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_Dio è Madre
disegno di Marinella Milazzo
 
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_Il mio diario del parlare materno

Racconto di un parto

 

 

Multipara: gravida 5

 

Ammettiamolo il bimbo iniziato mi sconvolge

di pace; sto da Dio con la pace;

il dolore insegna la causa prima; le mie ossa si schiudono

a imparare la mia fine terminale. L’incremento formale

di pazienza e passione erompe in un tornado di calore

dove implorando te amore le speranze del cuore si sollevano

con violenza ad afferrare come una preghiera questo dolce

atto di sottomissione. Prego. A squarciagola per la sorpresa

lanciato scattato all’indietro alla larga beato il corpo giace

sapiente ed esultante. Il bambino nato piange.

 

Marie Ponsot

 

 

Rapide d’ acqua inondano la rima vulvare: rompono gli argini all’alba con un “toc”.

La mia bambina chiede di nascere.

Una fascia di fuoco ruota attorno ai miei fianchi. I nervi, tutti, la muscolatura con essi, sono gomitoli di fili guidati da innumerevoli aghi. La pelle si fa corteccia dura, corazza pallida.

L’urlo che sento viene da me: è il ruggito di una belva preistorica. Eco di un’ancestrale femminile mammifero.

Acute sonorità graffiano l’aria: il mio ventre è cartapesta, si lacera dall’interno.

Ritmi di una danza tribale ignota, interrotti da brevi note sinfoniche, m’investono. Io sono il loro tempo, sono l’incisione rupestre sulle aspre cavità di una grotta, e il mio tempo è lo sguardo iniziatico che li interpreta alla luce flebile di una candela. L’intera coscienza è pervasa da un intenso bagliore: arde la voglia di essere madre.

La mia schiena s’inarca e si piega ad ogni contrazione, un lenzuolo impotente trastullato da buffi di vento. Nel mio ego s’aggira un lupo che vorrebbe stanare la mia creatura per sbranarla. Gli ormoni giungono ad arrestarne l’assalto rabbioso. E mi sembra di essere entrata nell’occhio di un ciclone.

Nella concentrazione, le doglie sono un tuffo dentro il fragore di un’onda gigantesca, lo schiaffo dell’acqua sul mio corpo. Vivo lo stordimento dei miei limiti. Provo a coniugare all’infinito verbi di tregua: passeggiare (la forza di gravità è di origine materna), annusare (il mio corpo odora di limone e di umori vaginali), ascoltare (l’esecuzione rock di una batteria, il suono dei battiti della mia bambina, mi giunge dai sensori attaccati al mio ventre).

Vado oltre, non conosco i dettagli del viaggio, ma l’istinto mi dice che devo procedere. Tra iceberg di paura. Respirando, respirando.

Tra àncore di fiducia. Labirinti di volontà. Respirando, respirando.

Sopraggiunge improvviso un bisogno irrefrenabile di fuga. Non riesco ad esprimerlo se non con il pianto. Il lupo si è risvegliato, la sua rabbia divora le mie energie.

Perché questo male nel partorire? Perché sfiorare la morte per il far nascere?

Prendo tempo, forzando me stessa: chiedo di bere un sorso d’acqua. Sul palmo della mia mano si sono formate linee di desiderio: al centro vi è una culla dondolata dal verso di una cantilena, una finestra socchiusa al sole del meriggio e il tenero vagito di un neonato. Profumo di pane, di talco e di latte materno. Delizia dell’essere. Memoria dell’infanzia.

Osservo la mia pancia. Soprattutto la pelle serberà per sempre la memoria di questa formazione carsica, di questo deflusso dell’io nelle mie viscere. Su magiche doline che immettono in paesaggi inesplorati (grotte, voragini, abissi dell’essere) trascriverò i caratteri profondi di una lingua gravida, vitale, impastata dalle donne per la cura e la bellezza del mondo, per la gioia del nascere e dei bambini. Per mia figlia.

Una sospensione e il respiro si lascia imbrigliare da una ragnatela di pensieri iridescenti.

Al momento l’immagine della mia bambina è, più che un sogno, un’evaporazione del mio corpo, simile alla lacrima di sudore che crolla dalla mia fronte.

Penso a lei, parlo con lei e la percepisco più profondamente mia: “Mia bambina, mia piccola costola, fragile estratto in meraviglia della mia carne, infinita possibilità di me e di altre da me, figlia del mio latte, latte di quiete sgorgato dal seno di mia madre”. Il suono dei suoi battiti mi raggiunge come il frammento accellerato dei palpiti del mio cuore. In lei scorre il plasma dolce e fuggente delle mie vene, e l’acqua, come secrezione salivare del mio palato, avvolge per intero il suo corpo. Confondo i miei tremiti con i suoi nella via del nascere.

Per aiutarla mi faccio ancora più terra, ancora più sprofondamento della vita nella vita. E con tutto il fiato che mi resta urlo alla natura:  “Fa presto. Presto”. Entro nel limbo del respiro, vertigine del silenzio. Sopra di me cala un’antica coltre, cenere di sofferenze senza racconto.

Quanti cerchi avrà segnato la natura sulla polpa della mia carne?

Quante nascite avranno lasciato venature rosse sul mio genere?

In questo momento si svelano tutte al gioco dei miei cinque sensi, catturate da un sentimento unico di terrore e vitalità. Voglio farcela anch’io. Ce la farò!

Un rimescolamento di cellule, sangue e liquidi accompagna le mie spinte.

“Spingi”, il coro delle madri invoca da un proscenio recondito: “Spingi!”

Io spingo, con tutta la forza che i miei pugni chiusi possono raccogliere. Espiro: sono maestrale e il mio utero è una barca a vela. Il potere di ogni spinta mi sostiene, mi nutre.

Spingi madre mia, spingi anche tu, spirito benigno della terra, gracile Eva del mondo, spingi!

Le mie parole si disperdono nelle acque di un fiume latente, Gange dell’anima, che confluisce da mille rivoli in un solo corso, scavando delta di sangue sotto la pelle. E vedo le bocche, mille bocche di donne, aprirsi a un dolore infinito, cosmico: non v’è distinzione di razza o credo religioso nell’urlo delle donne per il far nascere. È un dono dal contrassegno invisibile, sporge per la pace, per l’amore, da me e da loro, senza memoria, senza testamento. Eppure c’è un’eccedenza di vigore umano in questo dono. C’è tutta la salvezza del mondo.

Partecipe di tanta salvezza, la testa della mia bambina attraversa un canale che si dilata al suo passaggio, da sette a dieci centimetri.

Sento la  muscolatura del pavimento pelvico rilassarsi gradualmente.

La contrazione ricomincia con una spinta priva di dolore che si lascia guidare dall’irresistibile istinto di condurre la mia bambina alla luce del giorno.

Dall’ostio vaginale appare ora la testa, poi il torace, il  bacino e infine le sue gambine. Scivola via dalla conchiglia del mio utero, spogliata dalla placenta, ma ancora legata al cordone ombelicale.

Ecco la mia bambina sul mio seno e il cordone che la nutre, ultimo slancio prenatale, produce vibrazioni inesprimibili che si riverberano sui nostri corpi.

L’inaudito bisturi che interrompe questo ciclo torna a scrivere l’incipit della storia: alla luce rosea dell’aurora nasce un nuovo mondo e Dio è madre.

 

 

Alfia Milazzo

 

10 ottobre 2006



La poesia di Ponsot è tratta da City Lights Pocket Poets Anthology, a cura di Lawrence Ferlinghetti, trad. it. di M. Bocchiola, Piccola Biblioteca Oscar, Mondadori, Milano, 2006, p.35.

 

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