per la sorellina Lisa. Luca, che oggi insegna alle elementari con grande passione, è autore di un racconto che sarà presto in libreria edito da Salani (ve ne darò notizia non appena sarà pubblicato). La freschezza e il ritmo di questi versi mettono in luce le qualità di bravo scrittore di Luca, qualità che egli deve a se stesso e anche, a mio avviso, ai suoi genitori, alla sua mamma in particolare, donna intelligente, gioiosa ed intensamente attiva nel dialogo materno.

Grazie Giovanna per questa tua lettera.

 

Ciao Alfia,

grazie per avermi tenuto informata dei progressi del tuo sito-blog! E’ proprio dolce e interessante!

Ti mando anch’io un piccolo contributo, se vuoi pubblicarlo….. E’ una “storia” di Luca per Lisa.

Lisa era molto piccola quindi penso che Luca avesse 6-7 anni. Purtroppo non mi sono scritta la data. Ma la “storia” sì .

Eccola:

La pioggia sono tante goccioline,

tu non sai neanche cosa vuol dire goccioline.

Goccioline vuole dire acqua che viene giù dal cielo,

tu non sai cosa vuol dire acqua.

Acqua vuol dire argento,

ma tu non sai cosa vuol dire argento.

Argento vuol dire che brilla col sole,

ma tu non sai cosa vuol dire sole.

Sole vuol dire rotondo con i raggi,

non sai neanche cosa vuol dire raggi;

e un rotondo con le fiamme,

non sai neanche cosa vuol dire fuoco,

fuoco vuol dire fiamme…..

fiamme vuol dire……te l’ho già detto!!!

 

Che dici consideriamo la piccola “storia” per Lisa come la “ prima opera” dello scrittore?

 

Un abbraccio affettuoso a tutti voi

Giovanna


Rosa mi ha scritto una mail bellissima, nella quale rievoca le emozioni e i ricordi della sua maternità. Ci offre al contempo una meravigliosa testimonianza del suo parlare materno, inviandoci il testo di una dolcissima ninna nanna da lei scritta per il figlio.  

 

SCRIVE L'AMICA ROSA:

 

Girovagando nel giardino del blog  mi sono ritornate in superficie, uscendo dall’”archivio” della mia memoria sensitiva, tutte le emozioni e le parole legate ai momenti della mia maternità che dista 23 anni.

Parlavo spesso con mio figlio nella pancia: gli comunicavo sia la mia gioia di saperlo lì, sia le paure del dolore del parto (che negli ultimi 2 mesi era diventato per me una vera e propria ossessione!), le paure di  eventuali complicazioni  per la sua salute e benessere dopo la nascita…Accarezzavo con tenerezza la mia pancia ogni giorno, in ogni momento della giornata….Al mio risveglio lo salutavo con un “ciao piccolo” e la sera, distesa sul letto, nuda,  lo guardavo muoversi, “nuotare”, finalmente libero: si spostava da una parte all’altra come un terremoto…

Poi venne il giorno del parto. Un cesareo. Mi hanno detto perché ero ancora completamente chiusa…forse l’età (avevo quasi 32 anni) o forse per via di  una piaghetta  all’utero bruciata tempo prima che, forse, aveva reso l’utero meno elastico…… Stà di fatto che non ho provato nessun dolore: niente doglie assolutamente. Solo il decorso del post-cesareo….

Mio figlio è nato alle ore 9,40 di un venerdì mattina. Io, per via dell’anestesia, dormii tutto il giorno. Alle 17 circa, mi svegliai  e, impaurita, chiesi come mai ancora non mi avevano fatto vedere il bambino. L’infermiera di turno, alla mia richiesta mi domandò: “ma come? Ancora non glielo hanno portato?”. E andò a prenderlo…..Ancora oggi, sento rimescolarsi il sangue, pensando a quel momento: IL MOMENTO PIU’ BELLO DELLA MIA VITA. DOPO AVERLO IMMAGINATO PER 9 MESI, LO VEDEVO, LO STRINGEVO….ERA  QUANTO DI PIU’ BELLO AVEVO POTUTO VEDERE O GUARDARE NEI MIEI 32 ANNI  DI VITA…..ma era normale: ERA “MIO FIGLIO”… ! Era lì tra le mie braccia: L’AMORE ALL’ENNESIMA POTENZA, LA BELLEZZA PIU’ BELLA, IL PIACERE ALLO STATO PURO…. LA MIA STESSA ESISTENZA ! Nulla di simile è paragonabile a quel momento.

L’ho allattato al seno fino a 5 mesi e mezzo: questo periodo è stato, giorno dopo giorno, un’estasi di  piacere e di simbiosi, un fondersi  di bisogno e di beatitudine reciproci. Quando il latte se ne è andato improvvisamente e definitivamente, con la ricomparsa delle mestruazioni, ho pianto disperata per giorni.  Mi rendevo conto che non avrei più avuto con lui, il contatto corporeo che dà l’allattamento…  

Oggi , questo “fagottino profumato di  talco” di ieri,  è un giovanotto di 23 anni con il quale ho un buon rapporto….Molti frammenti di ricordi glieli ho raccontati, altri  li ho su un quaderno che scrivevo allora e che gli lascerò alla mia morte.

Mio marito (che suona la chitarra) ed io gli abbiamo composto, quando era piccolo, una ninna – nanna…Gigi la musica, io il testo.

Eccola:

 

TI VOGLIO RACCONTARE UNA FAVOLA INCANTATA

PER FARTI ADDORMENTARE, MIO PICCOLO “PATATA”.

C’E’ UN MONDO TUTTO D’ORO LASSU’ TRA LE STELLE

LO VEDON SOLO I BIMBI, SOGNANDO LE COSE PIU’ BELLE.

Dormi, dormi, dormi mio dolce amor

E sognerai le stelle e la luna coi riccioli d’or….

 

IL “LINGUAGGIO DEL MATERNO” E’ LEGATO STRETTAMENTE ALLE  EMOZIONI  E ALLA CORPOREITA’. NON VI SONO, IN ESSO,  METAFORE O MISTIFICAZIONI.

LI’  TUTTO E’  CHIARO, DICIBILE, ESPRESSO….L’AMORE, IL DOLORE, LA GIOIA, IL PIACERE NEL MATERNO SONO “UNICI”, SENZA UGUALI.

 

Rosa

 

GRAZIE ROSA !

Copyright (c) 2000-2010