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_abbiate cura delle margherite
margherita con una vespa
 
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_Il mio diario del parlare materno

Una margherita in tasca

 

Alla memoria

della mia amica N. O.,

suicida,

figlia di una malata di mente:

dov’ero io,

dov’eravamo tutti

mentre tu spezzavi

 il tuo fiore

e la margherita

che portavi in grembo?

 

Passa sotto la mia finestra ogni giorno, più o meno alla stessa ora.

La bambina indossa abiti sporchi e d’inverno non porta mai il cappotto. Il suo vestito sembra rubato a una bambola d’altri tempi, i calzettini di colore grigio le arrivano sopra le ginocchia. I capelli lunghi e spettinati, nascondono il suo viso. Non so che forma abbiano i suoi occhi, il suo naso o la sua bocca. Cammina in fretta, come se fosse inseguita da qualcuno. In realtà questo qualcuno è accanto a lei. Come si potrebbe non notarlo? La figura che le tiene stretta la mano quasi a volerla spezzare, che l’avvinghia, la strattona, la trascina è lì accanto a lei. E’ una donna dal viso ovale, gli occhi piccoli e arrabbiati, con un grosso neo sul mento dal quale spuntano riccioli di barba, il collo sempre piegato da un lato. Borbotta, bestemmia, ride. Cammina dentro scarpe da tennis larghe, bucate ai lati, che la fanno dondolare di qua e di là, come una barca in un mare agitato. Al suo passaggio lascia una scia di odore acre e intenso. Tutti la temono, tutti la evitano o l’allontanano con lo sguardo.

Ma lei è la madre della bambina. Ed è pazza.

“Buttana” urla la donna ad una passante che l’osserva curiosa. Lei alza la testa indispettita e accellera il passo.

La bambina continua a camminare in silenzio dietro il fiume di parollacce che la madre vomita in direzione della sconosciuta. Tiene l'altra mano in un pugno serrato. Abbassa il capo. Ha paura. Paura che la madre si arrabbi e poi, giù con uno scappaccione. Paura degli altri, del mondo intero.

Frequenta la scuola solo qualche giorno al mese. “A casa si sta meglio”, le ripete sempre il padre. Sì perché c’è anche un padre nella sua vita. Un uomo violento, che picchia sempre la madre e anche lei, se non esegue gli ordini. Ogni tanto un assistente sociale visita la loro casa. I servizi sociali hanno già sottratto alla coppia il figlio maggiore. Perchè non portano via anche la bambina da quella maledetta casa? Si chiedono tutti.

Ma non tutti sanno che la bambina ha un fratellino piccolo. E che lei è stata costretta a dire all’assistente sociale che vuole restare con la mamma e il papà. La madre l’ha minacciata: "Se ti portano via, ucciderò tuo fratello!" E' stato facile convincerla. Anche l’assistente sociale si è convinto. Ha modificato il suo atteggiamento nei riguardi della famiglia. E’ vero, la madre è malata di mente, ma non è certo pericolosa. E poi c’è pur sempre il padre. Una persona semplice e amorevole nei confronti dei figli.

Amorevole, sì, ha scritto proprio così.

Un ragazzo si avvicina alla donna. La conosce. Lui sa come prenderla. Un giorno, uscito da scuola, giocava con dei compagni in un giardinetto e per caso ha urtato la bici della bambina. La madre non c’era. La bambina è sbucata da dietro una panchina. Come un topolino. Sarà stato un attimo e i suoi occhi tristi si sono specchiati in quelli del ragazzo, ritrovandovi un non so che di gioia, di infanzia felice e spensierata, di dolcezza. E lì si sono accucciati per un po’, come quei cagnolini randagi che nelle sere di freddo cercano tepore negli antri occasionali, tra provvidenziali cataste di legno o miracolose cavità del terreno.

Gli alberi del giardino erano malati e spogli. Le aiuole incolte pullulavano di cartacce, bucce d’arance e spazzatura. Attorno solo case incompiute con i mattoni rossi a vista. Le strade esalavano polveri velenose. E le persone di passaggio indifferenti, stanche, non si curavano di loro.

Ma che importava, nulla poteva pesare sulle loro vite in quel momento. E il tempo, telaio invisibile, faceva la spola tra i loro sguardi, tessendo storie che le parole non sanno raccontare. Durò una breve eternità quel loro discorso muto, il tempo per una farfalla di compiere la sua esistenza. Ma s'interruppe quando sopraggiunse la madre, nervosa come una vespa in cerca d’acqua sotto il sole. Il ragazzo, intuendone le cattive intenzioni, ebbe l’istinto di prendere un libro dallo zaino della scuola e di porgerlo alla donna: “Si parla di Napoleone”, disse, “Te lo presto se vuoi”. La donna rimase attonita. Guardò la copertina del libro e vide la figura altera e nobile di un generale, che le sorrideva come un principe azzurro. Si ricordò allora dei suoi sogni e della sua vita da bambina. A suo modo elaborò l’immagine di Napoleone come quella di un passato oscuro ma affascinante, di cui apprese d’esser fiera. Se ne rallegrò e abbandonò la sua rabbia verso il ragazzo. Poi trascinando la bambina e la sua bici, scappò via, con il libro in mano. Prima di sparire in un vicolo, la bambina lanciò con quei suoi occhi tristi un ultimo silente messaggio al ragazzo: “Non mi abbandonare”. Il ragazzo raccolse una margherita che sporgeva da terra, tra il muretto dell'aiuola e le sue scarpe. Infilandola in tasca, sussurrò: “No, non lo farò”.

Alfia Milazzo

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