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i miei articoli
17 settembre 2012

Chi sono oggi i nuovi PROLETARI (parola che uso dalla sua derivazione latina PROLES, ovvero coloro che hanno in possesso solo la figliolanza, quindi tutte quelle persone che non hanno altro bene se non quello dei figli propri e altrui dei quali hanno cura- figli spirituali)?
Sono coloro che formano una classe sociale che oggi è la più importante del Paese: la classe degli ausiliari, ovvero "le associazioni, i gruppi non governativi e di beneficenza, i soccorritori di tutte le miserie, il popolo di silenti presenze a fianco di chi soffre o viene perso dalla scuola o viene emarginato per la sua provenienza extracomunitariao è vittima della mafia.
Questi nuovi proletari sono I NUOVI GIUSTI, perchè accolgono chi viene respinto, sanano ciò che viene ferito, ricuciono ciò che viene strappato.
Costoro sono capaci di attuare il vero senso di una rinascita in quanto sono capaci di plasmare l'umanità con le loro mani nude in funzione di un senso di appartenenza alla razza umana basato sull'affetto (o amore).
E' tempo che questi nuovi proletari attuino la loro presa di coscienza collettiva. E' tempo che la loro partecipazione attiva all'educazione, al formazione, al soccorso e alla cura dei deboli sia estesa in METODICA, REGOLA LEGISLATIVA, ECONOMIA.
E' TEMPO CHE I GIUSTI ASSUMANO NON IL POTERE POLITICO MA LA LEVA PER SOSTITUIRE L'INTERESSE POLITICO ED ECONOMICO CON QUELLO SOCIALE.
E' tempo che la CULTURA non sia più spettacolo ma servizio e relazione allo sviluppo intellettivo del popolo. E' tempo che le banche si facciano sostenitori di un rinascimento morale, sostenendo ad esempio gli imprenditori perseguitati dalla mafia ed escludendo quelli che dalla mafia ricevono favori.
E' tempo di una NUOVA RIVOLUZIONE che non è per niente politica o antipolitica una rivoluzione basata sulla costruzione dal basso di ciò che è VALORE PER TUTTI.



16 settembre2012
EPPURE DI IDEE E BUONI PROPOSITI VE NE SONO, DI BUONE PERSONALITA', DI BUONI SAGGI CONSIGLI, E' PIENA LA NOSTRA STORIA e allora perchè? Perchè restiamo qui a subire tutto questo affronto, questa abominevole sudicia razza di cialtroni che stanno uccidendo la Sicilia e l'Italia, il nostro bene più grande, cioè i bambini e i giovani, facendo scempio della nostra cultura, della nostra terra, dei nostri diritti?
PERCHE? E LO CHIEDO SOPRATTUTTO A NOI SICILIANI, LO CHIEDO ALLE PERSONE PER BENE, A TUTTI COLORO CHE POTREBBERO USCIRE DAL LORO STATO COMATOSO E SUPPONENTE DI ISOLATI DELL'ISOLA, CHE SANNO SOLO LAMENTARSI E POI NON HANNO IL CORAGGIO DI FARE NIENTE, LO DICO AI GIOVANI UBRIACHI DI FINTE PROMESSE E NULLA IN SACCOCCIA, agli uomini di buona volontà. Perchè?
E non crediate che il mio sia solo uno sfogo facebookiano, o la solita provocazione del caso, o una sfida a calcetto: NO!
E' una domanda seria, dura, forte, che dovrebbe squassarci le orecchie e i timpani, impedendoci di dormire la notte, dovrebbe causare insonnia e ardimento, fino a quando ciascuno di noi, e dico CIASCUNO, non sia stato in grado di darsi una risposta.
PERCHE'?
LA RISPOSTA, VOI MI DIRETE, E' semplicemente questa: CHE POSSO FARE?
E allora vi risponderei: voi che cosa VORRESTE FOSSE FATTO? Vi aspettate che lo facciano gli altri per voi? O preferireste continuare a piagnucolare come un micetto alla porta di chi ti sta distruggendo la vostra casa?
FATE, QUALUNQUE COSA SIA GIUSTA, NON VIOLENTA, MA GIUSTA, FATELA. Entrate in scena, nel sociale, nel lavoro, difendete i diritti e le cose che contano.
E se proprio non sapete che cosa fare e come farlo, allora cercate chi aiuta gli altri, chi è abbandonato da tutti, chi spala da solo il fango mentre gli atri si cercano un posto al sicuro tra voti e baciamo-le-mani.
NON LASCIAMO IN MANO AI PEGGIORI IL NOSTRO BENE COMUNE!


15 settembre 2012
Si sente parlare di vittoria, e si deridono gli sconfitti.
Io stessa posso dire che di sconfitte ne ho conosciute tante. Eppure le mie sconfitte sono state dettate da scelte che avevano motivazioni giuste e allora, mi dico non sempre vincere vuol dire VINCERE DAVVERO, più spesso significa invece arroccarsi e quindi di fatto escludere, ISOLARSI. Vince anche chi perde, se perde per un ideale giusto, per far rispettare un diritto naturale o riconosciuto, perchè perdendo SI PERMETTE la vittoria DI UN ideale.
Bisogna insegnare l'arte della nobile sconfitta come la più proficua delle medaglie: l'esperienza più importante che si possa fare rispetto all'arroganza dei poteri forti che vincono sempre, MA NON CONOSCONO IL VALORE DELLE AZIONI.
Per esempio è meglio perdere per attaccamento alla verità, che vincere con le menzogne. Oppure è più significativo difendere la propria autonomia di giudizio che farsi servo di opinioni altrui per paura o per convenienza.
Paolo di Tarso che perseguitava i cristiani vincendo su di loro, conobbe la vera affermazione solo quando divenne martire del cristianesimo.

14 settembre 2012
pomeriggi di vento racchiusi in scatolette di latta come i pensieri urticanti di certi sgrammaticati nel linguaggio dell'etica. Li leggi di fretta, come quando si sfiora un acido con un dito e ci si ritrae per non bruciarsi. Li accumuli in cantina senza sapere come riciclarli. Sei una Pandora all'incontrario.
Ti limiti a sottrarli dall'ambiente, cercando per quanto ti è possibile, di sostituirli con i grecali di fiducia che ti invia il cielo, sotto forma di aria fresca e pura. E hai le mani tremanti mentre sviti l'ennesimo tappo: un vasetto contenente refoli di "credeteci ancora" emana un dolce profumo di mughetto, che satura il tramonto.
E, come se fosse davvero l'ultimo atto possibile prima di un diluvio universale, senti che questo è fatto, anche questo barattolo oggi è stato aperto. Il cuore ti chiama e chiede aiuto, perchè tutto ciò che sei o fai non ti basta più, nè potrà mai bastare. Non sarà mai pago, il cuore dei tuoi affanni. Il coraggio di agire parte da lì, dall'incrinatura del sè, che non accetta, non si indigna più, esige il risultato. Oltre la giostra del vento....

19 agosto 2012
La Domenica snocciola i suoi dubbi, raccolti come monetine durante la settimana, ma che non valgono ancora un gruzzolo per acquistare granché.
Forse solo in serata ti accorgerai che quei soldini sono in verità più preziosi di lingotti d'oro. Sono infatti i moti della coscienza che reclamano importanza e tintinnano tutti insieme come maracas nell'orecchio.
Irrompono nel torpore domenicale per scuoterti dall'oblio, e nel trascorrere dell'esistenza si riveleranno per ciò che sono: il patrimonio più potente che ti sia mai dato di custodire, la tua forza interiore, la tua vitale creatività.
Allora anche il loro frastuono può diventare musica

12 agosto 2012
La Domenica snocciola i suoi dubbi, raccolti come monetine durante la settimana, ma che non valgono ancora un gruzzolo per acquistare granché.
Forse solo in serata ti accorgerai che quei soldini sono in verità più preziosi di lingotti d'oro. Sono infatti i moti della coscienza che reclamano importanza e tintinnano tutti insieme come maracas nell'orecchio.
Irrompono nel torpore domenicale per scuoterti dall'oblio, e nel trascorrere dell'esistenza si riveleranno per ciò che sono: il patrimonio più potente che ti sia mai dato di custodire, la tua forza interiore, la tua vitale creatività.
Allora anche il loro frastuono può diventare musica

11 agosto 2012
Educare
significa e-ducere, condurre fuori
Da che cosa?
E' dalla risposta e dalla qualità della risposta a questa semplice domanda che dipende tutto, a scuola, nella società, in chiesa, nella politica, nel sistema generale che direttamente o indirettamente educa i minori.
Condurre fuori dai pregiudizi, dall'ignoranza, dalla natura bestiale, dall'isolamento, dalla violenza, dalla schiavitù, dall'arroganza, dall'elitarismo, dalla superstizione, dalle manie,dall'immoralità, dal disprezzo,dall'odio, dal male, dalla morte, dalla falsità, dal consumismo, dalla irresponsabilità nei confronti dell'ambiente e del pubblico, ecc., ecc., ecc.
Ma per condurre fuori qualcuno, bisogna fare la strada insieme a lui, condividere il piano, il suo viaggio nella terra promessa.
Molto spesso invece si affida questa conduzione a un "navigatore satellitare", un surrogato della presenza del maestro o del genitore o dell'istituzione, che è per esempio la consolle, il social-network, o la strada. Molto spesso il maestro parla agli alunni di guerre e di regole, ma poi lo si vede fumare a scuola o buttare una cicca per strada o sostare in posti per gli handicappati. L'esempio degli adulti a tutti i livelli è carente.
Mi capita di conoscere persone laureate che sarebbero eccellenti educatori, ma che nella scuola non riescono d entrare perchè i posti sono occupati da maestri e professori indegni del loro ruolo, assenteisti spesso, oppure letteralmente inadempienti nell'applicazione delle basilari regole dell'educazione. E' giusto? La scuola è un settore cruciale della mala-educazione dei minori. Andrebbe riformata sui principi di sapere, saper-essere vera palestra educativa. Bisogna aver il coraggio di licenziare tutti i nipoti e figli di nipoti che dominano nelle università, nelle scuole superiori e medie. Ci sono vice-presidi che si presentano come candidati nei pon delle altre scuole. Facessero bene il loro mestiere nella propria scuola, già sarebbe un miracolo.
allora educare significa e-ducere il sistema educativo, portarlo fuori da questo stallo impressionante di privilegi e di potere, in cui i veri beneficiari non sono gli alunni ma gli stessi falsi profeti, che quando le cose vanno male, si ergono a grandi menti conoscitive della gioventù malata, dichiarando che è colpa dei computer e di internet, che dovrebbero starsene a casa a studiare invece di uscire, e addossando la colpa solo ai genitori. Quest'ultimi, sì hanno la loro responsabilità, è vero, ma non sono l'unica categoria. A ciascuno il proprio compito. Per tale ragione credo che la scuola italiana sia una delle cause più pesanti del disastro sociale del nostro tempo, e con essa chi della scuola pubblica italiana ha fatto un bacino di potere e di falsi diritti.

3 agosto 2012

In Italia ci sono molte "brave" persone che mangiano nel piatto di chi soffre o ha dei problemi. Molte carriere politiche partono da questa vergognosa maniera italiana di farsi scudo della sofferenza per creare una attenzione mediatica su se stessi. Rifuggo da queste persone e organizzazioni considerandole la peste bubbonica della società civile. Gente che millanta poi attività false ed inesistenti a vantaggio di chi è debole, per accaparrarsi quel che resta di un Paese agli sgoccioli. E che al loro passaggio lascia buchi di bilancio in musei o enti culturali, che dichiara di lavorare per la cultura depredandola, percependo stipendi da favola alle spalle del pubblico. Dobbiamo imparare a mandare letteralmente a quel paese certi soggetti, le loro insulse federazioni di potere, i loro giornalini-immondizia, i loro comitati di ripescati dalla politica, i loro enti di soliti noti, rifiutando di appartenere al loro parterre di servitori stupidi. UN POPOLO NUOVO, ETICO, INDIPENDENTE DA LOGICHE DI POTERE E DI ASSERVIMENTO, UN NUOVO POPOLO ITALIANO CHE HA A CUORE L'ITALIA CHE SOFFRE, SENZA FARNE UN CAVALLO DI SUCCESSO PERSONALE. QUESTO E' IL NOSTRO OBBIETTIVO COME FONDAZIONE E COME GRUPPO DI VOLONTARI. Al primo posto restano i bambini e i giovani, le donne invisibili. La LEGALITA'. Non Roma e i romani, oi barbaroi, ma i greci e la Magna Grecia. SIAMO ORGOGLIOSI DI ESSERE CIO' CHE SIAMO CON I MEZZI CHE ABBIAMO, CHE SONO VERI E NON INVENZIONE MEDIATICA
http://www.fondazionelacittainvisibile.it/

3 agosto 2012
le fiorettiste d'oro sul podio durante l'inno nazionale e noi ad assistere al trionfo su un podio eterno di Mimmo e Giacomo Cuticchio ne La macchina dei sogni, svoltasi al crepuscolo al tempio di Selinunte. Fiorettiste che ricordano i pupi siciliani (non fosse altro per quel filo che li ferma alla vita e quelle movenze da spadacine) e veri pupari attori cuntisti aedi omerici di un'Italia che vince mentre in realtà perde o si perde. Amara la constatazione che mentre il nostro governatore gratta il barile, a Selinunte manca l'essenziale, persino l'illuminazione. Mentre risuonano le urla di esaltazione per l'oro del fioretto (tutto al femminile che orgoglio!) risuonano le urla di protesta degli operai dell'Ilva e le lacrime dei parenti delle vittime della strage di Bologna i cui colpevoli , almeno secondo la sentenza definitiva, hanno sempre negato di esserlo additando i servizi segreti deviati di quell'immane pluriomicidio. Perchè allora l'Iliade messa in scena da Mimmo Cuticchio e dai suoi allievi risalta più come Macchina della verità che dei sogni? Perchè la rabbia di Achille e il suo pianto per la morte di Patroclo è la nostra rabbia dopo 32 anni dalla strage di Bologna. Perchè il monologo di Mimmo Cuticchio sulla strage dei troiani dentro le mura di Troia acquista il sapore amare di un sanguinario scenario vissuto in questo Paese contraddittorio e talvolta crudele. Perchè il dio Efesto che forgia le armi per Achille in una fucina malsana dove operano molti suoi operai ricalca le immagini di uno stabilimento dell'Ilva. E perchè infine, nonostante tutto, Mimmo Cuticchio e i suoi attori sono là,tra le pietre che tutto il mondo ci invidia, tra il mare e la luna più bella e bianca che abbia mai visto, perchè il suo cunto è un canto dell'anima con il trapasso in molte vite nel tempo circolare dell'esistere, perchè le lucertole, le formiche, le piante di rosmarino selvatico, e i bambini, i loro occhi di stupore e di incanto, e tutti noi, arrabbiati, indignati, rassegnati e combattenti, possiamo trovare in tutto questo il senso di essere italiani, nonostante tutto e tutti, come le nostre amate fiorettiste oggi , ai Giochi olimpici di Londra.







A Catania si parlerà de “Gli ultimi giorni di Paolo Borsellino”

CATANIA - Il 5 novembre prossimo, alle ore 17.30 presso l’Auditorium “De Carlo” dell’ex-Monastero dei Benedettini (P.zza Dante, Catania), l’associazione CittàInsieme, l’associazione culturale ”Dal Cielo alla Terra – Catania” e la Facoltà di Lingue dell’Università di Catania presenteranno il libro “Gli ultimi giorni di Paolo Borsellino”, di Giorgio Bongiovanni e Lorenzo Baldo, direttore e vicedirettore del periodico “Antimafia Duemila”.
Il libro racconta i 57 giorni del giudice Borsellino dal momento della strage di Capaci all’attentato di Via d’Amelio. Bongiovanni e Baldo mettono a fuoco i particolari degli ultimi giorni di vita del giudice, compresa la misteriosa vicenda della scomparsa dell’agenda rossa, la frenetica attività investigativa mirata a scoprire chi avesse rubato quell’agenda, le ultime indagini sulle stragi e sulla “trattativa, un vero e proprio “accordo” tra lo stato e la mafia. La corsa contro il tempo da parte di Borsellino per individuare gli assassini di Giovanni Falcone.
Interverranno gli autori (Giorgio Bongiovanni e Lorenzo Baldo), Nunzio Famoso (preside della Facoltà di Lingue), Riccardo Orioles (“I Siciliani”) e Graziella Proto (direttore della rivista antimafia “Casablanca”). E’ prevista la partecipazione di Salvatore Borsellino.
Modera l’incontro Salvatore Resca (CittàInsieme).

Alfia Milazzo
30 ottobre 2011


L’ultimo romanzo di Toscano racconta la precarietà dei giovani siciliani
Catania - Il 3 ottobre prossimo, alle ore 18 presso la Feltrinelli Libri e Musica di via Etnea 285 a Catania, Salvo Toscano presenterà il suo romanzo “La Traversata”. Intervengono Maddalena Bonaccorso, Ivan Lo Bello e Andrea Vecchio.
Il romanzo racconta di Michele, un giovane laureato palermitano, che lavora suo malgrado in un call center alla periferia della città, un posto che lui definisce “miniera”, date le inumane condizioni di lavoro che è costretto a tollerare pur di aver un piccolo guadagno. Un giorno, per caso, si ritrova ad essere protagonista di una straordinaria traversata della città, a bordo di una Mercedes, in compagnia di un misterioso uomo d'affari americano e la sua stravagante compagna. E da allora la sua vita non sarà più la stessa. Questo mutamento è racchiuso tutto in un passaggio del libro: “Why? Because, cari Bob e Patty, questa è una terra che ha sostituito il diritto con il favore [..] È una terra di inenarrabili meraviglie e di straordinarie intelligenze impantanate nella melma di un sottosviluppo perenne e fisiologico. È questo il because, cari Bob e Patty, e mi piacerebbe tanto sapervelo spiegare nella vostra lingua, ma la mia professoressa d’inglese era una brutta zitellona ignorante e raccomandata, […] Pertanto accontentatevi del meglio che mi riesce di dire nell’idioma del Bardo. “Because many sicilians don’t know what the word freedom means”. Molti siciliani non conoscono il significato della parola libertà. Una denuncia e uno sfogo amaro che sintetizza il messaggio di questo affresco narrativo sulla precarietà giovanile e la malinconica assenza di prospettive occupazionali ed esistenziali nella nostra Isola.
Salvo Toscano è nato nel 1975 a Palermo dove vive e lavora. Giornalista, coordinatore del mensile I love Sicilia, ha pubblicato i romanzi Ultimo appello (2005), L'enigma Barabba (semifinalista al Premio Scerbanenco, 2006) e Sangue del mio sangue (finalista Premio Zocca Giovani, 2009).


Alfia Milazzo
29 settembre 2011


Salvatore Scibona presenta il suo romanzo sugli immigrati italiani in America

Catania - 19 settembre scorso, alla libreria Cavallotto in Viale Ionio, si è tenuto l’incontro con Salvatore Scibona autore del libro "La fine" . Alla presentazione è intervenuto Sergio Claudio Perroni.
Il libro racconta le storie di tre generazioni di immigrati italiani la Cleveland, Ohio, tra inizio ‘900 e il 15 agosto 1953, alla processione dell’Assunta nel quartiere italiano della città. I numerosi personaggi legano la loro ricerca interiore alle esperienze che la nuova terra li costringe a vivere. Uno choc culturale e interiore capace di mutare la loro essenza sradicandone dolorosamente il valore delle origini. Così il fornaio Rocco non chiude mai la sua bottega e perde il figlio in Corea, la vedova Marini abortista che dialoga coi suoi fantasmi passati, Lina e suo figlio Ciccio, un adolescente inquieto abbandonato, poi ripreso, il gioielliere che ha un segreto terribile da confessare. Al centro di tutto un pranzo e uno stupro raccontati anche da diversi punti di vista. La trama si dipana con ramificazioni tra passato e presente, in un flusso di coscienza continuo degno dei Dubliners di Joyce.
Un’immagine dell’America come raramente se ne potrebbe ricavare dalla narrativa contemporanea. Un’idea corrosiva dell’America colpevole di una mancata redenzione, di un fallimento. L’america vista essa stessa come un romanzo incompiuto alla perenne ricerca di una fine.
Quest’opera è stata inserita nella Top 20 degli under 40 del NewYorker (come era accaduto a Wallace e Franzen al loro esordio) e Scibona è stato accostato ai grandi autori del 900 americano.
Alfia Milazzo
20 settembre 2011


Un libro per non pagare il pizzo

Catania – Il 9 settembre, presso la Libreria Tertulia di Catania, si è svolta la presentazione del libro "Marca Elefante non paga pizzo" scritto da Tommaso Maria Patti in collaborazione con i ragazzi di Addiopizzo Catania. Sono intervenuti la dott.ssa Marisa Acagnino, Presidente di Sezione Tribunale Catania, Tommaso Maria Patti, autore, Simone Luca, presidente Addiopizzo Catania. La presentazione è stata animata dalle letture di Giorgia Coco.
Un romanzo a più voci su un tema scottante e sempre in prima pagina, realizzato con la collaborazione attiva dei ragazzi di Addiopizzo Catania. Un vero e proprio riconoscimento dell'impegno di alcuni giovani catanesi attivi sul fronte della legalità. Accanto alla proposta di resistere alle pressioni dei malavitosi, il libro propone una serie di flash su Catania, città inquietante e allo stesso tempo seduttiva, a tratti misteriosa e colpevolmente oscena.
Nel romanzo si raccontano le forti emozioni dei giovani, determinate da un impegno assai difficile e dalla voglia di riscatto di chi subisce estorsioni mafiose. Intessuto di quel meraviglioso mondo giovanile, ricco di gioie e problemi, delle loro lotte, dei momenti di scoramento e di speranza, il libro aiuta a credere che in fondo ciò che conta è proprio questo, che loro ci siano e possano dichiararlo liberamente

Alfia Milazzo

10 settembre 2011


A Palermo Vittorio Bongiorno ha presentato il suo “Duka in Sicilia”
Palermo – Alla Feltrinelli di via Cavour alle 18 è stato presentato il libro di Vittorio Bongiorno "Il duka in Sicilia". La storia del pianista Duke Ellington in Sicilia è stata accompagnata dalle performances del contrabbassista Matteo Zucconi.
La trama del romanzo sembra richiamarsi a certi film degli Anni Settanta, come The Blues Brothers, mentre l’ordito narrativo ha intrecci similari a certi film di Pietro Germi. La storia si svolge a Jato, piccolo paese siciliano. Qui i fratelli Scotti si contendono con feroce bellicosità, l’amore di una donna, Maddalena. Ma entrambi coltivano altre passioni: Pino per la produzione del vino, Rosario per il Jazz. Il parroco del paese, padre Rocché e il sindaco, Sciortino, insieme agli altri abitanti, preparano la festa del patrono, San Calò, un santo «negro». Ma la chiesetta viene chiusa perché inagibile e il parroco viene trasferito. Si presenta allora un sedicente impresario discografico, Miranda, che promette di salvare la chiesa e il parroco, organizzando una festa eccezionale in onore del patrono, chiamando a suonare nientemeno che Duke Ellington, il re nero del jazz. Rosario, rispolverando il suo antico mestiere di musicista jazz, forma una scalcinata band. E mentre tutti aspettano impazienti che il Duka sbarchi in Sicilia, convinti che farà il vero miracolo del paese, si snodano inseguimenti, scontri, conflitti mafiosi, meschinità e passioni, tutte narrate con un'irresistibile cadenza siciliana, scoppiettante e coinvolgente proprio come un pezzo jazzato.
Eccone un luminoso esempio: «Dice che il suo colore preferito è il blu, e che è molto superstizioso, perciò quando arriva non vi mettete a fare cose strane, tanto starà poco e se ne andrà da dov'è venuto. E poi dovete sapere che è un grandissimo minchiazzère. Un contapalle di primissima qualità, un campione mondiale, sia con le donne, che con il pubblico dei concerti. I love you madly, ve l'ho detto. Questo è tutto quello che dovete sapere del Duka».
Vittorio Bongiorno aveva già pubblicato il romanzo Il bravo figlio (Rizzoli). Nato a Palermo nel 1973 ha esordito a ventiquattro anni con La giovane Holding (Comix, 1997), e poi con il noir psichedelico In paradiso (DeriveApprodi, 2001) ambientato nella casbah di Torino. Con la sceneggiatura di Il Duka, altra storia palermitana, ha vinto il premio Premio Sacher 2003 ed è stato pubblicato come racconto su Alias-il manifesto.
Alfia Milazzo

24 settembre 2011





La giornata mondiale della poesia a Catania e provincia
Partono nei prossimi giorni le iniziative organizzate in tutto il mondo per celebrare la Giornata Mondiale della Poesia. Anche quest’anno la Commissione Nazionale Italiana UNESCO si occupa di promuovere, coordinare e pubblicizzare le manifestazioni in programma in Italia, il 21 marzo e nei giorni vicini vedranno impegnate associazioni e istituzioni, gruppi e singoli, a testimonianza di una grande vivacità creativa che coinvolge le piccole realtà come le più grandi.
La Giornata della Poesia è stata istituita dall’UNESCO nel 1999 per mantenere alta la memoria e il valore di
questo insostituibile veicolo di espressione, base di tutte le altre forme della creatività letteraria ed artistica e luogo privilegiato d’incontro tra anime e popoli, al di là di ogni spazio, di ogni tempo e di ogni differenza.
E si svolge più che mai all’insegna della centralità della poesia quale strumento universale di pace, dialogo,
comprensione e valorizzazione di quelle diversità culturali ed espressive, anche linguistiche, che compongono e arricchiscono le società umane. Come ha ricordato Irina Bokova, Direttore Generale dell’UNESCO ”La poesia è una patria universale dove i popoli s’incontrano attraverso parole di tutti i colori e di tutti i suoni; è capace di cogliere l’essenza e la dignità di ogni essere umano; attraversa i luoghi e le frontiere portando pace e comprensione dell’Altro”.
A Catania e nella sua provincia si svolgeranno una serie di eventi, per il fattivo impegno dell'Università di Catania, Facoltà di lettere e Filosofia, i Comuni di Adrano, Biancavilla, Bronte, Paternò, Valverde, Zafferana, la Direzione del Carcere Minorile, l'Istituto di Librino, le Associazioni: la Fondazione La città invisibile (Festival dell'Utopia), Il Verso presente, Interminati spazi, e il Centro di poesia contemporanea dell'Università di Bologna.
Si vuole sottolineare la enorme dimensione e l'unicità di questa Giornata della poesia a Catania e provincia, che prevede dieci eventi, dove in ognuno di questi saranno coinvolti decine di poeti, giovani e meno giovani, affermati o meno. In particolare si vuole sottolineare il coinvolgimento del Carcere minorile, con la partecipazione di diversi ragazzi dell'Istituto di Librino, iniziative queste che permetteranno a giovani che vivono una situazione difficile di potersi cimentare con una attività creativa fondamentale.
Il programma prevede alle ore 18 del 21 marzo 2011 in contemporanea le letture poetiche nei centri coinvolti: Adrano, Palazzo Bianchi, Sala Battisti; Biancavilla, Villa delle Favare; Bronte, Pinacoteca Nunzio Sciavarello, Real Collegio Capizzi; Paternò, Galleria d'Arte Moderna e Contemporanea; Valverde, Villa Cosentino; Zafferana, Palazzo Municipale; Catania, Biblioteca Comunale V. Bellini, Via Passo Gravina; Catania, Oratorio Giovanni Paolo II, Librino; Catania, Istituto Penale per Minorenni, Loc Bicocca. Alle ore 21, si terrà la Festa conclusiva a Catania al Monastero dei Benedettini.

Alfia Milazzo
18 marzo 2011



L’Università di Catania “rifà” il verso presente

Catania - Dato il successo della prima edizione della rassegna Il verso presente 2010, la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli Studi di Catania propone una seconda edizione di respiro internazionale, ampliando il percorso scientifico con forme di spettacolo, consentendone la fruizione presso un pubblico più ampio. A quindici anni dalla Dichiarazione della Conferenza ministeriale euromediterranea di Barcellona (1995) che mirava all'istituzione di un «Partenariato globale euromediterraneo», e aveva posto l'accento sull'importanza del dialogo interculturale nel rispetto dell’identità dei ventisette paesi firmatari, è stata indetta nel maggio scorso dalla Regione siciliana, a Palermo, la Conferenza “Uniti dal Mediterraneo” che ha inteso «rilanciare il ruolo delle Isole nelle relazioni culturali intermediterranee», auspicando scambi culturali mediante l'intervento di istituti attivi nell'alta formazione, Università e Ricerca.
In consonanza con queste politiche, viene proposto un percorso di valorizzazione della poesia italiana e mediterranea, dedicando due giornate d'approfondimento agli aspetti, i modi, le tecniche, la diffusione e la ricezione in Occidente della produzione poetica araba (con particolare riferimento all’area siriana, libanese, irachena e tunisina) ed ebraico-israeliana di fine secolo, attraverso la presentazione di studiosi e autori di varia provenienza geografica, nonché di spettacoli che pongano l'accento sul dialogo tra la cultura ospitata e la cultura ospitante.
La rassegna, che si terrà a Catania a partire dal 31 marzo 2011, sarà articolata in sei giornate alla presenza di autori e studiosi provenienti da varie aree geografiche (e in particolare dalla Francia, dalla Grecia, dalla Siria, dal Libano e Tunisia), che si terranno nelle sedi della Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli Studi di Catania.
Ciascuna giornata presenterà al suo interno tre momenti d'incontro: due pomeridiani che intendono principalmente coinvolgere gli studenti, ed uno serale aperto invece al pubblico cittadino. In conclusione di ogni singola giornata si prevede uno spettacolo a tema ospitato dal Monastero dei Benedettini di Catania. Tra gli autori coinvolti: Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Antonio Riccardi, Jean-Jacques Viton, Andrea Inglese, Joumana Haddad, Moncef Ghachem, Titos Patrikios.
Nell’ambito della stessa rassegna, si terrà anche un laboratorio di lettura e scrittura poetica finalizzato alla preparazione degli studenti di scuola media superiore, provenienti da vari istituti della provincia catanese e selezionati dagli stessi, fino ad un massimo di 5 studenti per istituto. Il laboratorio, aperto ad una selezione complessiva di 50 studenti, e articolato in 4 incontri pomeridiani della durata di 2 ore ciascuno, tenuti e presieduti dal poeta, editore e studioso Prof. Loretto Rafanelli, avrà luogo presso il Monastero dei benedettini dal 21 al 24 marzo 2011 e sarà inaugurato in occasione della manifestazione dedicata alla ricorrenza della Giornata mondiale della Poesia.

Alfia Milazzo
20 marzo 2011


Una siciliana del Risorgimento, Rosina Muzio

Catania - Tra le intellettuali fautrici dell’Unità d’Italia, troviamo Rosina Muzio, un’aristocratica di Termini Imerese, che frequentava il salotto antiborbonico dei marchesi d'Albergo, e abbracciò gli ideali progressisti nel circolo del classista purista antimanzoniano e autonomista Francesco Paolo Perez. Pubblicò le sue prime poesie sulla rivista palermitana La Ruota. Amante della narrativa finalizzata a scopi pedagogici e civili, per favorire una più agevole ed estesa diffusione dei valori risorgimentali tra le classi di cultura medio-bassa. Partecipò ai moti del '48, fondando "La legione delle Pie Sorelle, un'esperienza di associazionismo femminile volta all'educazione popolare. Durante gli anni Cinquanta, la delusione per il fallimento della rivolta e l’affermazione di una politica moderata, l'aiuto clandestino ai cospiratori, la spinsero a dedicarsi più attivamente all'impegno pedagogico, in linea con la lezione della Percoto e in contatto con la redazione de La Donna di Genova, alla quale insieme a lei collaborarono Caterina Franceschi Ferrucci e Giulia Molino Colombini.
Scrisse novelle in versi a imitazione del Grossi (Roberto, Matilde e Bice, ivi, 1849 e 1857) molti racconti il cui scopo principale era quello di far nascere una coscienza civile femminile. Le pagine del suo libro Adelina (Firenze, Società Tipografica sulle Logge del Grano, 1846), primo di sette titoli, condotto sugli schemi del romanzo epistolare di Jacopo Ortis e della diaristica, furono apprezzate da Giuliana Morandini, che le definì “messaggi in bottiglia lanciati dal carcere del sentimentalismo romantico".
Da ricordare anche l’altro significativo romanzo Antonio e Brigida, ambientato nei quartieri più poveri di Palermo e i Racconti, alcuni scritti morali di forma più semplice, mirata ad educare i cittadini del nuovo stato unitario. Una scrittrice dimenticata ma certamente da annoverare tra i protagonisti dl Risorgimento italiano.
Alfia Milazzo
Catania
27 aprile 2011



Il Premio Costanza d’Altavilla a Jacqueline Veit, presidente Associazione italiana endometriosi
La presidente dell’Associazione italiana endometriosi, Jacquelin Veit, è stata insignita del Premio Costanza d’Altavilla il 13 marzo scorso, nell’ambito della manifestazione Elogio della cura, ingegno e dono al femminile. L’evento, realizzato dal Comune di Biancavilla, nasce da una proposta della Fondazione La città invisibile, che per il terzo anno consecutivo ha diretto artisticamente il programma. Ma che nesso c’è tra Costanza d'Altavilla e l’Associazione AIE?
Costanza d’Altavilla, conosciuta anche come Costanza di Sicilia (Palermo, 2 novembre 1154 – Palermo, 27 novembre 1198), figlia di Ruggero II, Regina di Sicilia e Imperatrice (come moglie di Enrico VI di Svevia) fu madre di Federico II di Svevia rappresenta un caso storico femminile molto interessante, poiché aveva al momento del parto aveva 40 anni. La nascita del figlio era importante per la successione del Regno di Sicilia, ma fu avvolta da dicerie ed illazioni: Federico fu considerato da alcuni detrattori l'Anticristo, che una leggenda medievale sosteneva sarebbe nato da una vecchia monaca. Costanza d'Altavilla e, prima del matrimonio, aveva vissuto in un convento. Inoltre a causa dell'età avanzata, molti non credevano alla gravidanza di Costanza. Per questo motivo fu allestito un baldacchino al centro della piazza di Jesi, dove Costanza partorì pubblicamente, al fine di fugare ogni dubbio sulla nascita del futuro imperatore. Il Villani, nella sua cronica scriverà: « Quando la 'mperatrice Costanza era grossa di Federigo, s'avea sospetto in Cicilia e per tutto il reame di Puglia, che per la sua grande etade potesse esser grossa; per la qual cosa quando venne a partorire fece tendere un padiglione in su la piazza e mandò bando che qual donna volesse v'andasse a vederla; e molte ve n'andarono e vidono, e però cessò il sospetto ». Nel 1197 si spense Enrico di Svevia, Costanza assunse il ruolo di tutrice di Federico II e successivamente, poco prima di morire, mise lo stesso figlio sotto la tutela di Papa Innocenzo III: un atto al momento politicamente assai accorto ma che non mancò di suscitare più tardi problemi di non facile soluzione. Costanza morì il 27 novembre del 1198, il figlio Federico aveva allora quasi quattro anni d'età. Fu sepolta nella Cattedrale di Palermo.
L’Associazione Italiana Endometriosi Onlus è un’associazione di donne affette da questa malattia, molto diffusa tra le donne, anche se purtroppo ancora poco conosciuta. Uno degi effetti della malattia è la sterilità o la difficoltà ad avere figli. Molto spesso le donne che soffrono di questa patologia raggiungono la maturità prima di riuscire a diventare madri. Ed è per questo che la storia di Costanza d’Altavilla è correlata a quella delle donne dell’Associazione.
Durante la cerimonia che si è svolto nella Sala delle Conferenze della Villa delle Favare, Jacqueline Veit ha sottolineato l’importanza di questo riconoscimento che lega la Sicilia ad una campagna di divulgazione delle tematiche di prevenzione e cura della malattia, in un’ottica di maggiore sensibilizzazione delle istituzioni e degli organi di informazione.
Catania
15 marzo 2011
Alfia Milazzo



Gli interventi della Regione siciliana sulle politiche giovanili presentati a Roma durante un Workshop del Ministero della Gioventù
Lo scorso 25 Ottobre si è tenuto a Roma il Workshop “Le Regioni Convergenza crescono con i giovani - Opportunità, aggregazione, mobilità e partecipazione nel POAT Gioventù”, realizzato dal Dipartimento della Gioventù nell’ambito Progetto Operativo di Assistenza Tecnica (POAT) per la Gioventù- PON Governance e Assistenza Tecnica FESR 2007-2013. L'evento si è incentrato su quattro temi di approfondimento, ciascuno coordinato da un’Amministrazione regionale:
•Impresa e Partecipazione (Puglia): Valorizzazione della partecipazione e delle opportunità di crescita dei giovani con particolare riferimento alla promozione della cultura d’impresa
•Opportunità, formazione e lavoro nei partenariati territoriali (Campania): Programmazione e attuazione di interventi a sostegno dell’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro attraverso la promozione dei partenariati territoriali
•Mobilità giovanile/Programmi europei dedicati (Sicilia): L’integrazione tra il Programma “Gioventù in Azione” e le azioni finanziate a livello regionale
•Interventi per l’aggregazione giovanile (Calabria): Approccio integrato nella progettazione e realizzazione di opere pubbliche e spazi di incontro per i giovani.
Gli approfondimenti tematici sono stati individuati a partire dalle buone pratiche delle Regioni Convergenza realizzate anche nell’ambito degli Accordi di programma Quadro stipulati con la Presidenza del Consiglio dei Ministri - Dipartimento della Gioventù in attuazione del Fondo per le politiche giovanili. L’obiettivo del percorso di approfondimento intrapreso è individuare modalità operative di integrazione tra politiche giovanili e politica di coesione territoriale, con particolare riferimento ai Programmi Operativi Regionali cofinanziati dai Fondi Strutturali.
A supporto delle tematiche del workshop, la Regione Siciliana ha presentato un’opera di consultazione, il cosiddetto nell’Opuscolo Sicilia - Mobilità giovanile e programmi europei dedicati.
Catania 26 ottobre 2011
Alfia Milazzo



IL MEDITERRANEO DEI MESTIERI: UN INTERVENTO AUSPICABILE

Catania – In un momento in cui il Mediterraneo italiano è teatro di fenomeni massicci di immigrazione, urge fornire risposte di integrazione ed inclusione sociale degli immigrati, in grado di trarre da questa presenza una partecipazione proficua alla crescita del Mediterraneo, sostenendo la dignità, la legalità e il rispetto delle persone, inaugurando una stagione di convivenza all’insegna del Bene comune, della condivisione di un patrimonio immenso e prezioso, che non deve e non può essere soggetto a barriere xenofobe, ma deve costituire un vantaggio per tutti, in specie per il Paese che è in grado di ospitare con generosa accoglienza l’immigrato.

Le due convenzioni dell’Unesco la Convenzione per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale e la Convenzione sulla protezione e la promozione della diversità delle espressioni culturali, rispettivamente del 2003 e del 2005, sono state illustrate dal presidente della Commissione nazionale italiana Giovanni Puglisi, per sottolineare il particolare significato strategico delle normative in riferimento alla crescita non solo culturale ma anche economica per i Paesi coinvolti, Italia compresa.

Ispirato da questi interventi, sarebbe auspicabile un intervento che riesca a sviluppare il contesto Mediterraneo della proposta Unesco, e sia in grado di garantire uno scambio interculturale destinato a divenire best practice per tutte le realtà territoriali coinvolte.

Il tema dei mestieri in relazione all’arte/artigianato tradizionale, non è puramente nostalgico. Il sentiero già tracciato dai maestri delle varie discipline è a rischio di estinzione, a causa di una disaffezione socio-culturale verso il sapere-in-bottega, mentre nei casi in cui si realizza un riversamento del know how alle generazioni più giovani, i risultati sono soddisfacenti e soprattutto forieri di un vero e proprio incremento imprenditoriale, dovuto all’inserimento di tecnologie innovative e nuovi materiali, che ne migliorano la resa finale.

Nell’area del Mediterraneo si affacciano Paesi e culture che hanno fatto scuola in molti ambiti artigianali. Inoltre le specificità, correlate alla risposta culturale e all’esigenze ambientali, è similare nella situazione di partenza e anche spesso nelle metodologie. Tuttavia il sistema delle conoscenze tecniche relative è scarsamente codificato e manca in genere di un investimento protocollare.
Bisognerebbe quindi di salvaguardare il patrimonio immateriale dei mestieri, di rendere possibile un riversamento intra-generazionale e interculturale tra i paesi del Mediterraneo, e di realizzare dei veri propri protocolli metodologici, in funzione di una maggiore esportazione a fasce di soggetti più ampie.

Non si tratta quindi di realizzare solo una formazione professionale, ma anche di sviluppare un nucleo cellulare di conoscenze tecniche artigianali capace di auto moltiplicarsi in organismi multicellulari di interesse nell’area Mediterranea, codificandone e misurandone le strategie e i sotto insiemi di ulteriori tecniche.

Alfia Milazzo
2 giugno 2011



L’immigrazione? Con la musica è Sistema
Catania - In questi giorni le immagini degli sbarchi di immigrati nelle coste della Sicilia aprono alle questioni dell’integrazione e dell’accoglienza.
Ma c’è un’immigrazione che non desta assolutamente preoccupazione, anzi è ambita. Quella dei maestri venezuelani provenienti dal Sistema di Abreu, che dal 2010 si avvicendano nella scuola di formazione per Orchestra infantile della Fondazione La città invisibile di Biancavilla (CT). La città invisibile è forse l’unica realtà italiana ad avere introdotto il metodo di Abreu in Italia direttamente, in modo esclusivo, continuativo e fedele, attraverso l’insegnamento dei maestri venezuelani. Aderisce al progetto nazionale diretto dal maestro Abbado grazie alla collaborazione tra Federculture e la Scuola di Fiesole.
E’ qui, a Biancavilla, in questo paesino abbarbicato sull’Etna, che è iniziato uno scambio tra Venezuela e Italia, che sa del miracoloso. Un miracolo che sta contagiando l’intero territorio siciliano e che vedrà la nascita entro l’anno di altri nuclei nella Sicilia Orientale.
Prima è arrivata Susan Siman, co-fondatrice del FESNOJV e direttore d’orchestra a Montalban (una scuola con 5000 bambini) e oggi direttore dell’orchestra infantile di Miami. Ha impostato il programma didattico e lo schema che un’orchestra infantile doc deve possedere. Poi è stata la volta di una delle sue alunne predilette, Gabriela Correa Maal, musicista dell’orchestra del Sistema Simon Bolivar, e docente di violino. Gabriela ha saputo avviare la scuola fornendo le basi istituzionali del Metodo Abreu. Nel mese di dicembre è stata la volta di Jonathan Guzman Farias, ex bambino prodigio, violoncellista, protagonista del film di Cristiano Barbarossa, A slum Symphony. Il giovanissimo Jonathan nel giro di 10 giorni ha portato il primo gruppo di ragazzi a suonare come una vera orchestra, eseguendo un concerto di impatto entusiasmante. Dopo di lui, è arrivato Simon Iriarte, maestro di archi e contrabbasso, docente del Sistema Abreu in Caracas. Ha 24 anni e riesce ad insegnare ben 4 strumenti: violino, viola, violoncello, contrabbasso.
Simon (sì avete capito bene, si chiama proprio così come il grande libertador Simon Bolivar, al quale deve il suo nome, esattamente come anche l’illustre orchestra giovanile Simon Bolivar fondata dal maestro Abreu), è sbarcato a Catania 3 mesi fa, portando con sé un bagaglio di cultura e didattica del Sistema in Italia.
I 147 bambini (dai 4 ai 14 anni) che fino ad oggi hanno frequentato e frequentano la Scuola, sin dal primo giorno hanno imparato a sentire la musica e a viverla come un gioco serio, in cui il principio educativo fondamentale è il rispetto degli altri. E’ questo infatti il segreto e la potenzialità del metodo introdotto dal premio Unicef Josè Antonio Abreu, fondatore di un sistema di scuole di musica per la formazione di orchestre infantili in tutto il Venezuela. Abreu ha salvato dalla criminalità e dall’indigenza dei barrios ben 350.000 bambini, formando musicisti riconosciuti in tutto il mondo.
Seguendo questo metodo i bambini imparano molto velocemente sulla spinta di un approccio ludico ed emulativo della musica. La gioia di suonare insieme agli altri è un motore esplosivo per l’apprendimento, che comprende le basi teoriche e di solfeggio senza il “sacrificio” che esse solitamente richiedono.
Questa “lezione” risulta assai più credibile se a impartirla è un ragazzo, come Simon, che dall’indigenza e dal disagio sociale dei barrios ha trovato una via d’uscita attraverso la passione per il contrabbasso.
“La musica – afferma Simon Iriarte - è un mondo in cui tutti sono uguali e dove tutto è possibile. Oggi quando si parla del Venezuela si pensa ad un paese povero e in mano alla criminalità. Tuttavia in Venezuela c’è il maestro Abreu, c’è il Sistema e ci siamo noi ragazzi con la nostra musica. Una speranza per tutti”.
Parole che trovano un’eco significativa nel suo sguardo sereno e intenso, come di chi in seguito a lunghi patimenti, e lunga osservazione, ha acquisito un sapere della vita che si condensa ad un tratto in un istante di lucida visione.
Quale impatto ha il metodo Abreu nei bambini siciliani?
“La nostra scuola – dichiara Giusy Garofalo, volontaria della scuola - mira a formare i ragazzi alla legalità, senza troppa retorica. Investiamo nella crescita etica dei bambini, mostrando loro che l’allegria e la gioia di fare qualcosa insieme è più grande se vissuta nel rispetto degli altri. Il bene è il risultato di un’armonia che si conquista sin dall’infanzia”.
Una scuola di musica per la legalità, dunque. E perché proprio l’orchestra è così importante?
“Suonare con gli altri in un’orchestra – afferma Liborio scacciano, un alto volontario – impone di regolare i propri tempi a quelli degli altri, usando le stesse regole espressive, lo stesso punto di partenza. L’orchestra diventa una famiglia, soprattutto per chi non la possiede o ne possiede una in difficoltà”.
La città invisibile è un punto di riferimento per tutti i bambini e i giovani del territorio. La scuola è aperta tutti i pomeriggi, offre gratuitamente gli strumenti e le stesse attività corsuali sono no profit. In sostanza nessuno paga, ma chi può offre un proprio piccolo contributo volontario.
A partire dal 3 dicembre 2010, la Fondazione ha creato l’Orchestra infantile Bellini Dream Symphony. Composta da bambini che vanno dai 4 ai 14 anni, l’Orchestra si arricchisce ogni giorno di nuovi alunni. Oltre ogni rosea immaginazione, con pochi mezzi, e soprattutto con molta buona volontà, sta generando un circuito di passaparola tra i bambini e i ragazzi stessi, che obbligano i loro genitori a iscriverli o a visitare il centro. Esattamente come è accaduto 35 anni fa con il primo nucleo fondato da Abreu a Caracas.
Molteplici sono le attività in procinto di partire: un nucleo per i figli di immigrati nel quartiere di San Berillo, tra i quali molti tunisini e nordafricani; la preparazione del coro ispirato alle Manos Blancas, di cui farebbero parte i bambini disabili, sordomuti e ciechi, insieme ai cosiddetti normodotati, un’esperienza che la Fondazione sta lanciando a Catania in rete con un coro simile a Roma. L’introduzione nel carcere minorile di master class per orchestre giovanili. E non dimentichiamo i programmi per l’inserimento dell’orfanotrofio e gli altri centri di formazione nelle periferie delle città, come nelle scuole di Librino.
Ma perché proprio una scuola di venezuelani? Non sarebbe stato sufficiente ricorrere ai maestri italiani?
“In verità sono pochi i maestri in Italia in grado di formare classi di 20-25 bambini contemporaneamente e con risultati tanto rapidi – ci spiega Agata, una delle volontarie della scuola –. I nostri giovani, pur essendo tra i migliori al mondo, studiano musica con un metodo che privilegia il rapporto maestro-singolo discente. Solo in un secondo momento e talvolta sporadicamente arrivano alla musica d’insieme. Quindi per la maggior parte di loro è estremamente difficile applicare un metodo che punta sin dal principio a farli suonare in un’orchestra”.
La particolarità di questa scuola è poi lo scambio culturale e linguistico tra maestri che parlano lo spagnolo e lo inculcano ai loro allievi e bambini italiani che collaborano con i maestri spagnoli per farsi comprendere dai più piccoli. Un meccanismo di multiculturalità pratica assai efficace. A riprova del fatto che la musica è davvero una lingua universale che unisce nelle differenze.
Un legame sottile e autentico, basato sull’unica vera ragione per cui è importante che vi siano realtà come quella de La Città invisibile in Sicilia e in Italia: la presenza di una comunità nuova e luminosa, una civiltà del merito e della solidarietà senza confini, senza individualismi di frontiera, al cui centro stanno l’armonia sociale e la crescita spirituale dei bambini.

Alfia Milazzo
30 aprile 2011




Giuseppina Torregrossa racconta la Sicilia dell’unificazione con gli occhi di una donna
Catania -Nella libreria Feltrinelli di Catania, in via Etnea, martedì 7 giugno è avvenuta la presentazione del nuovo romanzo di Giuseppina Torregrossa “Manna e miele, ferro e fuoco”, edito da Mondadori.
Si tratta di un romanzo “calorosamente femminile”, in cui si afferma il volto parossistico di una terra, quella siciliana, interiorizzata attraverso la storia convulsa e feroce degli anni dell’unificazione. La protagonista Romilda Gelardi, è figlia di Alfonso un "mannaluoro", depositario dell'arte di estrarre la manna, sostanza ritenuta miracolosa per le sue proprietà nutritive e curative. Romilda però, dopo una felice prima infanzia, è costretta a subire la violenza del ferro e la prepotenza del fuoco di don Francesco, barone di Ventimiglia, che la chiede in sposa ancora bambina. Ma per sposare don Francesco, Romilda deve lasciare il bosco, andare a vivere in città ed entrare in un contesto sociale fondato sull’ipocrisia e la finzione. Alla ricerca della propria libertà, Romilda tenta di uscire da un cieco labirinto fatto di passioni e ostacoli dovuti all’ottusità e all’ignoranza della gente, riscoprendo il volto naturale e sincero della civiltà montanara delle Madonie.
Giuseppina Torregrossa è nata a Palermo e vive tra la Sicilia e Roma, dove ha lavorato per più di vent’anni come ginecologa occupandosi attivamente, tra le altre cose, della prevenzione e cura dei tumori al seno. Nel 2007 ha pubblicato il suo primo romanzo L’assaggiatrice (Rubettino) e con il monologo teatrale Adele ha vinto nel 2008 il premio opera prima Donne e teatro di Roma. Nel 2009 ha pubblicato Il conto delle minne (Mondadori).
Alfia Milazzo
8 giugno 2011



Presentato il libro di Roccuzzo

Catania - Giovedì 26 maggio 2011, alla libreria Cavallotto di Corso Sicilia 91, è stato presentato il libro di Antonio Roccuzzo, Mentre l’orchestrina suonava Gelosia. Crescere e ribellarsi in una tranquilla città di mafia, Mondadori.
Con l’autore ne hanno parlato Luciano Granozzi, docente storia contemporanea all’Università di Catania, Agata Pasqualino, redattrice Step1 ed Elena Fava.
Antonio Roccuzzo, caporedattore del Tg La7, è nato a Catania, e ha iniziato la professione di giornalista nel mensile "I Siciliani" diretto da Giuseppe Fava, la prima voce libera levatasi a denunciare apertamente la penetrazione di interessi e cultura criminali a Catania e in Sicilia. È autore di Orlando-Palermo (con Carmine Fotia, Milano 1990), Gli uomini della giustizia nell'Italia che cambia (Laterza, 1993) e Il silenzio è d'oro (Roma 2000).
Il romanzo è ambientato nell’estate de 1980, quando un piccolo pregiudicato viene ucciso in una piazza del centro storico di Catania, durante la festa della Madonna del Carmine. Il giorno dopo appare un titolo sul "Giornale del Sud" che racconta il fatto di cronaca: “Mentre l'orchestrina suonava Gelosia”. Il pezzo è firmato da un giornalista ventiduenne (alias Roccuzzo), uno dei giovani cronisti di un gruppo molto promettente, al seguito del più agguerrito reporter catanese del momento, Giuseppe Fava. Esattamente quattro anni dopo, il brutale omicidio di Fava da parte della mafia, disperde quel coraggioso gruppo di giovani, e da un colpo fatale al giornalismo di denuncia contro le infiltrazioni mafiose in città.
Guidato dalla memoria e dallo slancio emotiva, Roccuzzo racconta i retroscena di quel pezzo di storia e i cambiamenti nella sua stessa vita, in una apparentemente “tranquilla” città di mafia, dominata dalla presenza di Cosa Nostra. La morte del padre e l'incontro straordinario con Fava.

Alfia Milazzo
27 maggio 2011



L’Italia all’ultimo posto per il trattamento delle donne sul lavoro

Ancora un primato negativo per l’Italia. Ad assegnarlo è la classifica dell’Economist: nei paesi maggiormente industrializzati le percentuali più basse di forza lavoro femminile si riscontrano in Italia e India, dove c’è la più grande disparità tra uomini e donne. Secondo la rivista britannica, le donne italiane subiscono il peggiore trattamento economico nel contesto professionale-lavorativo del mondo. Infatti hanno ancora una paga inferiore rispetto agli uomini e, in media, occupano posti di lavoro meno rilevanti. Certo la sperequazione tra uomini e donne esiste in tutto i paesi. Ancora oggi, sono uomini il 97 per cento dei dirigenti delle 500 maggiori imprese statunitensi (lista della rivista Fortune). Nei paesi occidentali lavora il 64 per cento delle donne contro l’80% delle donne cinesi. Il paese dove invece ci sarebbe meno discriminazione, secondo lo studio, è la Finlandia.
Il dato italiano va incrociato con quello relativo alla diffusione di asili nido nelle città italiane, che è tra le più basse in Europa. Un dato quest’ultimo che incide sulla partecipazione delle donne italiane al lavoro e sulla scelta di avere figli.


Alfia Milazzo
27 novembre 2011



Presentazione del Rapporto 2011 di Nessuno tocchi Caino, “La pena di morte nel mondo”

Catania – E’ stato presentato in Via di Torre Argentina 76 a Roma, il Rapporto 2011 di Nessuno tocchi Caino, “La pena di morte nel mondo”. Erano presenti Emma Bonino, il ministro Franco Frattini, Taïeb Baccouche, Ministro dell’Educazione e Portavoce del governo tunisino di transizione, Marco Pannella, in qualità di Presidente di Nessuno tocchi Caino, il Sottosegretario agli Esteri Vincenzo Scotti, Parlamentari italiani e Ambasciatori di vari Paesi.
Il Rapporto 2011 di Nessuno tocchi Caino, edito da Reality Book, offre una fotografia accurata dei fatti più importanti relativi alla pratica della pena di morte nel 2010 e nei primi sei mesi del 2011. I dati mostrano che Cina, Iran e Corea del Nord sono al primo posto tra i cosiddetti “Paesi-boia” del mondo. Tuttavia si registra un’evoluzione positiva verso l’abolizione della pena di morte in particolare nel mondo arabo. I movimenti di liberazione da regimi ultradecennali ha già determinato ricadute positive. Sono stati illustrati anche gli obiettivi della campagna di Nessuno tocchi Caino per l’attuazione, soprattutto in Asia, che è il continente dove si pratica la quasi totalità della pena di morte nel mondo, della Risoluzione ONU per la Moratoria Universale ratificata nel dicembre scorso dall’Assemblea Generale. Quest’anno il Premio “L’Abolizionista dell’Anno”, promosso dall’associazione, per dare un riconoscimento a chi più di ogni altro si impegna sul fronte dell’abolizione, è stato assegnato al Presidente della Mongolia Tsakhia Elbegdorj per aver introdotto nel 2010 una moratoria delle esecuzioni. Il premio verrà consegnato a Roma in ottobre, in occasione della Giornata Mondiale contro la pena di morte.
Alfia Milazzo
4 agosto 2011


Anniversari celebri: 63 anni veniva firmata la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo

Catania – Il 10 dicembre del 1948 a Parigi, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvava la Dichiarazione universale dei diritti umani, il codice etico secondo cui tutti gli stati del mondo devono rispettare il principio di uguaglianza del diritto di dignità e di libertà di ogni essere umano. L’accordo nasceva all’indomani della Seconda Guerra Mondiale, in seguito alla scoperta degli orrori compiuti dalla Germania Nazista nei confronti degli ebrei.
Sulla base dei 30 articoli che sanciscono i diritti individuali, civili, politici, economici, sociali, culturali di ogni persona, è stata poi stesa la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, confluita poi nel 2004 nella Costituzione europea. Nonostante ciò, attualmente, non si può certo affermare che la Dichiarazione sia stata applicata. Amnesty International ha festeggiato proprio quest’anno i suoi 50 anni di attività in difesa dei diritti umani nel mondo. L’ultimo rapporto annuale, del 2011, a cinquant’anni dalla fondazione dell’Associazione, è stato presentato nella libreria Feltrinelli di Catania dal gruppo Italia 72. Il Rapporto denuncia che i due terzi della popolazione mondiale non ha accesso alla giustizia a causa di sistemi giudiziari corrotti, assenti o discriminatori. Nel 2010 sono state emesse condanne a morte in 67 paesi (Si distinguono in tal senso Stati uniti, Iran e Cina) e sono state eseguite esecuzioni capitali in 23 paesi. In Tunisia e in Egitto,la rivoluzione dei gelsomini, ha liberato la popolazione, ma ancora restano incerte le democrazie. Negli altri paesi islamici sono ancora repressivi i governi di Siria, Yemen e Bahrein; in Azerbaigian, Cina e Iran si tenta di impedire la nascita di stati più democratici. Anche l’Italia non brilla per rispetto dei diritti umani, come denuncia anche l’Alto commissariato per le Nazioni unite per i diritti umani. Le violazioni dei Rom cittadini italiani spesso privati di diritti quali l’istruzione, l’assistenza sanitaria.
La Relazione annuale sui diritti umani dell’Ufficio degli Affari Esteri e dell’ufficio del Commonwealth pubblicata il marzo scorso, riporta la situazione in alcuni paesi del mondo, dall’Afghanistan allo Yemen, dove sono violati i diritti delle donne, quelli di accesso a un giusto processo, e dove ancora si verificano casi di tortura, di maltrattamento in prigione, e vige ancora la pena di morte. Tra le notizie positive vi è la liberazione del Nobel per la pace Aung San Su Kyi. E il fatto che l’ingresso dei media e dei social network nelle denunce e nelle rivoluzioni pro democrazia, costituiscono un passo avanti nell’affermazione di un altro diritto fondamentale della dichiarazione dei diritti umani, la libertà di espressione (articolo 19).

Alfia Milazzo
10 dicembre 2011


E’ morto De Seta, documentarista dei dimenticati
Catania – E’ morto a Sellia Marina (Catanzaro) il regista Vittorio De Seta. Nato il 15 ottobre 1923 a Palermo, aveva 88 anni e una carriera alle spalle come regista di documentari tra i più apprezzati dalla critica e dal pubblico. De Seta aveva girato pellicole come Isola di fuoco, ambientato nelle Eolie, premiato a Cannes come miglior documentario nel 1955, I dimenticati (del 1959) e In Calabria (1993), dedicato alla madre calabrese. In seguito girò Banditi a Orgosolo, premio Opera prima a Venezia, e nel ‘ 66 realizzò Un uomo a metà. Dopo fu la volta de L’invitata, con l’attore Michel Piccoli. La pellicola piacque molto a Moravia e a Pasolini, ma non riscosse il successo del pubblico. Come Uccello, Pasqualino e Pasolini, era appassionato di tradizioni popolari, di cultura contadina e di mestieri antichi in via di estinzione. De Seta aveva iniziato la sua carriera con poveri mezzi, si era dedicato alla civiltà dei pescatori siculi, aveva denunciato l’insano lavoro dei minatori di zolfo nisseni e le misere dei pastori della Barbagia. Nel ’73 aveva registrato una mini-serie per la Rai, Diario di un maestro, un ritratto spietato dell’istruzione in una borgata romana. Il festival di Torino e Rai Storia gli hanno reso omaggio proiettando i suoi film , tra i quali i quattro episodi de La Sicilia rivisitata. Con lui scompare una delle più grandi personalità cinematografiche del ‘900, il cui merito più grande è stato quello di conservare le immagini di quegli umili che un’Italia proiettata nell’era del consumismo tentava di dimenticare.

Alfia Milazzo
28 novembre 2011





Manovra economica del governo Monti: manca qualcosa

CATANIA - Ciò che manca nella manovra del governo Monti, è quanto è stato richiesto anche nel 45° Rapporto annuale sulla situazione sociale del Paese del Censis, ovvero manca la salvaguardia dell'economia reale. Questa manovra avrà il merito di salvare la finanza e magari l’Europa, ma manca di una prospettiva futura, non tanto per chi nascerà, ma per chi oggi è senza lavoro, per cui non avrà nessun contributo e tra l'altro dovrà fare da caregiver (assistenza) ai futuri pensionati poveri.
Manca il principio dell'equità sociale vera a partire da ciò che sarà nei prossimi 10-20 anni di noi e dei nostri figli, mentre disconosce il valore dei giovani, e delle potenzialità dell'innovazione. Una vera riforma dello stato democratico orientata al riconoscimento dei bambini, dei giovani e della famiglia. Occorre spazzare via un sistema basato sul sostegno di politici sanguisughe (vedasi caso di Aci Sant'Antonio, che hanno proposto un emendamento per far passare i tagli al sociale e raggranellare quanto era necessario per mantenere le loro indennità) e pensionati alla Amato (da 31.000 euro al mese di pensione). Occorre dare sostegno all'infanzia, alla formazione dei bambini in una scuola dove non contano i posti sicuri degli insegnanti, ma il valore del loro lavoro per la crescita degli allievi. Una scuola potenziata a misura di una società aperta alla crescita. Occorre dare spazio all'impresa giovanile con una completa defiscalizzazione e deburocratizzazione, occorre garantire il 100% di posti negli asili nido e dare spazio alla creatività femminile con una saggia politica di sostegno nel lavoro e nella maternità. Bisognerebbe avere il coraggio di mandare a casa i baroni di tutte le caste: sanità, università, industria,magistratura introducendo norme specifiche contro nepotismo e clientelismo. Adeguare le loro pensioni. Cancellarle nel caso di reati o gravi inadempienze o abusi. E bisognerebbe soprattutto che il popolo italiano si svegliasse. Smettiamola di dormire, facciamoci sentire. E’ il tempo di far risuonare il pensiero di una società civile onesta e matura.

Alfia Milazzo


LUZ LONG, UN EROE CON LA MEDAGLIA D’ARGENTO
Anniversari sportivi celebri: 75 anni dalla famosa gara delle Olimpiadi di Berlino nel 1936, tra Owens e Long. Luz Long risulta tra i caduti in Sicilia del ’43.
Alfia Milazzo
Sono trascorsi esattamente 75 anni dalle Olimpiadi del 1936, la storica competizione olimpica tra le più coinvolgenti che si siano mai verificate, svoltasi a Berlino durante la dittatura di Hitler. Si è parlato dell’amicizia tra il tedesco Luz Long e l’americano Jessie Owens, che dopo aver gareggiato l’uno contro l’altro, nella finale di salto in lungo diedero prova di grande lealtà sportiva e solidarietà. Forse però non tutti sanno che Long è sepolto nel Mausoleo germanico di Motta Sant’Anastasia, dove riposano i 4552 soldati tedeschi caduti tra il 1943 e il 1944 in seguito allo sbarco degli americani in Sicilia.
Né un fiore, né una ghirlanda sono posti sulla sua lapide in sua memoria. Eppure il gesto di Long è stato davvero eroico e meriterebbe di essere indicato come esempio di virtù e di coraggio.
Ma rivediamo brevemente la cronaca di quello straordinario 4 agosto del 1936.
Sono le ore 10.30: Jessie Owens si trova sulla pedana del salto in lungo. Il giorno prima è riuscito a vincere i 100 metri, con la sua elegante agilità che gli è valsa l’appellativo di “Lampo d’Ebano” e adesso mira al secondo oro nella gara dei 200. Prima però deve riuscire a passare in finale. E qui v’è più di uno scoglio da superare. Innanzitutto il suo principale avversario, il tedesco Long, alto, slanciato, idolo sportivo dello stesso Hitler, il quale dalla platea d’onore assiste in silenzio alla kermesse, pregustando la sconfitta degli americani e la vittoria dell’atleta germanico. Poi vi sono i giudici, altra difficoltà non da poco: da loro si è visto annullare per ben due volte il salto di qualificazione. Infine vi sono quei 7 metri e 15 centimetri da superare per andare in finale. Owens sente di non farcela. Sta per gettare la spugna. Con un moto di stizza calcia la sabbia del terreno. Ma a questo punto, contro ogni previsione e soprattutto in barba ad ogni cautela dettata dal caso, Long gli si avvicina. Sotto lo sguardo accigliato del Fuhrer, finge di scambiare con Owens qualche battuta. In realtà gli sta offrendo il consiglio giusto: “Stacca mezzo metro prima: i giudici non misurano il salto, guardano solo che i piedi non tocchino l’asse di battuta”. Owens lo ringrazia, un po’ stupito, un po’ frastornato e un attimo dopo, illuminato dalle parole di Long, concentratissimo sulla sua prova, parte, corre, più veloce di un antilope ed esattamente come gli aveva suggerito l’amico Luz, salta, vola e riesce a qualificarsi per la finale. Poco dopo vince nella batteria dei 200 metri. Le sue imprese verranno trascritte negli annali della storia delle Olimpiadi: 4 medaglie d’oro e due record olimpici. L’intesa tra Long e Owens è documentata da una serie di foto scattate dalla fotografa di regime Leni Riefensthal. I due atleti sono ritratti con un volto sorridente, in un atteggiamento di grande complicità. Nella sua biografia, Owens, parlando della sua medaglia d’oro, ricorda il gesto dell’amico Long, attribuendogli una grande importanza: “Si potrebbero fondere tutte le medaglie che ho vinto - dichiara Owens - ma non si potrebbe mai riprodurre quell’amicizia a ventiquattro carati che nacque su quella pedana.” Dopo questi eventi Owens e Long continuarono la loro amicizia scrivendosi da un capo all’altro del mondo. Owens subì prima gli effetti del segregazionismo; poi divenne il simbolo della propaganda anti-nazista; infine, un argomento a favore di Hiltler. I suoi record rimasero imbattuti per molti anni, ma il suo talento fu sempre collegato al colore della sua pelle. Long invece morì a trenta anni combattendo da riservista nell’esercito tedesco in Sicilia, il 14 luglio del 1943 (come si legge nella lastra “E” cripta 2 del cimitero).
La gloria come scrive Gogol “fa palpitare solo chi ne è degno”. Long è stato uno degli eroi più degni che lo sport abbia mai avuto. Un eroe con la medaglia d’argento.
Alfia Milazzo

Mediterraneo è donna: se ne parla alle Ciminiere in occasione del Convegno dal titolo “Donne, Lavoro e Parità”
Negli ultimi tempi numerose sono le iniziativa rivolte al tema del Mediterraneo. Una di queste si è tenuta alle Ciminiere di Catania, venerdì 25 marzo, il Convegno dal titolo “Donne, Lavoro e Parità” organizzato dall’ANCL in collaborazione con Cif – Camera di Commercio di Catania, Terziario donna ConfCommercio, Es.Na. Consulenze di Genere e associazione Thamaia. La figura femminile al centro di un ampio contesto geografico-simbolico in cui si sottolinea l’origine matriarcale religiosa legata alla fertilità e alla terra: questo il tema discusso
Di certo le origini comuni di una area etno-culturale che si definisce Mediterraneo trova una sua rispondenza anche in alcuni reperti archeologici risalenti al periodo eneolitico.
Gli idoletti a violino sono un’iconografia mediterranea tra l'estremo Occidente della Sicilia, l'estremo Oriente dell'isola e le Cicladi che ci riportano simbolicamente ad una comune origine.
Comparsi alla fine del IV millennio a C. tra la Sicilia e l'area egea, gli idoletti sono statuette a forma di violino raffiguranti l’idea della "dea madre” caratterizzata dall’amplificazione degli attributi anatomici legati alla fertilità.
Questa diffusione testimonia la presenza comune di credenze religiose tra le civiltà del Mediterraneo basate sull’iconografia femminile. E’ il caso di figure a violino rinvenute sulle pareti della Grotta di Cala del Genovese a Levanzo e di un idoletto trovato a Camaro nei pressi di Messina. Si tratta dunque di piccole sculture utilizzate da sciamani per intrattenere le popolazioni dei vari villaggi nei quali si spostavano per mettere in scena esibizioni sacre.
Un’ipotesi ancora tutta da esplorare è se gli stessi sciamani fossero in realtà non uomini ma donne. Comunque sia, una lettura in chiave culturale e antropologica della civiltà del Mare Nostrum al femminile risulta estremamente importante e segnatamente, in tema, vista la massiccia presenza delle donne nelle recenti rivoluzioni che hanno coinvolto i paesi del Nord Africa.

Alfia Milazzo


INTERVISTA ALLA PROFESSORESSA SARAH ZAPPULLA MUSCARA’ SUL TEATRO DIALETTALE DI PIRANDELLO

Domanda: Professoressa Muscarà, tra i suoi meriti v’è quello di aver portato alla luce e fatto pubblicare tutto il teatro dialettale di Pirandello. Ci può raccontare come è nata questa scoperta e perché è così importante?

Risposta: io sono fondamentalmente studiosa di letteratura, teatro e cinema tra Otto e Novecento, e da sempre mi sono occupata di teatro siciliano. Insieme a mio marito, Enzo Zappulla, abbiamo costituito l’Istituto di Storia dello Spettacolo Siciliano (di cui è presidente mio marito), una Fondazione il cui scopo è quello di recuperare, ricercare, conservare e valorizzare il teatro siciliano attraverso pubblicazioni, eventi e mostre. Il teatro siciliano ha vissuto tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, una stagione aurea, avendo avuto protagonisti importantissimi del calibro di Nino Martoglio, Luigi Pirandello, Rosso di San Secondo, che si sono affiancati ad attori d’eccezione come Giovanni Grasso, Angelo Musco, Virginia Balistrieri e tanti altri. Questo teatro è stato all’estero sui palcoscenisci più prestigiosi del mondo e ha riscosso uno straordinario successo di critica e di pubblico, sancito dagli scrittori e dai critici più autorevoli. Persino in Russia Isaac Babel, Mejerchol’d, Craisberg direttore dell’Actors Studios: tutti i maggiori critici del mondo elogiavano la maestria di questi attori siciliani e delle loro compagnie che con la loro bravura imponevano anche gli autori, dimostrando che un’opera può ottenere un grande successo anche se è in una lingua (in questo caso addirittura in dialetto) diversa da quella del pubblico, purchè ad interpretarla vi siano grandi attori.
Straordinario poi è l’apprezzamento di critica e di pubblico ricevuto da queste compagnie in Inghilterra: sappiamo come sono nazionalisti gli inglesi, eppure le prime pagine dei giornali di allora invitavano ad andare a vedere le pièces teatrali dei siciliani, che, pur nella povertà delle scene e dei costumi, si distiguevano per la loro magistrale capacità di recitare con tutto il corpo, per l’intensa espressività.
Il fiore all’occhiello di questa stagione è stato il teatro di Pirandello. E studiando questo teatro, studiando Pirandello e Martoglio, mi sono resa conto dell’importanza del teatro siciliano. Scavando però ho scoperto che questo primo periodo fondamentalmente non solo non era noto ma non disponeva dei testi, perché il teatro di Pirandello non era mai stato pubblicato oppure solo alcuni di questi testi come Liolà era stato pubblicato dallo stesso Pirandello con traduzione a fronte, ma poi era andato esaurito e quindi i testi risultavano introvabili.
Da questi studi è nata l’esigenza di raccogliere in un corpus unico l’intero teatro dialettale di Pirandello e di pubblicarlo. E in questo ho trovato una straordinaria disponbilità nella Bompiani.

Domanda: Quali sono le peculiarità linguistiche e letterarie del dialetto pirandelliano?

Risposta: Pirandello stesso si chiede perché uno scrittore debba scrivere in dialetto. Lo sforzo creativo – afferma – è il medesimo. Poi però aggiunge: a meno che le storie che l’autore vuole raccontare non siano così radicate nell’humus, nella terra, nei sentimenti, che gli sembrerebbe disadatto qualsiasi strumento linguistico se non il dialetto. Come si può notare Pirandello identifica sin dagli inizi contenuto e forma.
Paragona la sua traduzione del Liolà con la versione originaria in dialetto, e riconosce che è molto più scialba, meno musicale, perché rispetto alla lingua, piatta e uniforme, il dialetto è più pregnante, più armonioso, più denso, più capace di esprimere tutte le nuances de la pensèe, le sfumature del pensiero. E non dimentica la dignità storica del dialetto siciliano.
A parte nel Liolà che è in girgentino, Pirandello usa un pansiciliano,
un siciliano ecumenico di tutta l’Isola: della parte orientale, perché gran parte degli attori erano catanesi (Grasso, Musco, Pandolfini) e della parte occidentale e centrale dalla quale egli proveniva. Pirandello gioca con la lingua su vari livelli; a volte questo dialetto è più aperto verso la lingua quando vige la corda civile, a volte è più chiuso, quando deve esprimere le passioni, i sentimenti, perché il dialetto è la lingua dell’affettività, dei sentimenti più dolci, più teneri. Il dialetto viene utilizzato in virtù della sua carica poetica, immaginifica, perché portatore di metafore, doppi sensi e sfumature che la lingua non saprebbe esprimere con tanta immediatezza.

Domanda: in che misura durante la stagione siciliana è presente la dialettica pirandelliana tra mito e realtà?

Risposta: Nel periodo siciliano abbiamo tutto Pirandello: il Pirandello del passato, il poeta, e soprattutto il Pirandello del futuro. La scoperta della critica recente è l’espressionismo dell’ultimo Pirandello. E se noi guardiamo al teatro siciliano non possiamo fare a meno di rilevarne significative anticipazioni. Il tema del teatro nel teatro è preconizzato in Cappiddazzu paga tuttu.
L’ultima stagione di Pirandello è quella del mito, il mito sociale, dell’arte e della poesia, come si evince da opere quali La nuova colonia, Lazzaro e I giganti della montagna.
Ma il mito è presente anche nel periodo siciliano. Ed è un fatto strano perché il periodo in cui Pirandello scrisse le sue opere dialettali era dominato dal realismo (si pensi ad autori come De Roberto, Verga, Capuana, Martoglio). In effetti Pirandello si rifà molto al realismo. Nelle sue opere dialettali, infatti, viene rappresentata una Sicilia reale con i suoi problemi politici, sociali, economici, come vediamo ne ‘A Giarra, o in Liolà, e tuttavia anche una Sicilia mitica. Il teatro in dialetto è attraversato da un incessante dialettica tra mito e ragione, verità e mistificazione, che troveremo anche nel futuro Pirandello.

Domanda: Pirandello, Martoglio e i grandi attori siciliani, Musco e Grasso: incontro o scontro?

Risposta:
Nella raccolta pubblicata da Bompiani sono presenti anche due testi scritti a quattro mani con Martoglio, ‘A vilanza e Cappiddazzu paga tuttu.
Ora ciò costituisce un fatto raro nell’ambito letterario di così alto livello. E’ anche difficile stabilire cosa sia dell’uno e che cosa sia dell’altro. Non dimentichiamo che Martoglio è stato un altro grande intellettuale e drammaturgo, capace di rivestire tutti i ruoli teatrali, come quello di capocomico (oggi si direbbe regista). Martoglio ha insegnato molto a Pirandello. E’ un sodalizio in cui Martoglio ha dato molto a Pirandello. Nel Carteggio Martoglio-Pirandello ad esempio Pirandello spesso si affida a Martoglio (“taglia – gli dice – aggiungi pure”). Erano amici. Insieme si posero in conflitto con la SIAE (perché la SIAE a volta prendeva le parti degli attori contro gli autori) e con gli attori, restando uniti durante questi battaglie. Si leggevano i testi a vicenda e si davano consigli. Fra i tanti meriti di Martoglio c’è quello di aver spinto Pirandello al teatro. Infatti Pirandello era reduce dell’insuccesso teatrale, La ragione è degli altri: la prima attrice aveva interpretato il ruolo dell’amante in modo troppo passionale, mentre secondo l’autore avrebbe dovuto restare più in penombra, incarnando la figura della donna tradita, silenziosa, dignitosa, meno appariscente, più moderna, più nuova. Da questa esperienza negativa derivò il rapporto conflittuale di Pirandello con il teatro. Egli riteneva infatti che se da un lato l’attore rende più reale il personaggio prestandogli la propria fisicità e le proprie passioni, dall’altro è meno vero della verità assoluta, immobile dell’arte. A teatro l’insuccesso può essere determinato dall’attore. A meno che l’attore non sia così bravo da annullare la sua personalità, calarsi nel personaggio, farsi creatore, coautore. Le parole non devono uscirgli dalla bocca come se fosse un fonografo, egli deve dare l’impressione al pubblico di una grande naturalezza. Da qui l’affermazione dell’importanza dell’attore, considerato un intermediario tra autore e pubblico. La modernità di Pirandello sta nel fatto di aver capito che il teatro è anche messinscena, che il teatro lo fanno anche gli attori e il regista. Il teatro non è solo letteratura, è anche spettacolo. Più tardi, spinto da Martoglio, si farà conquistare dal teatro a tal punto da cambiare vita, da uomo seduto al tavolino, diventerà “il viaggiatore senza valigia”, sempre vicino alla sua compagnia. Sucessivamente farà dire nei Sei personaggi in cerca d’autore, alla figliastra: “Ma che ci vuole a fare teatro! Basta un divano, una sedia, e abbiamo fatto la scena!”. A dimostrazione della tesi secondo la quale il teatro non è solo scrittura, ma è anche interpretazione.
E come si ricava dall’opera Stasera si recita a soggetto, il cui tema è la commedia dell’arte e l’improvvisazione, alla fine della sua vita Pirandello ribalterà la visione iniziale affermando che la vera vita di un’opera teatrale è il palcoscenico.
Tutto questo Pirandello l’ha imparato nella stagione siciliana. In contatto con attori come Musco, interprete assai abile nell’improvvisazione. Spesso Musco aggiungeva battute al testo, suscitando il nervosismo di Pirandello. Ma il successo di pubblico dovuto alla bravura di Musco spingevano l’autore a riportarle nella versione scritta, poiché era evidente che esse funzionavano.
Così fu anche con Grasso. Su questi attori nacque un dibattito: il loro era un teatro di natura o di cultura? Di base vi era una certa attitudine alla dramatizzazione, tipica del popolo siciliano, ma il loro era anche un teatro di cultura. In apparenza spontaneo, Grasso sapeva guidare i suoi gesti all’azione. Si pensi anche a Turi Pandolfini. Quando Pirandello andò a complimentarsi con lui credette di trovarsi davanti un vecchio. Invece era un giovane truccato da vecchio, fin nei minimi particolari (aveva persino le macchie della pelle sulle mani).
Nel Carteggio tra Pirandello e Martoglio, Pirandello scrive all’amico fornendo alcune indicazioni sul gesto della corda di don Nociu Pàmpina (don Ciampa nella versione italiana, ndr.) che lasciano spazio all’estro dell’attore: Musco – gli scrive – faccia questo gesto dove vuole, quando vuole, purchè non ne abusi. Si raccomandava inoltre che il trucco di Musco fosse curato, che avesse le basette lunghe “uso mulinciani” e occhiali a staffa neri; l’attore doveva, a suo dire, avere un’aria pazzesca. La pazzia è un file rouge che lega tutti i passaggi dell’opera, dall’inizio alla fine.

Domanda: Nel teatro dialettale di Pirandello è evidente l’influenza dell’Opera dei pupi e della commedia dell’arte non solo da un punto di vista formale, ma anche per la scelta dei temi e delle ragioni sentimentali dei personaggi messi in scena….

Risposta: Questo retaggio dell’Opera dei pupi è il cuore di tutto il teatro di Pirandello. Si trova per esempio nella Birritta cu i ciancianeddi: qui il tema è la follia. Donna Biatrici viene infatti mandata in manicomio solo perché colpevole di aver detto la verità in pubblico. Donna Biatrici è una femminista ante litteram in conflitto con i suoi stessi parenti. La madre, scoperto il suo intento di far scoppiare uno scandalo, le dice: “Figghia mia! Chi facisti? Ti cunsumasti, figghia!”. Biatrici viene descritta come una donna cimentosa, aggressiva e a causa di questa sua indole è l’unica a pagare. Finisce in manicomio solo per tre mesi o per sempre? In fondo c’è una grande analogia tra la fine di Donna Biatrici e la stessa moglie di Pirandello che in manicomio entrò giovane e non ne uscì più. Don Nociu rabbonisce Donna Biatrici dicendole: ”Tri misi, signura! Villeggiatura!”. Poi nel finale aggiunge: “Chi cci pari cosa di nenti, chista? Pazziari! Ma si putissi pazziari iu comu pari a mmia! Sfirrari, signura, pi daveru tutta ‘a zona pazza, ncarcarimi ‘ntesta finu a li gigghia ‘a birritta cu ‘i cianciani, e scinniri ‘nchiazza, ‘nmenzu a lu paisi, a gridari la virità ‘nfacci a tutti!”. E Biatrici alla fine accoglie il suo invito a esibire la sua corda pazza facendogli il verso: “E allura: B e e e ! – gnursì! Vi lu gridu: B e e e ! B e e e ! B e e e !”. L’essere pazza le garantisce il diritto di gridare al mondo intero la verità, ovvero che don Nociu è vittima dell’adulterio della moglie.
Nel Carteggio Martoglio-Pirandello sono contenute note di regia che Pirandello suggerisce all’amico (perché Pirandello non può presenziare alla messinscena). Sottolinea che la soluzione finale è inaspettata, è un coup de theatre.
In questo dramma, come dicevamo, troviamo anche il tema del personaggio e l’idea del pupo: “Pupi semu, don Fifì. Siamo pupi. Lo spirito divino trasi in nui e si fa pupu. Pupu iu, pupu lei, pupi tutti. Duvissi bastari essiri criati pupi così per volontà divina. Nonsignori! Ognuno poi si fa pupu per conto suo, quel pupo chi po’ essiri o chi si cridi di essiri – e allura accumincia la sciarra. Perché ogni pupo, signora mia, voli purtatu il suo rispettu, non per quello che è, ma per quello che si crede, per la parte chi divi rapprisintari. A quattr’occhi, ‘un è cuntenti nuddu d’ ‘a so’ parti: ognunu mittennusi davanti lu so pupu, cci tirirria macari ‘na sputazzata ‘nfacci. Ma dagli altri no, dagli altri lu voli rispittatu”. E poi rivolgendosi a Biatrici le domanda: “E lei voli il suo rispetto, è veru?”. E Donna Biatrici esclama: “’U vogghiu? Autru s’ ‘u vogghiu! Lu pritennu!”.
La lotta qui è tra due pupi, quello della moglie e quello del marito, del ruolo di ciascuno. Il tema del pupo e della maschera, l’essere mossi dall’alto è dominante nella commedia.
In Cappiddazzu paga tuttu, scritto a quattro mani con Martoglio, c’è don Nzulu, che nasconde le proprie ricchezze per essere apprezzato dai parenti per quello che è. Don Nzulu s’inventa la storia dell’imminente arrivo di un giovane ricco, per scuotere tutti i sentimenti più bassi della parentela: l’invidia, la cattiveria e l’avidità. Don Nzulu si vendica dei parenti mettendo in scena le loro meschinità sotto forma di teatro dei pupi o di maschere, nelle quali essi poi si riconoscono. Le maschere sono estrapolate dalla fantasia popolare siciliana: la vecchia di l’acitu, velenosa, pungente e cattiva, Giufà, lo sciocco, e Cappiddazzu, che poi è don Nzulu stesso, colui che paga, la maschera della generosità. E infatti alla fine beneficerà i parenti dopo averli svergognati. In Cappiddazzu si avverte molto l’influsso dell’Opera dei pupi, e soprattutto la partecipazione del pubblico nella vita dei personaggi-maschera. La stessa cosa avveniva nel tearo dei pupi, ad esempio se il puparo diceva: “….e Orlando ne ammazzò cento”, allora il pubblico rispondeva: “eee, rossu è don Angilu!”. A quel punto il puparo era costretto a rettificare: “…ne ammazzò cinquanta!”. E il pubblico non ancora soddisfatto gli urlava: “eee, rossu è don Angilu!”. Fino a che don Angilu non diceva “..e vabbè, ne ammazzò dieci”. A quel punto il pubblico s’acquietava e il puparo poteva proseguire il suo spettacolo. Il pubblico picchiava il cattivo, Gano di Magonza, e tornando a casa continuava a discutere sulle ragioni e i torti dei personaggi. Nell’Opera dei pupi quindi si può rintracciare un’anticipazione del grande tema pirandelliano del teatro nel teatro.
Nelle commedie dialettali di Pirandello si rileva una costante: i sentimenti che muovono i “pupi” o personaggi all’azione sono tutti negativi e degradati. Persino in Liolà, la commedia più leggera, il motore di tutto è l’invidia di Tuzza verso l’amica Mita. Liolà è un ragazzo padre. Le donne, contrariamente a quanto accade di solito, qui abbandonano i figli. Nel finale si prospetta l’infanticidio da parte di Tuzza verso il figlio avuto da Liolà: “Nun chiànciri, Tuzzidda, ‘un t’appinari! Quannu lu fai, nun lu fari muriri. Tri, e unu quattru – e cci ‘nsignu a cantari!”. Nella versione in italiano questo aspetto è più attenuanto. Nella Patenti c’è pure il tema della vendetta, così pure ne ‘A Giarra, ne ‘A birritta cu ‘i ciancianeddi e in Pensaci Giacuminu!.
Tuttavia la vendetta nelle opere di Pirandello è sempre una soluzione sofisticata (non è Cavalleria Rusticana), la vendetta è più razionale, è un piatto freddo, la violenza che in essa si esercita è più subdola.

Domanda: nella sua Introduzione alla raccolta pubblicata dalla Bompiani a proposito di ‘A giarra e ‘A patenti lei si sofferma sulla ricchezza di richiami e di simbologie archetipali presenti nei due testi……

Risposta:
Nell’antichità i siculi seppellivano i loro morti in posizione fetale dentro le giare e senza dubbio questo oggetto rappresenta simbolicamente l’utero materno e anche la vita. Non a caso alla fine de ‘A giarra Zi Dima uscirà come partorito dalla giara in cui è rimasto intrappolato dopo che Don Lollò con un calcio la farà rotolare lungo il pendio.
La giara è archetipo della Terra Madre dalla quale si nasce e nella quale si viene seppelliti.
Don Lollò è il simbolo del potere e Zi Dima quello dell’ingegno che ha prodotto un mastice miracoloso. Lo scontro tra i due non può che essere frontale. Perciò inizialmente si ricorre alla legge per districare la matassa. Chi ha torto? Chi ha ragione? Don Lollò padrone della giara o Zi Dima che vi è rimasto imprigionato suo malgrado?
E ne ‘A Giarra come ne ‘A Patenti emerge il tema del ricorso al cavillo giuridico, che poi costituisce un aspetto tipico della sicilianità.
‘A birritta cu i ciancianeddi deriva da due novelle La verità e Certi obblighi.
Nella novella La verità si parla di un uxoricidio: Tararà ha infatti ucciso la moglie perché colpevole di averlo tradito. Ma Tararà compie l’omicidio in seguito al fatto che è esploso lo scandalo e lui non può più fare finta di non conoscere la verità.
Il giudice gli chiede: “Lei lo sapeva o non lo sapeva che sua moglie la tradiva?”. E Tararà risponde: “Era come se lo sapessi”. Allora il giudice gli domanda ancora: “Questa è la sua tesi?”. Tararà gli risponde: “Che tesi e tesi, questa è la verità”. E Pirandello conclude: “E in virtù della verità si beccò tredici anni di carcere”.

Prossimamente, dal 5 al 10 dicembre ad Agrigento si svolgerà come di consueto il Convegno del Centro Pirandelliano: in questa occasione farò proprio un intervento su ‘A giarra e ‘A patenti, dalla novella al testo teatrale in dialetto alla versione in lingua. Tratterò quindi dei due passaggi di codice dalla narrazione al teatro, dal dialetto alla lingua.

Domanda: Per concludere, recentemente vi sono state rappresentazioni di opere dialettali di Pirandello e se sì quali?

Risposta: Il nostro Istituto ha realizzato una mostra itinerante su Pirandello che è stata esposta in Germania e negli Stati Uniti. Spesso questa rassegna è stata accoppiata alla rappresetazione de ‘A Giarra e ha ottenuto un significativo riscontro da parte del pubblico. Abbiamo constatato che all’estero c’è una certa familiarità con il dialetto siciliano. Persino in Giappone vi sono specialisti in letteratura siciliana in grado di comprendere perfettamente il nostro dialetto.
Tra i progetti di Leo Gullotta c’è quello di fare ‘A birritta cu i ciancianeddi. Turi Ferro la fece in italiano e in dialetto. Insomma è un teatro quello dialettale di Pirandello sempre attuale e sempre amato dal pubblico in Italia e all’estero.

Alfia Milazzo



Alle Ciminiere di Catania Yann Tiersen presenta il suo “favoloso” album SkyLine

Il 22 novembre alle Ciminiere di Catania il compositore francese Yann Tiersen, presenterà il suo ultimo “favoloso” album Skyline, uscito il 17 ottobre scorso. Il poliedrico minimalista musicista, nativo di Brest, famoso compositore delle colonne sonore del film Il favoloso mondo di Amelie, Good bye Lenin, La vita sognata dagli angeli, Alice e Martin e Tabarl, offre, con questo disco, un ulteriore contributo alla neo nouvelle vague, il genere che miscela mondi musicali distanti, quali le più eleganti chansons parigine e il rock elettrico più sferzante, raggiungendo sintesi acustiche essenziali, ripetitive e talvolta poeticamente ipnotiche.
Felice combinazione di colori, dolci melodie di pianoforte e archi e un travolgente sound elettrico, Skyline registrato tra Parigi, San Francisco, Ouessant e una piccola isola al largo della costa occidentale di Bretagna, è un art work luminoso ed evocativo, pur mantenendo il senso di una scarna sobrietà.
Per rendere il meglio di questa stupefacente sperimentazione, Tiersen sarà accompagnato d Robin Allender alle chitarre, Neil Turpin alla batteria, Lionel La Querrier alle tastiere e voce, Stephane Bouvier al basso e Olavur Jacobson alla voce e synth.

Alfia Milazzo
22 novembre 2011

Una passeggiata nell’Eden del Etna, terra di ascolto e di mistero

Se desiderate trascorrere una mezza giornata tra natura e stupore, seguite il sentiero della forestale che da Adrano arriva fino al rifugio di Bronte. Si tratta di una passeggiata sul versante Sud Ovest dell’Etna tra i 1500 e i 1900 metri di altezza tra canaloni e ampie aree boschive.
Basta percorrere la provinciale 92 Adrano - Monte San Leo e poi continuare per la deviazione per monte Intraleo. Passando davanti alla Grotta Intraleo, si raggiungono le pendici di monte Albano tra cespugli di ginestre profumatissime. In primavera il territorio sia frequentato da assidui raccoglitori di fiori di ginestre del messinese che li rivendono ai produttori di profumi per ricavarne delle essenze.
Girate a sinistra al bivio nei pressi di una colata, fino al rifugio forestale della Galvarina (m 1871), dove troverete anche una cisterna. Dietro il rifugio sorge un cono vulcanico, di modeste dimensioni circondato da numerosi esemplari di Pino laricio sui quali si erge imperiosa la parete occidentale del vulcano.
Osservando il grandioso paesaggio non si può fare a meno di assaporarne la vastità e il silenzio, connotazione di una eternità perduta, quasi un Eden indifferente alla nostra capacità di coglierne la Bellezza.
Abbandonato il rifugio della Galvarina, si ritorna indietro e si prosegue verso monte Leporello.
Da qui si incontrano arbusti di biancospino, Crataegus monogyna Jacq, il pino nero (a tratti purtroppo colpito dalla processionaria, di cui è possibile trovare file lungo il sentiero, da non toccare assolutamente con le mani perché urticanti e pericolose), il ginepro (usato in essenza per la produzione di profumi e liquori amari), più in alto macchie di betulle bianche. Qua e là si incontrano i famosi pagghiari o pagliericci dei carbonari e dei pastori, nelle due forme in pietra lavica e in fango con paglia. Querce nuove e antiche simili a sculture. Ma per assaporare meglio la potenza vivificante di questi luoghi bisogna ricordare il vecchio detto degli indiani d’America: "Ovunque tra il nostro popolo si pensa che il Creatore e tutta la Creazione sono un vasto e santo mistero: ma questo mistero può parlare ai nostri cuori se noi siamo preparati e se ascoltiamo". Un ascolto che richiede rispetto e responsabilità verso questo straordinario paradiso-Etna.
Alfia Milazzo

Giovedi 7 Luglio - CALTAGIRONE (Villa Patti) - ore 20,30 - SIRENETTA fiaba musicale di Antonella Caldarella
Come trasferire ai bambini il concetto che la diversità, specie quella fisica, non è barriera ma arricchimento? Ci ha pensato Antonella Candarella con lo spettacolo musicale “La Sirenetta”, liberamente tratto dalla fiaba di H.C. Andersen. E’ infatti la diversità della protagonista il tema principale di questa rappresentazione teatrale, una ragazza capace di attrarre l’ammirazione del principe nonostante sia senza voce e venga da tutti considerata una “povera muta”. Il principe è addirittura in grado di comprendere il linguaggio a gesti della fanciulla sconosciuta, mentre il padre vorrebbe che lui si sposasse con una principessa “normale” .
Il conflitto tra le aspirazioni del padre e le scelte del figlio si traduce in un confronto di chi è vittima del pregiudizio e chi è aperto alla diversità, tra la verbosità dietro la quale si cela l’inganno e il silenzio che riesce comunque a suscitare grandi verità interiori. Solo l’amore riesce a oltrepassare gli ostacoli imposti dal pregiudizio e dall’ignoranza. Solo i sentimenti sinceri possono congiungere mondi separati come quello della terra e quello del mare.
Una morale semplice ma attuale. Essenziale e ineludibile. Specie oggi in cui nella nostra terra sbarcano molti “diversi” , come gli immigrati, che per ignoranza diffidenza spesso appaiono privi di “voce”.
Sarà per questo che la favola viene ambientata nel Mediterraneo del quale riecheggiano suoni e magie, in una calda e solare atmosfera di colori nostrani, esaltata da una ricca varietà di linguaggi teatrali. Si va dalle ombre colorate alla pantomima e ai magici cambi di luce. Una messinscena originale e dinamica resa ancora più entusiasmante dalle tantissime canzoni originali e costumi vistosamente fantastici.

Alfia Milazzo
La pelle in mostra

CATANIA – Sarà aperta dal 21 al 27 gennaio la mostra del centro culturale Voltaire di Catania dedicata alla “Pelle e lo spazio”. Si tratta di una selezione di lavori prodotti dagli studenti del Biennio Specialistico in Arti Visive nel corso di Anatomia dell’Immagine tenuto da Rosario Antoci. L’interesse verso questo “comune contenitore” sta tutto nella sua capacità di svelare, senza essere esaustivo, il centro del suo contenuto più profondo, ovvero l’Io. L’Arte quindi ha il compito di narrare questo percorso del tutto inconscio, tra l’Io e la pelle, sua espressione tattile-visiva, involucro di mediazione ma anche di protezione e modellamento.
“La pelle – scrive il prof. Rosario Antoci - rappresenta una sorta di organo plurimo di sensi, interfaccia, superficie di separazione e barriera che protegge dalle penetrazioni e dalle aggressioni, ma allo stesso tempo è luogo della comunicazione primaria con gli altri e con se stessi. Una pelle che deve farsi elastica, adattabile a sempre nuovi confini, necessari come ci ricorda Anzieu per una strutturazione matura dell’io, ma confini ineluttabilmente fluidi per adeguarsi ad un corpo che costantemente si ridefinisce attraverso le tecnologie e le macchine con cui interagisce. La complessità del mondo contemporaneo aggrovigliato pluridimensionalmente attorno ai temi dell’identità, del confine e del limite, del simulacro e del virtuale, sembra coagularsi in un possibile itinerario che traccia i suoi percorsi sulle mappe del corpo. Come una cicatrice, come una ferita o come una piaga, è la pelle a farsi metafora e a rendere manifesto questo corpo”.
Ed è stato proprio lo psicanalista Anzieu, autore dell’opera L’Io-Pelle (del 1985), a sottolineare che esiste anche una corrispondenza tra pelle psichica e pelle biologica: l’arte, in quanto raffigurazione del corpo e della corporeità, offre dunque un sostegno più che metaforico a questa dimensione della pelle. Come dire che la stessa Bellezza è un’immagine conforme alla Bellezza dell’Io.

ALFIA MILAZZO

Data 21/01/2011

Il mito del clown tra letteratura e “desideri impossibili” alle Ciminiere di Catania

CATANIA – E’ stata una lectio magistralis quella tenuta da Marta Barbaro dell’Università di Palermo, il 12 marzo scorso, alle ore 18,30, alle Ciminiere di Catania. La conferenza sul tema "Clown, saltimbanchi e Pierrot: miti letterari fra Ottocento e Novecento”, ha visto il coinvolgimento dei professori Pietro Barcellona e Mario Grasso (Università di Catania). Sfondo iconografico della conferenza, è stata l’esposizione dal titolo "Il desiderio impossibile", delle opere pittoriche di Barcellona, in mostra già dal 5 marzo alle Ciminiere. La figura del clown, ha detto la dottoressa Barbaro, è la più ancestrale forma d’espressione dell’umanità, si incarna nelle rappresentazioni mitologiche di ogni popolo, ed è erede di quel «briccone divino», studiato da illustri antropologi, quali Radin, Jung e Kerènyi. Un personaggio, quello del clown, del tutto incapace di distinguere tra il bene e il male, e privo di premeditazione nell’agire, motivato a suscitare negli ascoltatori riso e ironia misti a timore. Vi è uno stretto legame tra il saltimbanco e il folle, che in ogni comunità è fautore di una prospettiva rovesciata sulla realtà. Di queste figure, la cui arte è perlopiù consegnata all’oralità, non sapremmo niente di certo, senza la testimonianza scritta di grandi autori della letteratura come Rabelais, Bachtin, Dickens (autore di una biografia di Joe Grimaldi, definito il creatore del clown), Gautier (cronista teatrale), Jacob, Salomon, Mejrchòl’d, Zola (estimatore dei fratelli irlandesi Hanlon Lee), e, da ultimo, Palazzeschi, Savinio, i futuristi, Celati, Pedullà, Fellini. O senza la raffigurazione pittorica del clown e del saltimbanco nelle opere di Apollinaire, Chagall, Rouault, Ensor, e ancora Seurat, Klee, e, soprattutto Picasso. Le ragioni per cui la letteratura e l’arte hanno manifestato questa costante passione per il mito del clown si deve alla valenza simbolica del suo essere ombra e specchio, come sosteneva Fellini, un simulacro in cui l’uomo può rivedere se stesso in forma grottesca e caricaturale, liberando i propri ‘desideri impossibili’. Un’indicazione estetica colta appieno anche dai quadri di Pietro Barcellona, un dialogo tra colore e corporeità, sogno e immaginazione.

ALFIA MILAZZO

13 marzo 2011

L’Andromaca di Euripide a Siracusa: De Fusco e Balò mettono in scena la soluzione matriarcale alla tragedia

E’ una tragedia tutta al femminile l’Andromaca di Euripide che per il 47esimo Ciclo di Rappresentazioni Classiche a Siracusa dall’11 maggio al 26 giugno viene rappresentata a giornate alterne insieme al Filottete, nello splendido Teatro greco, con la regia di Luca De Fusco e la traduzione di Davide Susanetti. A scontrarsi infatti sono due opposte verità, incarnate da due donne marginalmente protagoniste della storia di un popolo. Da un lato la ragione di Andromaca (interpretata da Laura Marinoni), vedova del principe troiano Ettore, costretta dopo l’uccisione di quest’ultimo da parte di Achille e la sconfitta di Troia, a divenire schiava di Neottolemo, figlio dell’assassino del marito, e ad avere da lui un bambino. Dall’altra parte la verità della spartana Ermione (Roberta Caronia), figlia di Elena e del re Menelao, moglie legittima di Neottolemo. Ermione, essendo incapace di dare un erede al marito è gelosa di Andromaca ed è intenzionata ad ucciderla con il figlioletto illegittimo, approfittando dell’assenza di Neottolemo e richiamando in proprio aiuto il padre Menelao (Paolo Serra).
In una scenografia acquatica, curata da Maurizio Balò, si stagliano davanti ad una lastra di pietra grigia, frontalmente e separate, la prua e la poppa di una nave, esibizione simbolica di una cultura in naufragio, sorretta dallo spazio materno liquido ed eterno, della madre di Achille, la dea Teti (Gaia Aprea), che appare “calva e adolescente”, a capo di un coro che si affianca a quello delle donne di Ftia.
Andromaca trova rifugio nel tempio di Teti, ma Menelao riesce a stanarla da lì minacciando di uccidere il figlio Molosso.
Ad arrestare la mano assassina di Menelao a difesa della vita di Andromaca e del pronipote Molosso, giunge il vecchio Peleo (Mariano Rigillo). L’alterco tra i due re è feroce e di grande violenza. Peleo accusa Menelao di vigliaccheria e di egoismo, mentre Menelao si scherma dietro il bisogno di garantire ai greci una stirpe pura, senza la commistione di sangue.
Peleo caccia dalla sua terra Menelao. Ermione, sconvolta e timorosa di essere uccisa da Neottolemo al suo rientro si dispera, ma corre in suo aiuto il cugino Oreste (Giacinto Palmarini) che, aveva cercato in passato di sposarla, e ora la prende con sé, svelandole di aver organizzato un agguato a Delfi, ai danni di Neottolemo.
Ermione ed Oreste appaiono in preda ad una fragilità mentale che li rende nevrotici e totalmente in preda alle loro passioni. Neottolemo viene effettivamente ucciso, ma non dagli uomini bensì dallo stesso Apollo, il dio contro il quale Neottolemo aveva osato inveire perché reo di aver causato la morte del padre Achille. Lo annuncia un messaggero (Massimo Nicolini) disperato. Il corpo del giovane re viene trascinato da un corteo guidato da Peleo in lacrime.
Dinanzi a questa morte ingiusta e straziante, dettata da una necessità assurda decisa dagli dèi, è ormai chiaro che il tempio è in rovina nel cuore degli uomini, e che al pari degli dèi, l’umanità è caduta in un vuoto di non-sense, dove ognuno tenta di far prevalere il proprio egoismo sulle ragioni del valore. A ristabilire una pur esile unità archetipale è Teti che, supportata da un coro di altre donne, si libera dal mistero, e affiora dalle acque, autentica dea ex machina benché anomala, poichè ascende dal basso delle profondità (e non dall’alto del monte Olimpo).
Teti raccoglie tra le braccia materne Peleo, rammentandogli tutta la storia del loro amore e riportandolo a sé attraverso i ricordi narrati e cullati in un monologo fatto di tenerezza e di profezie di riconciliazione finali.
Un passaggio quest’ultimo che sembra alludere ad una soluzione matriarcale della tragedia greca: come dire, se si vuole salvare il mondo dall’odio, dall’intolleranza e dall’egoismo tra gli uomini, occorre tornare alle loro origini, ovvero all’essere tutti accomunati da questa amniotica provenienza dal grembo materno, per poi ritornarvi dopo la morte, accolti dalla Madre Natura.
Si comprende allora che le rovine della città di pietra, sparse sul lato destro della scena, sono il segno di un passato doloroso e terribile dal quale si può uscire solo tornando alla pietà degli uomini lontani dall’invidia degli dèi ma dentro l’invincibile sacralità della natura.
Alfia Milazzo


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